Afghanistan, minori migranti e rotta balcanica: adolescenti costretti al “game” per studiare e sopravvivere

A quattordici anni dovrebbe esistere una sola ossessione: andare a scuola, costruire amicizie, immaginare il proprio futuro. Non attraversare montagne di notte, nascondersi nei camion, imparare a sopravvivere ai confini, ai trafficanti, alle prigioni e ai respingimenti. Eppure oggi, per molti adolescenti afghani, la parola "futuro" passa proprio da lì: dal "game". Così viene chiamata la rotta balcanica da chi la percorre. Un nome quasi innocuo per descrivere invece un viaggio che spesso assomiglia a una lunga sospensione dei diritti umani.
Qualche tempo fa ho conosciuto un ragazzo afghano che oggi è maggiorenne. Parla un ottimo italiano, usa persino il "lei" con una naturalezza rara, lavora con un contratto part-time in un importante cantiere navale italiano e, appena arrivato nel nostro Paese, ha ripreso immediatamente gli studi. Dietro quella compostezza educata e quel desiderio quasi ostinato di integrarsi, però, c'era una storia che mi ha profondamente colpita. Aveva fatto il "game" da solo quando aveva appena quattordici anni.
Mi ha raccontato che aveva iniziato ad andare a scuola in Afghanistan da bambino, ma che la guerra e l'instabilità avevano reso impossibile continuare. A quattordici anni ha lasciato Kabul. Da lì è iniziato un percorso durissimo attraverso Iran, Turchia, Bulgaria, Serbia, Bosnia, Croazia, Slovenia fino all'Italia. Un viaggio compiuto in gran parte a piedi, tra arresti, respingimenti e mesi di detenzione.
Esiste qualcosa di profondamente disturbante nel pensare a un minore che attraversa da solo alcune delle aree più militarizzate e violente delle frontiere europee. Eppure accade continuamente. Non perché questi ragazzi siano "avventurieri", ma perché spesso percepiscono lo studio e la fuga come l'unica alternativa possibile alla miseria, alla guerra, ai Talebani o all'assenza totale di prospettive. Per molti adolescenti afghani il diritto all'istruzione non è garantito nel proprio Paese e il viaggio migratorio diventa, paradossalmente, una forma estrema di autodifesa esistenziale.
L'articolo 28 della Convenzione ONU sui diritti dell'infanzia riconosce il diritto del minore all'istruzione. L'articolo 22 impone agli Stati di proteggere specificamente i minori rifugiati o richiedenti asilo. La Convenzione di Ginevra del 1951 tutela il diritto a chiedere protezione internazionale. L'articolo 3 della Convenzione Europea dei Diritti dell'Uomo vieta trattamenti inumani o degradanti. L'articolo 24 della Carta dei diritti fondamentali dell'Unione Europea stabilisce inoltre che il superiore interesse del minore debba costituire una considerazione preminente in ogni decisione che lo riguarda. Eppure, lungo la rotta balcanica, queste norme sembrano spesso dissolversi davanti alla prassi dei respingimenti, delle detenzioni arbitrarie e della criminalizzazione della migrazione.
Le parole di questo ragazzo sulla Bulgaria sono particolarmente inquietanti. Racconta di essere stato arrestato e detenuto per tre mesi. Tre mesi. Ed era ancora minorenne. Non oso immaginare cosa significhi vivere condizioni detentive del genere per un adolescente straniero, spesso senza interprete, senza riferimenti familiari, senza supporto psicologico e con la costante paura di essere rimandato indietro.
La Corte Europea dei Diritti dell'Uomo ha più volte condannato condizioni analoghe. Nella sentenza M.S.S. c. Belgio e Grecia del 2011, Strasburgo ha affermato che le condizioni degradanti dei richiedenti asilo possono integrare una violazione dell'articolo 3 CEDU. Nel caso Rahimi c. Grecia del 2011, riguardante un minore afghano detenuto, la Corte ha sottolineato che la detenzione di minori migranti richiede standard di tutela particolarmente elevati. Ancora più significativa è la sentenza Mubilanzila Mayeka e Kaniki Mitunga c. Belgio del 2006, dove la Corte ha riconosciuto la gravissima vulnerabilità dei minori stranieri non accompagnati, ribadendo che gli Stati hanno obblighi positivi rafforzati nei loro confronti.
Nella pronuncia Sh.D. e altri c. Grecia, Austria, Croazia, Ungheria, Macedonia del Nord, Serbia e Slovenia del 2019, relativa proprio a minori afghani lungo la rotta balcanica, la Corte EDU ha ribadito che i minori migranti non accompagnati costituiscono una categoria estremamente vulnerabile e che gli Stati hanno doveri di protezione rafforzati nei loro confronti.
Ancora più significativa è H.A. e altri c. Grecia, nella quale la Corte ha stabilito che trattenere minori migranti in strutture inadeguate o assimilabili a luoghi detentivi può costituire violazione dell'articolo 3 CEDU. La Corte ha evidenziato come anche brevi periodi di privazione della libertà possano avere conseguenze psicologiche gravissime sui minori stranieri non accompagnati.
Nella sentenza Popov c. Francia, Strasburgo ha inoltre chiarito che la vulnerabilità dei minori migranti impone standard di tutela molto più elevati rispetto agli adulti. Anche pochi giorni trascorsi in ambienti chiusi, securitari o assimilabili alla detenzione possono produrre effetti traumatici profondi.
Fondamentale è anche Tarakhel c. Svizzera, in cui la Corte ha definito i minori richiedenti asilo una categoria "estremamente vulnerabile", precisando che gli Stati europei non possono ignorare il rischio di trattamenti degradanti nei sistemi di accoglienza e trattenimento.
Anche la giurisprudenza della Corte EDU sui respingimenti collettivi e sulla detenzione amministrativa dei migranti dimostra quanto il diritto europeo sia spesso entrato in collisione con le pratiche concrete alle frontiere. In Khlaifia e altri c. Italia, la Corte ha ribadito che la privazione della libertà dei migranti deve sempre avere una base legale chiara, essere proporzionata e accompagnata da effettive garanzie difensive. Principi che diventano ancora più importanti quando a essere trattenuto è un minore.
Nel frattempo, organizzazioni come UNICEF, UNHCR e Human Rights Watch continuano a documentare violenze sistematiche lungo la rotta balcanica: pestaggi, sequestri di telefoni, privazioni di cibo, respingimenti illegali e condizioni detentive incompatibili con gli standard internazionali di tutela dei minori.
C'è poi una riflessione che l'Europa continua troppo spesso a rimuovere: se un ragazzo di quattordici anni affronta da solo migliaia di chilometri, mesi di clandestinità e perfino il carcere pur di poter studiare e lavorare legalmente, allora forse dovremmo interrogarci seriamente sulla disperazione che esiste a monte di quel viaggio. Troppo spesso il dibattito pubblico riduce i migranti a numeri, sbarchi o problemi di sicurezza. Ma dietro quelle categorie astratte ci sono adolescenti che, mentre i loro coetanei europei preparano uno zaino per andare a lezione, attraversano boschi, frontiere militarizzate e centri di detenzione.
E forse la parte più potente di questa storia è proprio il suo presente. Quel ragazzino afghano che faceva il "game" oggi studia, lavora e parla italiano con educazione impeccabile. È la dimostrazione concreta di quanto siano superficiali certe narrazioni che descrivono i migranti esclusivamente come un problema sociale. Molti di loro chiedono semplicemente ciò che qualsiasi adolescente dovrebbe avere senza dover rischiare la vita: istruzione, sicurezza e dignità.
Il punto è che nessun minore dovrebbe essere costretto a conquistarsi questi diritti attraversando prigioni, violenze e frontiere. Se accade, il fallimento non appartiene al ragazzo che fugge. Appartiene a un sistema internazionale che ha normalizzato l'idea che un bambino possa attraversare mezzo continente da solo pur di avere una possibilità di futuro.
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