Mutilazioni genitali femminili: violenza di genere e crimine contro i diritti umani

06.02.2026

Le mutilazioni genitali femminili costituiscono una delle più gravi e pervasive forme di violenza di genere ancora praticate nel mondo contemporaneo. Esse non rappresentano una tradizione culturale in senso antropologico nobile, né una manifestazione di identità collettiva, ma una pratica lesiva fondata sulla subordinazione strutturale del corpo femminile e sul controllo sociale della sessualità delle bambine e delle donne. La loro persistenza, nonostante decenni di condanna internazionale, dimostra quanto il fenomeno sia radicato in sistemi di potere che si trasmettono attraverso la famiglia, la comunità e talvolta l'inerzia degli Stati.

Dal punto di vista medico e giuridico, le mutilazioni genitali femminili comprendono tutte quelle procedure che comportano l'asportazione parziale o totale dei genitali esterni femminili, o altre lesioni degli stessi, effettuate per ragioni non terapeutiche. Tali interventi producono conseguenze irreversibili sul piano fisico, psicologico e relazionale, incidendo in modo permanente sulla salute, sulla vita sessuale, sulla capacità riproduttiva e sull'identità personale delle vittime. Il fatto che tali pratiche siano frequentemente inflitte a bambine in età prepuberale accentua ulteriormente la loro gravità giuridica, collocandole nel perimetro delle violazioni più estreme dei diritti dell'infanzia.

Le conseguenze fisiche delle mutilazioni genitali femminili sono spesso immediate e di estrema gravità, soprattutto quando la pratica viene eseguita in assenza di condizioni igienico-sanitarie adeguate e senza alcuna competenza medica. Emorragie acute, infezioni, shock settico e dolore intenso rappresentano complicanze frequenti nella fase immediatamente successiva all'intervento. Nei casi più gravi, tali complicazioni possono condurre alla morte della minore, configurando una lesione irreversibile del diritto alla vita e imponendo una lettura delle MGF anche in termini di rischio letale consapevolmente accettato dagli adulti responsabili.

Sul medio e lungo periodo, le MGF determinano danni permanenti all'apparato genitale e urinario. Sono frequenti le infezioni croniche, le cistiti ricorrenti, le difficoltà nella minzione e l'insorgenza di fistole, che compromettono in modo significativo la qualità della vita. Tali esiti non sono eventi occasionali, ma conseguenze prevedibili e strutturali della pratica, il che rafforza la qualificazione giuridica delle MGF come violenza intenzionale e non come atto tradizionale privo di consapevolezza lesiva.

Le ripercussioni sulla salute sessuale e riproduttiva sono altrettanto rilevanti. Le mutilazioni genitali femminili possono causare dispareunia, anorgasmia, infertilità e gravi complicazioni durante la gravidanza e il parto, aumentando il rischio di emorragie ostetriche, parto prolungato e mortalità materna e neonatale. La compromissione della funzione riproduttiva incide direttamente sul diritto alla salute e sull'autodeterminazione sessuale e procreativa, diritti che trovano riconoscimento tanto negli ordinamenti nazionali quanto nel diritto internazionale dei diritti umani.

Va inoltre considerato che molte donne sottoposte a MGF necessitano, nel corso della vita, di interventi chirurgici correttivi o di assistenza sanitaria continuativa, con un carico significativo sui sistemi sanitari pubblici. Questo aspetto evidenzia come le MGF non siano solo una violazione individuale, ma producano effetti sociali e collettivi, aggravando disuguaglianze e vulnerabilità già esistenti. La prevenzione assume dunque anche una dimensione di responsabilità pubblica in termini di salute collettiva.

Accanto alle lesioni corporee, le mutilazioni genitali femminili producono effetti psichici profondi e duraturi. L'esperienza della mutilazione, soprattutto quando subita in età infantile, è frequentemente vissuta come un trauma intenso, caratterizzato da paura, dolore e senso di impotenza. La vittima è privata di ogni possibilità di comprendere o opporsi all'atto, con una violazione radicale della sua integrità psicologica e della fiducia nei confronti delle figure adulte di riferimento.

Numerosi studi evidenziano una correlazione significativa tra MGF e disturbi psicopatologici, tra cui disturbo post-traumatico da stress, depressione, ansia cronica e disturbi del sonno. Tali condizioni possono accompagnare la persona per tutta la vita, compromettendo la capacità di costruire relazioni affettive equilibrate e di partecipare pienamente alla vita sociale. Dal punto di vista giuridico, ciò rafforza la qualificazione delle MGF come trattamento inumano e degradante, con effetti che si protraggono ben oltre il momento dell'atto.

Particolarmente rilevante è l'impatto sull'identità personale e sull'immagine corporea. Molte donne riferiscono sentimenti di vergogna, alienazione dal proprio corpo e difficoltà a riconoscersi come soggetti autonomi e desideranti. La mutilazione diventa così uno strumento di interiorizzazione della subordinazione di genere, incidendo sulla percezione di sé e sul senso di valore personale. Questa dimensione psicologica rende evidente come le MGF non siano solo una lesione fisica, ma una forma di controllo simbolico e sociale del corpo femminile.

Infine, il silenzio che spesso circonda le mutilazioni genitali femminili aggrava ulteriormente il danno psichico. La difficoltà di parlare dell'esperienza, la paura di stigmatizzazione e la pressione comunitaria a normalizzare la violenza impediscono alle vittime di accedere tempestivamente a supporto psicologico e legale. La protezione effettiva dei diritti umani impone dunque non solo la criminalizzazione della pratica, ma anche la creazione di spazi sicuri di ascolto e cura, in cui le donne e le ragazze possano ricostruire la propria autonomia e dignità.

Negli ultimi anni si assiste, tuttavia, a un cambiamento significativo che merita di essere valorizzato anche sul piano giuridico e politico. Sempre più donne che hanno subito mutilazioni genitali femminili stanno prendendo parola, rifiutando il silenzio imposto e opponendosi apertamente alla riproduzione della violenza sulle proprie figlie. Questa presa di coscienza rompe la catena intergenerazionale della mutilazione e dimostra che la tradizione non è un destino immutabile, ma un costrutto sociale che può essere trasformato dall'autodeterminazione femminile. In questa prospettiva, la Convenzione di Istanbul assume un ruolo decisivo, poiché impone agli Stati non solo di reprimere penalmente le MGF, ma anche di sostenere attivamente le donne che si sottraggono alle pressioni familiari e comunitarie, garantendo protezione, informazione e accesso ai servizi. Il diritto è così chiamato a farsi alleato di queste forme di resistenza civile, riconoscendo che la prevenzione più efficace nasce dal rafforzamento della libertà e della consapevolezza delle donne, soprattutto quando scelgono di difendere l'inviolabilità del corpo delle proprie figlie come principio non negoziabile.

La dimensione globale del fenomeno impone di superare definitivamente una narrazione che relega le mutilazioni genitali femminili a contesti lontani o culturalmente "altri", come se si trattasse di una violazione estranea alle società europee. La mobilità umana, i flussi migratori e la presenza stabile di comunità diasporiche rendono invece le MGF una questione attuale e concreta anche per gli ordinamenti occidentali, chiamati a confrontarsi con forme di violenza che possono manifestarsi sul proprio territorio o essere realizzate all'estero attraverso condotte transnazionali. In questo scenario, lo Stato non può limitarsi a una presa di posizione formale, ma è tenuto a predisporre strumenti normativi, amministrativi e giudiziari effettivi, capaci di intercettare il rischio, prevenire la commissione del reato e garantire una protezione reale alle potenziali vittime. La dimensione globale del fenomeno, lungi dall'attenuare la responsabilità degli ordinamenti nazionali, ne rafforza l'obbligo di intervento, imponendo una risposta che sia coerente con i principi di tutela dei diritti umani e con il dovere di protezione delle persone più vulnerabili, in particolare delle minori.

La disciplina introdotta dalla legge n. 7 del 2006 si inserisce in un quadro costituzionale che impone allo Stato un dovere rafforzato di tutela dell'integrità della persona. Le mutilazioni genitali femminili si pongono infatti in diretto contrasto con l'articolo 2 della Costituzione, che riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell'uomo, e con l'articolo 3, sotto il profilo della discriminazione fondata sul genere, colpendo esclusivamente bambine e donne in quanto tali. Esse violano inoltre l'articolo 32 della Costituzione, che tutela la salute come diritto fondamentale dell'individuo e interesse della collettività, poiché producono un danno permanente e deliberato alla salute fisica e psichica della vittima, in assenza di qualsiasi finalità terapeutica. In questa prospettiva, la criminalizzazione delle MGF non rappresenta una compressione della libertà culturale o religiosa, ma l'attuazione necessaria dei principi costituzionali di dignità, eguaglianza sostanziale e tutela della persona, che costituiscono il nucleo inderogabile dell'ordinamento repubblicano.

Particolarmente significativa è, inoltre, la scelta del legislatore di prevedere aggravanti specifiche quando la vittima è minorenne o quando il fatto è commesso da un genitore, da un ascendente o da chi esercita la responsabilità genitoriale. In tali ipotesi, la condotta assume un disvalore ulteriore, poiché alla violenza fisica si accompagna la violazione del dovere di cura, protezione ed educazione che grava sugli adulti di riferimento. Il consenso apparente della minore, quando presente, è giuridicamente irrilevante, poiché frutto di una condizione di soggezione, di pressione familiare e comunitaria e di una radicale asimmetria di potere. La previsione di aggravanti risponde così all'esigenza di affermare che la famiglia non può mai trasformarsi in luogo di immunità penale e che l'interesse superiore della minore prevale su qualsiasi pretesa identitaria o tradizionale. Il diritto penale, in questo senso, non interviene per punire una cultura, ma per proteggere una persona vulnerabile da una violenza che ne compromette irreversibilmente il presente e il futuro.

Il diritto penale, tuttavia, non può essere considerato uno strumento autosufficiente. La repressione, pur necessaria, deve inserirsi in un quadro più ampio di prevenzione, intercettazione del rischio e sostegno alle vittime. In questo senso, il sistema di protezione deve attivarsi prima che il danno si consumi, soprattutto quando emergono indicatori di pericolo, come viaggi programmati verso Paesi in cui la pratica è diffusa o segnali di forte condizionamento familiare. L'inerzia dello Stato, in questi casi, può tradursi in una responsabilità per omissione di tutela.

La dimensione sovranazionale rafforza ulteriormente questo obbligo. La Convenzione europea dei diritti dell'uomo offre il quadro giuridico entro cui leggere le mutilazioni genitali femminili come violazioni multiple e sistemiche di diritti fondamentali. Esse integrano una violazione del divieto assoluto di tortura e di trattamenti inumani o degradanti, sancito dall'articolo 3, che non ammette deroghe né bilanciamenti. L'integrità fisica e psichica della persona, soprattutto quando si tratta di minori, costituisce un nucleo intangibile della dignità umana.

Le MGF incidono anche sul diritto al rispetto della vita privata e familiare, inteso in senso sostanziale come diritto all'autodeterminazione corporea e alla libertà di costruire la propria identità senza interferenze violente. Quando la pratica colpisce bambine e ragazze in ragione del loro genere, si configura inoltre una dimensione discriminatoria che interseca il divieto di discriminazione, rendendo la violazione ancora più grave. La giurisprudenza europea ha chiarito che gli Stati non possono limitarsi a non praticare direttamente tali condotte, ma devono adottare misure positive efficaci per prevenirle e reprimerle.

Questo obbligo positivo si traduce in una pluralità di doveri: indagare in modo serio ed effettivo, punire i responsabili con sanzioni proporzionate, proteggere le potenziali vittime e garantire accesso a rimedi adeguati. In alcuni casi, la protezione può assumere la forma della concessione dell'asilo o di altre misure di protezione internazionale, quando il rischio di mutilazione nel Paese di origine è concreto e attuale. La mancata protezione, in tali circostanze, può configurare una violazione degli obblighi convenzionali.

Un ruolo centrale è svolto dalla Convenzione di Istanbul, che rappresenta uno dei più avanzati strumenti internazionali nella lotta alla violenza contro le donne. Essa riconosce espressamente le mutilazioni genitali femminili come una forma di violenza di genere e impone agli Stati di criminalizzarle, prevenirle e contrastarle attraverso politiche integrate. La Convenzione supera definitivamente ogni approccio relativista, affermando che la cultura, la tradizione o l'onore non possono mai essere invocati per giustificare atti di violenza.

La prospettiva adottata è sistemica e multilivello. Non basta intervenire ex post con la sanzione penale; occorre investire in formazione degli operatori, sensibilizzazione delle comunità, educazione ai diritti e costruzione di reti di supporto. Forze dell'ordine, magistratura, personale sanitario, servizi sociali e istituzioni scolastiche devono essere messi in condizione di riconoscere i segnali di rischio e di intervenire in modo coordinato. La mancanza di competenze specifiche può trasformarsi in una falla del sistema di protezione.

La tutela delle minori è il fulcro di questo impianto giuridico. Le bambine sottoposte a MGF sono vittime di una violenza che compromette irreversibilmente il loro futuro, sottraendo loro la possibilità di scegliere liberamente sul proprio corpo e sulla propria vita. La protezione deve essere tempestiva, effettiva e centrata sull'interesse superiore della minore, anche quando ciò comporta decisioni difficili, come l'allontanamento temporaneo dal contesto familiare o la limitazione della responsabilità genitoriale.

Accanto alla dimensione repressiva e protettiva, vi è quella della presa in carico delle vittime. Le donne e le ragazze che hanno subito mutilazioni genitali femminili necessitano di percorsi di cura fisica e psicologica adeguati, di supporto legale e di accompagnamento sociale. La violenza subita non si esaurisce nell'atto materiale, ma si prolunga nel tempo attraverso dolore cronico, disturbi post-traumatici, difficoltà relazionali e stigma. Ignorare questa dimensione significa perpetuare la violazione.

Un approccio realmente efficace deve includere anche il coinvolgimento delle comunità di origine, non in chiave punitiva ma trasformativa. Il cambiamento culturale non può essere imposto esclusivamente dall'esterno, ma deve essere promosso attraverso il dialogo, l'educazione e l'empowerment, soprattutto delle donne all'interno delle comunità stesse. Tuttavia, questo percorso non può mai tradursi in una sospensione della tutela giuridica: la protezione dei diritti fondamentali non è negoziabile.

Contrastare le mutilazioni genitali femminili significa affermare un principio essenziale dello Stato di diritto: il corpo delle bambine e delle donne non è terreno di controllo sociale, familiare o religioso, ma spazio inviolabile di libertà personale. Il diritto penale, i diritti umani e gli strumenti internazionali convergono nel riconoscere che l'integrità fisica e la dignità della persona costituiscono un limite invalicabile a qualsiasi pretesa culturale.

In questa prospettiva, la lotta alle MGF non è una battaglia di civiltà contro la cultura altrui, ma una battaglia per l'universalità dei diritti umani. Essa misura la capacità degli Stati di proteggere i più vulnerabili, di garantire l'eguaglianza sostanziale tra i generi e di tradurre in pratica i principi solenni proclamati nelle carte dei diritti. È una sfida giuridica, politica ed etica che riguarda tutti, perché riguarda il significato stesso della dignità umana.

Articoli affini:

Migliorare la vita delle donne significa migliorare le possibilità di scegliere la propria vita sessuale e riproduttiva

25 novembre: Giornata mondiale contro la violenza di genere. La violenza sulle donne è una pandemia sociale!

#ViolenzaSulleDonne la pandemia l’ha inasprita!