Proteste in Iran: costo della vita, repressione e la lunga attesa di una transizione democratica

11.01.2026

Le proteste che attraversano la Iran – o, più correttamente, la Persia, come i manifestanti stessi rivendicano – non sono un'esplosione improvvisa né una semplice reazione contingente all'aumento del costo della vita. Esse rappresentano l'ennesimo punto di rottura di una società stremata da decenni di autoritarismo teocratico, isolamento internazionale, crisi economica strutturale e sistematica compressione delle libertà fondamentali. Il carovita, l'inflazione fuori controllo, la disoccupazione e l'impoverimento diffuso costituiscono la scintilla; la richiesta di un cambio di regime e di una transizione democratica autentica è l'obiettivo dichiarato e condiviso da ampie fasce della popolazione.

Queste proteste si collocano in una linea di continuità con le mobilitazioni precedenti, ma con una radicalità crescente: non più soltanto riforme, non più correttivi, bensì la messa in discussione frontale dell'intero impianto del potere degli Ayatollah. È una sfida aperta, consapevole dei rischi, che si alimenta di una determinazione ormai difficilmente contenibile.

Uno degli strumenti centrali della repressione è, ancora una volta, il blocco quasi totale di internet e delle linee telefoniche. Il regime ha compreso da tempo che il controllo dell'informazione è decisivo quanto quello delle piazze. Oscurare la rete significa impedire la circolazione di immagini, video e testimonianze; significa isolare le città, spezzare il coordinamento tra i manifestanti e rendere più difficile l'attenzione internazionale.

Il blackout informativo non è un effetto collaterale, ma una precisa strategia di governo: trasformare la repressione in un evento invisibile, confinato entro i confini nazionali, sottratto allo sguardo dell'opinione pubblica globale. In questo senso, la censura digitale assume i contorni di una vera e propria forma di violenza strutturale, che accompagna e rafforza quella fisica esercitata nelle strade.

Nonostante il blocco, alcune informazioni riescono a filtrare grazie a reti clandestine, VPN, contatti con la diaspora persiana. Ed è proprio da queste poche, frammentarie ma concordanti testimonianze che emerge un quadro drammatico. Si parla già di centinaia di morti, tra cui minori e giovanissimi, colpiti durante le manifestazioni o nei rastrellamenti successivi.

A Teheran, secondo fonti indipendenti, la situazione ha raggiunto livelli tali da costringere le autorità ad allestire un capannone accanto all'obitorio principale per ospitare i corpi dei civili uccisi. Un'immagine che richiama scenari di conflitto armato e che smentisce radicalmente la narrazione ufficiale di "disordini limitati" o di "interventi proporzionati delle forze di sicurezza".

Questi dati, seppur difficili da verificare in tempo reale, presentano un elemento inquietante: la sistematicità. Non si tratta di episodi isolati, ma di una repressione diffusa, che colpisce senza distinzione, con un uso della forza chiaramente sproporzionato e orientato a terrorizzare la popolazione.

In questo contesto, le dichiarazioni del regime sull'uso estensivo della pena di morte contro i manifestanti assumono un peso giuridico e politico enorme. L'annuncio di processi rapidi e di condanne capitali non è soltanto una risposta repressiva, ma un messaggio simbolico: lo Stato teocratico si arroga il potere di decidere chi merita di vivere per aver osato contestare l'ordine costituito.

La pena di morte, già largamente applicata in Persia anche per reati politici, diventa così uno strumento di deterrenza collettiva, in aperto contrasto con i principi fondamentali del diritto internazionale dei diritti umani, a partire dal diritto alla vita e dal giusto processo. È la trasformazione del sistema penale in un meccanismo di annientamento del dissenso, privo di qualsiasi garanzia.

Come già avvenuto durante le proteste di "Donna, vita e libertà", anche in questa fase le donne persiane sono protagoniste assolute. Non solo partecipano, ma guidano, simbolicamente e materialmente, la rivolta. I video che circolano – quando riescono a farlo – mostrano donne che fumano in pubblico, che bruciano le foto dell'Ayatollah, che pronunciano frasi esplicite contro il regime e contro Ali Khamenei.

Si tratta di gesti che, in un contesto come quello persiano, hanno un valore politico dirompente. Non sono provocazioni folcloristiche, ma atti di rottura consapevoli con l'ordine morale e giuridico imposto dalla teocrazia. Le donne, ancora una volta, incarnano la richiesta di libertà personale, di autodeterminazione e di laicità dello Stato, diventando il volto più temuto e più potente della protesta.

A fronte di questa realtà, la televisione di Stato continua a trasmettere una narrazione completamente distorta. Le manifestazioni vengono minimizzate o descritte come complotti orchestrati dall'estero; le vittime civili scompaiono dal racconto ufficiale; lo spazio informativo è occupato quasi esclusivamente dai funerali dei Pasdaran uccisi negli scontri.

Questa scelta comunicativa non è neutra: serve a rafforzare l'idea di uno Stato assediato, legittimando la repressione come difesa della sicurezza nazionale. Al contempo, cancella deliberatamente il dolore dei civili e nega dignità alle vittime, contribuendo a una disumanizzazione sistematica del dissenso.

Le proteste in Iran mostrano un elemento nuovo e decisivo: la perdita della paura. Nonostante la repressione brutale, il blackout informativo, la minaccia della pena di morte, una parte significativa della popolazione continua a scendere in piazza con una consapevolezza politica sempre più matura. Il costo della vita è stato il detonatore, ma la posta in gioco è molto più alta: la fine del regime teocratico e l'avvio di una transizione democratica.

È una transizione che non sarà rapida né indolore. Le strutture del potere sono ancora solide, l'apparato repressivo è efficiente e spietato, e la comunità internazionale appare spesso timida, divisa o prigioniera di calcoli geopolitici. Tuttavia, ciò che emerge con chiarezza è che il patto di obbedienza su cui si regge il regime degli Ayatollah è profondamente incrinato.

La storia insegna che i regimi autoritari possono resistere a lungo, ma raramente sopravvivono quando perdono il controllo simbolico sulle coscienze. In Persia, oggi, quel controllo vacilla. E anche se la strada verso la democrazia resta lunga e incerta, il fatto stesso che venga rivendicata apertamente, nelle piazze e nei gesti quotidiani di sfida, rappresenta già una frattura irreversibile nell'ordine imposto.

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