Combattenti di Daesh in fuga, foreign fighters europei e tradimento dei curdi: il rischio terrorismo ritorna in Occidente

28.01.2026

La riattivazione del rischio terroristico in Europa non è una recrudescenza improvvisa, ma l'esito prevedibile di una gestione politica e giuridica incoerente dei conflitti mediorientali. La fuga di combattenti di Daesh dai campi di detenzione nel nord-est della Siria, a seguito dell'avanzata dell'esercito siriano e del conseguente indebolimento del controllo curdo, ha riaperto uno scenario che l'Occidente aveva colpevolmente rimosso. Tra i fuggitivi figurano numerosi foreign fighters occidentali, spesso in possesso di passaporto europeo, con il rischio concreto che possano riorganizzarsi e tornare a colpire anche sul suolo europeo.

Da anni l'Europa rinvia una scelta strutturale sul destino giuridico di questi soggetti. Non si è voluto affrontare il nodo del rimpatrio e del processo penale, né costruire un meccanismo internazionale di giudizio e detenzione, preferendo delegare di fatto la gestione del problema alle forze curde. Un attore non statale, privo di pieno riconoscimento politico e di adeguate risorse, è stato chiamato a svolgere una funzione di sicurezza globale senza gli strumenti propri di uno Stato. Questa delega impropria ha prodotto una fragilità strutturale: quando il controllo territoriale viene meno, la minaccia non si estingue, ma si disperde.

Parallelamente, l'Occidente ha mostrato una marcata disinvoltura nel normalizzare nuovi interlocutori armati, salutando con favore l'emersione politica di Ahmad al-Sharaa, noto anche come Abu Muhammad al-Jawlani un ex jihadista. Aperture diplomatiche e accordi sono stati giustificati in nome della stabilità e del contenimento di pericoli ritenuti maggiori, adottando una lettura selettiva del passato e delle pratiche presenti. È una logica ricorrente: la coerenza giuridica viene sacrificata al pragmatismo geopolitico, con la presunzione che la sicurezza possa essere garantita chiudendo gli occhi su violazioni e ambiguità strutturali.

In questo quadro, i curdi risultano ancora una volta i grandi sacrificati perché incarnano un progetto politico e sociale incompatibile con gli equilibri autoritari dell'area. Il popolo curdo vive storicamente in una regione continua ma frammentata tra Turchia, Siria, Iraq e Iran, il cosiddetto Kurdistan, e rivendica da decenni il diritto all'autodeterminazione su territori abitati in modo stabile e maggioritario da popolazioni curde. Questa aspirazione affonda le proprie radici nel primo dopoguerra, quando la dissoluzione dell'Impero ottomano lasciò irrisolta la questione curda, nonostante promesse internazionali mai tradotte in riconoscimento statale.

Ciò che rende i curdi particolarmente invisi agli attori regionali non è soltanto la rivendicazione territoriale, ma il modello politico che essi hanno progressivamente elaborato. Nelle aree di autogoverno, soprattutto nel nord-est della Siria, si è affermata una visione fondata su pluralismo etnico e religioso, laicità delle istituzioni, partecipazione dal basso e parità di genere. La democrazia è intesa come organizzazione comunitaria diffusa, basata su consigli locali, rappresentanza paritaria e coinvolgimento diretto della popolazione, con un ruolo pubblico centrale riconosciuto alle donne anche nei vertici politici e militari. In un contesto regionale segnato da autoritarismi, repressione e verticalizzazione del potere, questo modello rappresenta una sfida sistemica.

La richiesta di uno Stato curdo o, quantomeno, di un'autonomia politica stabile si colloca dunque in una cornice giuridica chiara: il principio di autodeterminazione dei popoli, formalmente riconosciuto dal diritto internazionale, ma sistematicamente svuotato quando entra in conflitto con interessi geopolitici consolidati. Per le potenze regionali, un'entità curda autonoma costituirebbe un precedente destabilizzante; per molte potenze esterne, un fattore di rischio da contenere piuttosto che un diritto da garantire.

Dopo essere stati il principale argine contro Daesh, pagando un prezzo altissimo in termini di vite umane, distruzione e tenuta sociale, i curdi vengono così marginalizzati nel momento in cui si ridisegnano gli equilibri regionali. Alleati indispensabili nella guerra, diventano rapidamente superflui nella pace negoziata altrove. È un tradimento che non è solo politico, ma profondamente giuridico: mina la credibilità degli impegni assunti, svuota di senso la cooperazione internazionale in materia di sicurezza e trasmette un messaggio pericoloso, secondo cui la difesa dei diritti vale solo finché è funzionale.

Il risultato è una combinazione esplosiva: combattenti jihadisti dispersi, accordi politici opachi e l'indebolimento dell'unico attore che aveva dimostrato affidabilità nel contenimento del terrorismo. Continuare su questa strada significa alimentare le condizioni per nuove violenze. Senza una strategia fondata sulla responsabilità penale, sulla cooperazione giudiziaria e sul rispetto dell'autodeterminazione dei popoli, la stabilità resta apparente. Dove il diritto viene sacrificato all'opportunismo, la violenza trova sempre lo spazio per tornare.