Piazza Libertà o Piazza del Mondo? Sicurezza, diritti e il rischio di recintare lo Stato di diritto

11.04.2026

Ci sono immagini che colpiscono più delle parole. Le camionette schierate in Piazza Libertà, al posto delle normali pattuglie, sono una di queste. Non è solo una scelta operativa: è una rappresentazione del potere. Ed è proprio questa rappresentazione a inquietare. Evoca scenari che dovrebbero appartenere al passato, logiche di controllo massivo, interventi indistinti. E affiora un pensiero difficile da ignorare: che in un contesto simile basti poco per essere trascinati dentro un meccanismo che non distingue, che non ascolta, che non verifica. Anche quando non si è fatto nulla.

Eppure quella stessa piazza, per molti, ha già un altro nome: Piazza del Mondo. Un nome che nasce dal basso, dalla presenza quotidiana dei volontari di Linea d'Ombra, fondata da Lorena Fornasir e Gian Andrea Franchi, e dalla rete dei "fornelli resistenti", arrivati anche da città lontane per offrire aiuto concreto, senza alcuna distinzione. In quel luogo convivono tensioni e solidarietà, fragilità e umanità. Ridurlo a una mera questione di ordine pubblico significa non coglierne la complessità.

Il problema esiste e non va negato. Le risse, l'abuso di alcol, il degrado richiedono interventi. Ma il diritto impone una linea chiara: si interviene sui comportamenti, non sulle persone. Ed è proprio qui che emerge il nodo centrale del dibattito.

L'ipotesi di "recintare" uno spazio pubblico come Piazza Libertà introduce un elemento di forte criticità. La piazza, per sua natura, è il luogo simbolico della collettività, della circolazione, dell'incontro. Intervenirvi con strumenti fisici di delimitazione stabile significa incidere direttamente sull'articolo 16 della Costituzione, che garantisce la libertà di movimento, e sull'articolo 3, che impone il rispetto del principio di uguaglianza sostanziale. Una recinzione non seleziona comportamenti, ma persone. E questo, in uno Stato democratico, rappresenta un rischio che non può essere sottovalutato.

L'ordinamento, del resto, non è privo di strumenti. Il sindaco può adottare ordinanze contingibili e urgenti ai sensi dell'art. 54 del TUEL, in presenza di situazioni eccezionali e con carattere temporaneo e proporzionato. Ai sensi dell'art. 50 può intervenire per esigenze di tutela della sicurezza urbana. Il questore dispone del DASPO urbano, misura individuale prevista dal d.l. n. 14/2017, che consente di allontanare soggetti specifici responsabili di condotte pericolose, evitando interventi generalizzati.

A ciò si aggiungono i regolamenti di polizia urbana, i controlli mirati sugli esercizi commerciali, le attività di prevenzione e identificazione previste dal Testo Unico delle Leggi di Pubblica Sicurezza. Strumenti che hanno un tratto comune: colpiscono comportamenti specifici, non intere categorie indistinte.

Il rischio più insidioso è quello di una progressiva normalizzazione dell'eccezione. Quando la percezione di insicurezza diventa il parametro principale dell'azione politica, si apre la strada a soluzioni simboliche, visibili, ma giuridicamente fragili e socialmente inefficaci. Recintare una piazza non elimina le cause del disagio: le sposta altrove, rendendole ancora più invisibili.

Ed è proprio qui che la riflessione deve farsi più ampia. Perché Piazza Libertà non è solo un luogo problematico, ma uno spazio attraversato da storie umane, fragilità, percorsi migratori, marginalità sociale. Una piazza che vive di contraddizioni e che, proprio per questo, non può essere ridotta a un perimetro da controllare.

Una politica lungimirante deve affrontare questa complessità. Intervenire significa investire in mediazione culturale, presidi sociali, servizi di assistenza, coordinamento tra istituzioni. Significa costruire sicurezza attraverso inclusione e non attraverso segregazione.

Recintare, invece, significa semplificare. Significa trasformare uno spazio pubblico in un confine. E ogni confine, per definizione, divide: tra chi è dentro e chi è fuori, tra chi è legittimo e chi è percepito come problema.

In questo passaggio si gioca una questione decisiva: non solo come si gestisce una piazza, ma che idea di Stato si vuole costruire. Uno Stato che distingue e protegge, oppure uno Stato che delimita e allontana.

La sicurezza non può diventare il nome elegante della paura. E la paura, se tradotta in diritto, diventa sempre un cattivo legislatore.

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