Tra confini e diritti: il viaggio di un migrante pakistano tra detenzione, respingimenti e diritto d’asilo

Ieri sera ho rivisto un ragazzo pakistano di ventotto anni che avevo conosciuto tempo fa. Mi aveva colpito, già allora, per la lucidità del pensiero, per quella capacità rara di osservare la realtà con una profondità che non si improvvisa. Non è solo intelligenza: è consapevolezza, è esperienza che si è trasformata in sguardo.
Questa volta non siamo stati distratti da altre persone. Gli ho chiesto, con rispetto, se avesse voglia di raccontarmi la sua storia. Non una storia qualsiasi, ma la sua. Quella che spesso resta ai margini, non perché manchi di valore, ma perché manca lo spazio per essere ascoltata davvero.
E in quel momento ho capito che non stavo per raccogliere semplicemente una testimonianza, ma per entrare in una traiettoria umana e giuridica complessa, in cui le parole "migrazione", "diritto", "confine" e "libertà" smettono di essere categorie astratte e diventano esperienza concreta.
Quando inizia a raccontare, non costruisce un discorso nel senso tradizionale del termine. Non organizza i fatti per convincere, non cerca di spiegare il mondo in cui si è mosso, né di giustificare le proprie scelte. Ricostruisce, piuttosto, una traiettoria. Una sequenza di passaggi che sembrano rispondere a una logica interna, fatta più di necessità che di alternative. Mi dice che tutto è iniziato con una partenza. Senza enfasi, senza dettagli inutili. Ha lasciato il Pakistan ed è arrivato in Iran. Da lì ha proseguito il viaggio, attraversando confini fino ad arrivare in Turchia. Non è un itinerario. È una linea che si disegna passo dopo passo, spesso senza possibilità di deviazione.
In Turchia si è fermato. Ha lavorato. Per circa due anni. Ma quel tempo, che in altri contesti potrebbe rappresentare l'inizio di un percorso di stabilizzazione, nel suo racconto assume una natura diversa. Non è integrazione, non è radicamento. È sospensione. È una permanenza che non diventa mai appartenenza, un lavoro che non si traduce in riconoscimento giuridico. È la condizione tipica di chi vive dentro uno spazio intermedio: presente, ma non riconosciuto; visibile, ma non tutelato.
Poi si interrompe. E in quella pausa entra qualcosa che cambia radicalmente il senso del racconto.
È stato in prigione. Quasi sette mesi.
Non usa categorie giuridiche. Non parla di arresto, di imputazione, di difesa. E tuttavia, proprio questa essenzialità rende il fatto ancora più potente. Perché quella privazione della libertà personale richiama immediatamente uno dei principi cardine dello Stato di diritto: nessuno può essere privato della libertà se non nei casi e nei modi previsti dalla legge. È quanto stabilisce l'articolo 13 della Costituzione italiana, ed è quanto ribadisce l'articolo 5 della Convenzione europea dei diritti dell'uomo, che impone legalità, controllo giurisdizionale e garanzie effettive. Eppure, nella sua esperienza, questi presidi non emergono. Non perché il diritto non esista, ma perché non è riuscito a raggiungerlo.
Da qui nasce una domanda inevitabile: come si esce da una detenzione di questo tipo
La risposta, purtroppo, è meno lineare di quanto si possa pensare. Non esiste una via unica, e soprattutto non esiste una via che dipenda davvero dalla volontà del migrante. In teoria, un sistema di garanzie esiste. La detenzione avviene spesso in centri di rimpatrio amministrativo, formalmente distinti dalle carceri, ma che nella pratica possono comportare limitazioni analoghe della libertà personale. In questo contesto, il migrante dovrebbe poter impugnare la propria detenzione tramite un avvocato, attivando un controllo giurisdizionale.
Ma nella realtà, l'accesso a questa tutela è profondamente diseguale. Avere un avvocato non è automatico: richiede informazioni, contatti, capacità di comunicare, comprensione della lingua e del sistema. Tutti elementi che spesso mancano. Solo una minoranza riesce davvero ad attivare un ricorso. Per molti altri, il diritto alla difesa resta una possibilità astratta.
Esiste poi la possibilità di un rilascio amministrativo, quando il rimpatrio non è immediatamente eseguibile. Ma si tratta di una decisione discrezionale, imprevedibile, che non deriva dall'esercizio di un diritto pieno. Non è una conquista. È una eventualità.
C'è anche, almeno sulla carta, la possibilità di chiedere protezione internazionale. Il diritto d'asilo, sancito dalla Convenzione di Ginevra, dovrebbe garantire una valutazione individuale del rischio. Ma anche qui la distanza tra norma ed effettività è evidente. Senza informazione, senza assistenza, senza accesso concreto alla procedura, il diritto resta teorico.
Così, nella pratica, accade altro.
Molti escono perché vengono rimandati indietro. Attraverso programmi definiti "volontari", ma che spesso rappresentano l'unica opzione reale, oppure tramite espulsioni forzate. In questi casi, uscire significa rinunciare.
Altri, invece, riprovano.
È quello che lui racconta: il "game". Tentare, fallire, essere respinti, ripartire. Non è una strategia. È una necessità. Ed è estremamente rischioso.
In questo contesto, la Turchia non è solo un Paese di passaggio. È un luogo di contenimento. Uno spazio in cui le persone restano bloccate tra detenzione, lavoro precario e impossibilità di proseguire.
Ed è dentro questa realtà che la sua storia continua.
Dopo la detenzione, torna a lavorare. Torna a restare. Ma resta dentro quella stessa precarietà. Poi decide di ripartire.
Ha provato otto volte ad arrivare in Italia. Per sette volte, mi dice chiaramente, è stato respinto.
Usa proprio questa parola: respingimento.
E non è un dettaglio. È un termine giuridico preciso, che richiama il principio di non-refoulement, sancito dall'articolo 33 della Convenzione di Ginevra e dall'articolo 3 della Convenzione europea dei diritti dell'uomo. Un principio che dovrebbe impedire il ritorno verso contesti di rischio.
Eppure, nella sua esperienza, quella parola non protegge.
Descrive.
Un fatto che si ripete. Sette volte.
Alla fine, però, riesce a passare.
Serbia, Bosnia, Croazia, Slovenia. Poi Italia.
Ogni passaggio è un rischio. Non è un percorso lineare. È una sequenza di tentativi.
Quando parla del presente, qualcosa cambia.
Lavora. In un albergo. Fa il facchino, a volte lava i piatti. Dice che lavora bene. Dice che è contento.
Ma prima di questo, c'è un elemento che merita attenzione.
Mi racconta che ha studiato l'italiano. In modo serio, strutturato. Ha ottenuto livelli certificati.
Non è un dettaglio secondario. È la prova di un investimento su sé stesso, di una volontà di integrazione concreta, misurabile. Non è solo una presenza che si adatta. È una presenza che si costruisce.
E tuttavia, anche questo non basta.
Non ha un permesso stabile. Deve rinnovarlo ogni tre mesi e mezzo. Anche lavorando. Anche essendo inserito. Anche dopo aver dimostrato impegno e capacità.
Qui emerge una frattura evidente tra realtà e principi.
Da un lato, l'articolo 3 della Costituzione, che impone di rimuovere gli ostacoli alla piena partecipazione. Dall'altro, una condizione in cui anche chi si integra resta giuridicamente precario.
Quando gli chiedo se l'Italia fosse la sua destinazione, la risposta è semplice.
Non aveva mai pensato di vivere qui.
Poi aggiunge che qui ha trovato persone gentili, rispettose. Che si sente grato. Grato per aver avuto un posto.
Non è un progetto. È un approdo.
Poi torno all'origine.
Perché non vuoi tornare?
Mi dice che vivere lì è molto difficile. Che non si può uscire la sera. Che dopo una certa ora c'è il coprifuoco. Che uscire significa esporsi. Diventare un "target" per gruppi armati.
Mi racconta che aveva paura di uscire di casa per andare a scuola.
E allora anche il diritto all'istruzione si svuota.
Ha studiato poco.
Non per scelta.
Ma per paura di andarci.
Ci sono conversazioni che non finiscono quando l'intervista si chiude. Restano dentro, come un deposito di domande che non accettano risposte sbrigative. Avevo appena terminato di parlare con un ragazzo pakistano di ventotto anni. Poi un'altra persona mi si avvicina e, quasi senza accorgercene, iniziamo a parlare di tutto ciò che intorno al Pakistan viene spesso pronunciato in modo confuso: terrorismo, esercito, studenti, reclutamento, intelligence, fughe, persone scomparse. A un certo punto affiora una frase che non si lascia archiviare: alcuni scappano per non farsi reclutare. È una frase che obbliga a fermarsi. Non per accettarla in blocco, né per liquidarla come esagerazione, ma perché costringe a fare ciò che il diritto dovrebbe sempre fare: distinguere.
Il Pakistan, infatti, non è un corpo compatto. È uno Stato profondamente multietnico e multilingue, nel quale i Punjabi costituiscono il gruppo numericamente più consistente, i Pashtun rappresentano una quota molto rilevante della popolazione, e accanto a loro vivono Sindhi, Saraiki, Muhajir, Baloch e molte altre minoranze. Britannica descrive il Pakistan come un mosaico etnico in cui i Punjabi sono il gruppo più numeroso, mentre i Pashtun costituiscono circa un quinto della popolazione; la stessa fonte ricorda che i Pashtun sono una popolazione etnolinguistica storicamente radicata tra Afghanistan e Pakistan, soprattutto lungo la fascia nord-occidentale e nel Khyber Pakhtunkhwa.
Questo dato non è ornamentale. È decisivo. Perché quando si parla di Khyber Pakhtunkhwa, di merged districts, di aree ex FATA, non si parla soltanto di una periferia amministrativa, ma di uno spazio in cui si intersecano identità etniche, storia di frontiera, militarizzazione, conflitti armati e crisi della cittadinanza effettiva. I Pashtun, in particolare, vivono dentro una linea geopolitica — quella tra Pakistan e Afghanistan — che non ha mai coinciso pienamente con la loro continuità storica e sociale. Per questo la questione pashtun non è mai solo culturale: è anche giuridica, securitaria e politica.
Da qui bisogna partire per evitare il primo grande errore: parlare di genocidio tra Punjabi e Pashtun. Una simile qualificazione, sul piano del diritto internazionale, richiederebbe la prova dell'intento di distruggere in tutto o in parte un gruppo etnico in quanto tale. Allo stato, un'affermazione simile non è sostenibile. Ma sarebbe altrettanto falso affermare che non esista alcuna tensione strutturale. La sproporzione di peso politico, militare e istituzionale tra le diverse componenti del Paese, unita alla particolare esposizione delle aree pashtun alle operazioni di sicurezza, produce un quadro di squilibrio che non può essere ignorato. Non genocidio, dunque, ma nemmeno neutralità ordinaria dello Stato.
Il secondo errore è confondere tutto con il terrorismo. Sì, in Pakistan esistono gruppi armati non statali di natura jihadista e terroristica. Tra questi, il Tehrik-i-Taliban Pakistan continua a rappresentare una minaccia grave, mentre gruppi come Lashkar-e-Taiba e Jaish-e-Mohammed restano centrali nella geografia militante della regione; Reuters ricorda che LeT e JeM sono gruppi con base in Pakistan, formalmente banditi ma ancora indicati come attivi e designati dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite.
Ma proprio qui si impone una seconda distinzione: dire che in Pakistan esistono terroristi è corretto; dire che il Pakistan coincide con il terrorismo è una deformazione. E dire che i militari pakistani sono terroristi è, giuridicamente, improprio. Un apparato statale, per quanto responsabile di violazioni gravi, non è automaticamente qualificabile come organizzazione terroristica. Se le forze armate o gli apparati di sicurezza sono accusati di detenzioni arbitrarie, sparizioni forzate, uso opaco della forza o repressione del dissenso, il lessico corretto è un altro: violazioni dei diritti umani, abuso di potere, impunità, eventualmente crimini internazionali, se ne sussistono gli elementi. La precisione qui non è pedanteria. È garanzia.
Ed è proprio dentro questo passaggio che emerge il ruolo dell'Inter-Services Intelligence, l'ISI. Anche qui serve rigore. L'ISI è un'agenzia di intelligence statale del Pakistan, non un gruppo terroristico. Britannica la definisce come il servizio di intelligence pakistano responsabile di importanti operazioni esterne e ricorda il suo ruolo storico nel sostegno ai mujahideen afghani durante la guerra contro l'Unione Sovietica. Questo non equivale a dire che oggi l'ISI sia, in sé, un'organizzazione terroristica. Ma significa riconoscere che la storia dei rapporti tra intelligence pakistana, attori armati irregolari e proiezione regionale della sicurezza è tutt'altro che lineare. Il problema, qui, non è usare etichette facili: è comprendere quando e come uno Stato o pezzi del suo apparato abbiano coltivato ambiguità strategiche rispetto a gruppi armati che poi producono violenza diffusa.
Questa ambiguità storica si riflette anche in un altro elemento di cui hai parlato: i gruppi armati non statali non vivono nel vuoto. Crescono dove ci sono margini, fratture, zone scarsamente presidiate dal diritto e popolazioni esposte alla paura. In un contesto come il Khyber Pakhtunkhwa, attraversato da conflitti, militarizzazione e frontiera, il problema non è immaginario. Il punto, però, è evitare il salto logico. Non ogni giovane pashtun è a rischio di reclutamento. Non ogni studente viene reclutato. Non esiste, per quanto emerge dalle fonti solide, un sistema ufficiale e generalizzato di reclutamento di studenti da parte dello Stato per finalità terroristiche. Ma esistono contesti in cui giovani vulnerabili possono essere intercettati, convinti, minacciati o coercitivamente spinti dentro circuiti di violenza armata da parte di attori non statali. È una differenza decisiva.
E allora la frase iniziale — alcuni scappano per non farsi reclutare — cambia natura. Non è più una formula assoluta da ripetere come slogan. Diventa, invece, una possibilità giuridicamente plausibile dentro un certo contesto territoriale e politico. Non riguarda tutti. Non spiega ogni traiettoria migratoria. Ma può riguardare alcuni, e quando li riguarda entra direttamente nel campo del diritto d'asilo. Se una persona fugge da un rischio concreto di reclutamento forzato o di coinvolgimento coattivo in un ambiente armato, e se lo Stato di origine non è in grado o non vuole proteggerla, quel racconto non può essere derubricato con superficialità a migrazione meramente economica. È qui che la complessità diventa giuridicamente rilevante.
Questo ragionamento diventa ancora più forte se lo si collega al tema delle persone mancanti nel Khyber Pakhtunkhwa. Perché in quella regione la questione non è solo la presenza di gruppi armati, ma anche la scomparsa di persone nel cono d'ombra della sicurezza. I registri ufficiali pakistani, pur con tutti i loro limiti, hanno registrato migliaia di casi dalla nascita della Commission of Inquiry on Enforced Disappearances; le fonti indipendenti, al contempo, hanno contestato sia il metodo di classificazione sia la sottostima strutturale del fenomeno. In un ambiente simile, la fuga di un giovane non si iscrive solo nella paura astratta del terrorismo, ma anche nella possibilità concreta di essere inghiottito da un sistema in cui tra detenzione opaca, sospetto, violenza e invisibilità i confini sono fragili.
È a questo punto che il quadro interno pakistano incontra quello internazionale. Anche i contratti militari tra Stati Uniti e Pakistan di cui hai parlato non sono un dettaglio laterale. I rapporti di cooperazione difensiva tra i due Paesi hanno una lunga storia, e anche di recente Washington ha autorizzato un importante pacchetto per il supporto alla flotta F-16 pakistana; Reuters, nel 2025, ha riferito dell'approvazione di un pacchetto da 686 milioni di dollari per supporto, addestramento e aggiornamento tecnologico relativo agli F-16 del Pakistan. Questo dato non prova, da solo, alcuna responsabilità diretta degli Stati Uniti nelle violazioni interne pakistane. Ma dimostra che la sicurezza pakistana non è un affare soltanto interno: è inserita in reti di cooperazione militare, interessi strategici e circolazione di armamenti che contribuiscono a rafforzare apparati statali già molto potenti.
Qui il ragionamento logico è semplice ma spesso rimosso: quando uno Stato riceve sostegno militare internazionale e al tempo stesso è accusato di pratiche opache o abusive in alcune regioni interne, la questione non è più solo nazionale. Diventa anche una questione di responsabilità politica internazionale, di condizionalità, di compatibilità tra alleanze strategiche e tutela dei diritti fondamentali. Le armi, i sistemi di supporto e l'addestramento possono essere formalmente leciti e contrattualmente regolari. Ma in un contesto segnato da sparizioni, repressione e sfiducia istituzionale, il solo richiamo alla legalità formale non basta a esaurire il problema.
Il punto, allora, non è scegliere tra due caricature opposte — Pakistan vittima innocente del terrorismo o Pakistan interamente ridotto a macchina di violenza. Il punto è riconoscere che possono coesistere più verità: esistono gruppi armati non statali che colpiscono e destabilizzano; esistono apparati statali accusati di violazioni gravi; esiste una struttura etnica e territoriale che rende alcune regioni e alcune comunità più esposte di altre; esistono interessi internazionali che mantengono vivo il rapporto con gli apparati di sicurezza pakistani; ed esistono persone che, dentro questa trama, cercano semplicemente di sottrarsi a una traiettoria di violenza.
Per questo, quando si ascolta il racconto di un giovane pakistano o quando, alla fine di un'intervista, emerge da una conversazione spontanea la paura del reclutamento, il compito non è cercare una risposta secca. Il compito è ricostruire il contesto. Capire da quale area proviene, quale gruppo etnico lo attraversa, quale rete di potere locale incombe sulla sua vita, se il rischio proviene da gruppi armati non statali, da apparati opachi, o da entrambi, e se esiste davvero una protezione interna effettiva. È un lavoro più faticoso, ma è l'unico serio.
In definitiva, integrare etnie, ISI, gruppi armati non statali e contratti militari tra Stati Uniti e Pakistan non significa accumulare temi. Significa riconoscere che la fuga, la paura, la sparizione e la richiesta di asilo non nascono mai da una sola causa. Nascono quasi sempre da una intersezione di fattori: identità, frontiera, sicurezza, violenza armata, apparati statali, geopolitica. È lì che il diritto deve entrare, non per semplificare il mondo, ma per impedire che la sua complessità venga usata contro chi è più vulnerabile.
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