Piazza Libertà o Piazza del Mondo? Sicurezza, diritti e il rischio di recintare lo Stato di diritto

Ci sono immagini che colpiscono più delle parole perché non si limitano a rappresentare una realtà, ma la trasformano. Le camionette schierate in Piazza Libertà, al posto delle ordinarie pattuglie, appartengono a questa categoria. Non è soltanto una scelta organizzativa: è un segnale, una forma di comunicazione istituzionale che incide direttamente sulla percezione dello spazio pubblico. È un'immagine che evoca logiche di controllo massivo, che richiama alla memoria modelli di gestione dell'ordine pubblico fondati sulla generalizzazione e non sulla selettività. Ed è proprio questa evocazione a generare un disagio profondo: la sensazione che, in un contesto simile, il confine tra chi costituisce un pericolo e chi semplicemente si trova nel posto sbagliato possa diventare sottile, quasi impercettibile. È in questa percezione che si insinua una frattura silenziosa ma significativa: quella tra sicurezza e libertà, tra protezione e compressione dei diritti. E quando una persona comincia a sentirsi meno libera nello spazio pubblico, il problema non è più soltanto operativo, ma diventa inevitabilmente giuridico.
Eppure, ridurre Piazza Libertà a un luogo di criticità significa ignorarne la trasformazione più significativa. Da circa sette anni, quello spazio è stato progressivamente ridefinito da una pratica sociale diffusa che ne ha cambiato natura e funzione, tanto da essere ormai riconosciuto da molti come "Piazza del Mondo". Non si tratta di una denominazione simbolica o retorica, ma della descrizione di un processo reale: la costruzione di un laboratorio sociale aperto, dinamico, attraversato da presenze plurali e da un'umanità che non si limita più a transitare, ma si ferma, interagisce, costruisce relazioni. Ciò che un tempo era prevalentemente un luogo di marginalità estrema, segnato dalla presenza di homeless e da condizioni di degrado diffuse, è stato progressivamente trasformato in uno spazio vivo, abitato, attraversato da pratiche di solidarietà quotidiana.
In questo senso, la presenza di Linea d'Ombra, fondata da Lorena Fornasir e Gian Andrea Franchi, insieme alla rete dei "fornelli resistenti" e a decine e decine di associazioni provenienti anche da contesti territoriali molto distanti, rappresenta un elemento strutturale e non accessorio. Non si tratta semplicemente di assistenza umanitaria, ma di una vera e propria funzione di presidio sociale che ha modificato l'equilibrio dello spazio urbano.
Da sette anni, in modo continuativo, questa rete costruisce quotidianamente relazioni, offre supporto concreto e restituisce dignità a uno spazio che altrimenti sarebbe rimasto segnato dall'abbandono. La piazza è oggi un luogo in cui si costruiscono legami, si garantiscono servizi essenziali, si intercettano bisogni che resterebbero invisibili. Ed è proprio questa continuità nel tempo — sette anni di presenza costante — a trasformare un intervento solidale in un vero modello sociale.
Ed è proprio questo uno dei nodi più rilevanti, troppo spesso sottaciuto. Piazza Libertà non è semplicemente il luogo in cui "convergono le fragilità". Le fragilità vi convergono perché sono lasciate altrove senza risposta. Perché persone vengono abbandonate in strada, senza accoglienza, senza percorsi, senza alternative. La piazza, in questo senso, non è la causa del problema, ma il luogo in cui il problema diventa visibile.
Quando decine o centinaia di persone si trovano in queste condizioni, è inevitabile che emergano tensioni. Che il più fragile ceda, che qualcuno affoghi la propria disperazione nell'alcol, che si generino conflitti. Ma questo non è un problema della piazza in sé. È un problema delle condizioni che la precedono. È il risultato diretto di una mancanza di presa in carico istituzionale.
Da qui discende una conseguenza logica che raramente viene esplicitata nel dibattito pubblico: se il problema è la presenza della marginalità, allora esso non può essere risolto intervenendo sul luogo in cui essa si manifesta. Le stesse dinamiche potrebbero riprodursi altrove, come in effetti accade. E allora la domanda diventa inevitabile: si dovrebbero recintare tutte le piazze? Si dovrebbe trasformare l'intero spazio urbano in una somma di aree controllate e delimitate? È evidente che una simile prospettiva non solo sarebbe impraticabile, ma risulterebbe incompatibile con i principi fondamentali dello Stato di diritto.
In questo quadro, l'ipotesi di "recintare" uno spazio pubblico come Piazza Libertà introduce un elemento di criticità giuridica particolarmente rilevante. La piazza, per sua natura, è il luogo simbolico della collettività, della circolazione, dell'incontro. È uno spazio aperto, inclusivo, che appartiene alla comunità nel suo insieme. Intervenirvi con strumenti fisici di delimitazione stabile significa incidere direttamente sull'articolo 16 della Costituzione, che garantisce la libertà di movimento, e sull'articolo 3, che impone il rispetto del principio di uguaglianza sostanziale. Una recinzione non è una misura neutra: non seleziona comportamenti, ma incide sulle persone, limitando in modo generalizzato l'accesso a uno spazio pubblico. Ed è proprio questa generalizzazione a rappresentare il rischio più significativo in una prospettiva costituzionale.
L'ordinamento, peraltro, mette già a disposizione strumenti adeguati, fondati su logiche di proporzionalità e selettività. Il sindaco, quale autorità locale di pubblica sicurezza, può adottare ordinanze contingibili e urgenti ai sensi dell'articolo 54 del TUEL, ma solo in presenza di situazioni eccezionali e con carattere temporaneo. Può intervenire ai sensi dell'articolo 50 per esigenze di sicurezza urbana. Il questore dispone del DASPO urbano, misura individuale prevista dal decreto-legge n. 14 del 2017, che consente di allontanare soggetti specifici responsabili di condotte pericolose. A questi si affiancano i regolamenti di polizia urbana, i controlli amministrativi sugli esercizi commerciali e le attività di prevenzione previste dal Testo Unico delle Leggi di Pubblica Sicurezza. Tutti strumenti che condividono un elemento essenziale: intervengono sui comportamenti, non sulle categorie.
Il rischio più insidioso, in questo contesto, è quello di una progressiva normalizzazione dell'eccezione. Quando la percezione di insicurezza diventa il parametro dominante dell'azione politica, si apre la strada a misure che privilegiano l'impatto simbolico rispetto all'efficacia reale. Soluzioni visibili, immediate, ma giuridicamente fragili e socialmente inefficaci. Recintare una piazza non elimina le cause del disagio: le sposta, le rende meno visibili, ma non le risolve. È una forma di rimozione spaziale del problema, non una sua soluzione.
Una politica realmente lungimirante dovrebbe invece muoversi nella direzione opposta: riconoscere la complessità e affrontarla. Piazza Libertà — o Piazza del Mondo — dimostra che la presenza, la cura e la solidarietà possono trasformare uno spazio. Ma dimostra anche, in modo altrettanto evidente, le carenze dello Stato e dell'amministrazione pubblica. È proprio in questa tensione tra intervento civile e assenza istituzionale che si colloca il nodo più profondo della questione. Non si può chiedere alla sicurezza di supplire a ciò che spetta alle politiche sociali.
Intervenire in modo efficace significa investire in accoglienza, in mediazione culturale, in servizi sociali, in coordinamento tra istituzioni. Significa costruire sicurezza attraverso inclusione e non attraverso segregazione. Significa, in definitiva, riconoscere che la sicurezza non è un dato statico, ma il risultato di un equilibrio dinamico tra diritti, politiche pubbliche e responsabilità collettive.
Recintare uno spazio pubblico, al contrario, rappresenta una semplificazione che rischia di alterare questo equilibrio. Significa trasformare una piazza in un confine. E ogni confine, per definizione, divide: tra chi può stare e chi deve essere allontanato, tra chi è percepito come legittimo e chi come problema. È una trasformazione che incide non solo sulla gestione dello spazio urbano, ma sulla concezione stessa di cittadinanza.
In questo passaggio si gioca una questione decisiva: non soltanto come si governa una piazza, ma quale idea di Stato si intende affermare. Uno Stato che affronta le cause delle fragilità, oppure uno Stato che si limita a spostarne gli effetti. Uno Stato che include, oppure uno Stato che delimita.
La sicurezza non può diventare il nome elegante della paura. E la paura, quando viene tradotta in diritto, diventa sempre un cattivo legislatore.
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