Serbia, rider migranti e sfruttamento: la storia di un ragazzo bengalese tra lavoro, fame e rotta balcanica

Aveva soltanto ventun anni. Un'età in cui molti ragazzi europei stanno ancora scegliendo l'università, progettando vacanze o immaginando il proprio futuro. Lui invece attraversava foreste, sopravviveva bevendo acqua trovata nella giungla e lavorava come rider in Serbia senza documenti, senza tutele e quasi senza cibo.
La sua storia comincia in Bangladesh, in una situazione familiare e sociale già profondamente instabile. La famiglia era coinvolta in una controversia legata a una proprietà appartenuta al nonno. Una disputa che, secondo il suo racconto, si intrecciava anche con tensioni politiche e proteste. Due persone sarebbero morte in quel contesto e lui stesso avrebbe iniziato a temere conseguenze personali. Suo padre, impaurito, decise quindi di mandarlo via dal Paese.
In Bangladesh studiava un po' e lavorava nella terra di famiglia. Poi il viaggio. Prima l'arrivo in Serbia in aereo, dopo aver pagato enormi somme di denaro per partire. Come molti giovani provenienti dall'Asia meridionale, gli era stata venduta l'idea di un lavoro stabile e di una vita dignitosa in Europa orientale. La realtà, però, era completamente diversa.
In Serbia una compagnia lo accolse e gli diede lavoro nel settore delle consegne a domicilio. Un lavoro durissimo, spesso svolto in bicicletta o scooter, con turni estenuanti e senza alcuna reale protezione sociale. Il ragazzo racconta di avere guadagnato circa 1200 euro in un mese, ma di averne ricevuti soltanto 400 o 500. Il resto, secondo il suo racconto, veniva trattenuto dalla società. Dopo il pagamento dell'alloggio, non gli rimaneva quasi nulla per vivere.
La parte più inquietante della vicenda riguarda però i documenti. Dice che il passaporto non gli venne restituito e che non gli furono preparati documenti regolari né permessi di lavoro. In pratica lavorava, ma senza la possibilità concreta di cambiare impiego, di tutelarsi o perfino di cercare un'alternativa. "Se non hai documenti, in Serbia nessuno ti assume", racconta.
Qui emerge uno degli aspetti meno raccontati delle rotte migratorie contemporanee: la trasformazione di molti lavoratori migranti in forza lavoro estremamente ricattabile. Il settore delle consegne a domicilio in diversi Paesi europei e balcanici si fonda spesso su piattaforme, subappalti e intermediazioni opache. I rider migranti diventano facilmente dipendenti dal datore di lavoro non solo economicamente, ma anche giuridicamente e logisticamente. Chi controlla i documenti, l'alloggio e il salario controlla di fatto l'intera vita della persona.
Nel diritto internazionale questo fenomeno si avvicina pericolosamente alle pratiche di sfruttamento lavorativo vietate da numerosi strumenti normativi. La Convenzione europea dei diritti dell'uomo, all'articolo 4, vieta il lavoro forzato e le forme di servitù. Anche le convenzioni dell'Organizzazione Internazionale del Lavoro impongono agli Stati di contrastare lo sfruttamento dei lavoratori migranti e la trattenuta indebita dei documenti personali.
In molti casi il trattenimento del passaporto costituisce uno degli indicatori internazionalmente riconosciuti di possibile sfruttamento lavorativo o tratta di esseri umani. La Direttiva europea 2011/36/UE sulla tratta, così come la Convenzione del Consiglio d'Europa contro la tratta di esseri umani, evidenziano infatti come vulnerabilità economica, dipendenza dal datore di lavoro e controllo dei documenti possano creare condizioni di grave coercizione.
Il ragazzo racconta che spesso mangiava soltanto pane. Continuava a chiedersi come sopravvivere, come aiutare i genitori rimasti in Bangladesh, come uscire da quella situazione. Così decise di ripartire. Bosnia, foreste, cammino, fame, acqua bevuta nella giungla, giorni interi a piedi fino alla Croazia e poi lentamente verso la Slovenia. Il cosiddetto "game", affrontato da un ragazzo di appena ventun anni già schiacciato da debiti, paura e sfruttamento.
Quando in Europa si parla di migrazione irregolare, troppo spesso si immagina soltanto il momento del confine. Molto meno si racconta ciò che avviene prima: il reclutamento opaco, il lavoro sottopagato, la dipendenza dai datori, l'assenza di documenti, la vulnerabilità giuridica dei lavoratori stranieri. Eppure è proprio lì che si crea il terreno perfetto per nuove forme di sfruttamento transnazionale.
Dietro un rider che consegna cibo sotto la pioggia potrebbe esserci una storia fatta di debiti, paura politica, fame e attraversamenti nei boschi europei. E forse il punto più drammatico è proprio questo: a ventun anni non stava inseguendo un sogno europeo. Stava semplicemente cercando di sopravvivere.
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