Guerra Russia-Ucraina: perché senza fermare l’aggressore non può esistere una pace giusta

La guerra di aggressione della Federazione Russa contro l'Ucraina, iniziata unilateralmente e portata avanti in aperta violazione dei principi fondamentali del diritto internazionale. Non una "crisi", non un conflitto tra parti simmetriche, non una guerra civile mascherata, ma un'aggressione armata pianificata e ordinata dal presidente Vladimir Putin, che affonda le sue radici almeno nel 2014 con l'annessione illegale della Crimea e la destabilizzazione del Donbass, per poi esplodere apertamente il 24 febbraio 2022 con l'invasione su larga scala dell'intero territorio ucraino.
Chiamare questa guerra con il suo nome non è un esercizio linguistico, ma un atto di responsabilità politica. Il lessico neutro, apparentemente prudente, è in realtà uno strumento di deresponsabilizzazione. Qui sono stati violati il divieto dell'uso della forza e il principio di integrità territoriale, pilastri della Carta delle Nazioni Unite e dell'ordine europeo del dopoguerra, più volte richiamati anche dall'Assemblea generale dell'ONU dopo l'invasione del 2022. Relativizzare questi principi significa indebolire l'intero sistema di sicurezza collettiva.
La pace, per essere reale, deve poggiare su un presupposto elementare: l'aggressore deve comprendere che la forza non paga. Se questo presupposto manca, i colloqui diventano un rituale vuoto o, peggio, un paravento diplomatico che consente alla violenza di continuare sotto un lessico più presentabile. Nel caso della guerra contro l'Ucraina, questa verità è persino più netta: non siamo di fronte a una "crisi" tra parti ugualmente responsabili, ma a una violazione frontale dell'ordine giuridico internazionale.
In questo quadro, la resistenza ucraina merita un elogio senza attenuanti. Non è soltanto coraggio militare: è tenuta morale, civile e democratica di un'intera società che, mentre subisce bombardamenti sulle infrastrutture, blackout, sirene, lutti e sfollamenti, continua a far funzionare scuole, ospedali, trasporti, amministrazioni. È la scelta quotidiana di non cedere alla logica imperiale dell'aggressore. E oggi, nel gelo invernale, quella resistenza diventa ancora più impressionante: non è retorica affermare che il freddo, quando si combatte o si sopravvive senza energia e con servizi essenziali precari, si trasforma in un'ulteriore arma. Gli ucraini stanno dimostrando una caparbietà che ha il sapore della storia: la determinazione di un popolo che non chiede pietà, ma il riconoscimento del proprio diritto a esistere come Stato sovrano.
Il popolo ucraino merita un elogio che va ben oltre la retorica. Sta mostrando una resistenza civile e militare che raramente si è vista in Europa nel XXI secolo, non solo per l'intensità del sacrificio umano, ma per la capacità di adattamento strategico dimostrata in condizioni estreme. L'Ucraina difende il proprio territorio, ma soprattutto difende il diritto di esistere come nazione sovrana, pagando un prezzo umano altissimo dopo anni di guerra logorante. Combatte nelle città distrutte, nei villaggi isolati, nelle trincee fangose, e oggi anche nel gelo estremo dell'inverno, quando il freddo diventa un'arma aggiuntiva contro corpi già stremati.
Ma questa resistenza non è rimasta statica. Dopo quattro anni di conflitto ad alta intensità, segnato da perdite enormi e da una progressiva riduzione delle risorse umane disponibili, gli ucraini hanno trasformato profondamente il modo di combattere. Alla guerra di posizione fondata sul controllo fisico del territorio si è progressivamente affiancata – e in parte sostituita – una guerra ibrida, in cui la tecnologia supplisce alla scarsità di uomini e donne sul fronte. L'uso massiccio dei droni, sia per la ricognizione sia per gli attacchi mirati, ha ridisegnato il campo di battaglia, riducendo l'esposizione diretta dei soldati e compensando l'inferiorità numerica. Parallelamente, le operazioni cyber sono diventate uno strumento centrale: attacchi alle infrastrutture digitali, sabotaggi informatici, difesa delle reti critiche e contrasto alla propaganda sono ormai parte integrante dello sforzo bellico.
Questa evoluzione non è segno di debolezza, ma di intelligenza strategica e resilienza democratica. È la dimostrazione di un popolo che, pur stremato, non rinuncia a difendersi e riorganizza la propria capacità di resistenza con gli strumenti disponibili, adattandosi a una guerra lunga e asimmetrica. Gli ucraini non stanno solo resistendo: stanno innovando il modo di resistere, trasformando la necessità in strategia. Ed è proprio in questa capacità di adattamento, oltre che nel sacrificio umano, che si manifesta la loro determinazione democratica: la volontà di continuare a difendere la propria libertà anche quando il costo diventa quasi insostenibile.
In questo conflitto, il freddo è stato trasformato consapevolmente in arma di guerra, attraverso una strategia sistematica di attacchi alle infrastrutture energetiche civili. La distruzione mirata di centrali elettriche, reti di distribuzione, impianti di riscaldamento e sottostazioni non risponde a esigenze militari immediate, ma a una logica di logoramento della popolazione civile, in aperta violazione del diritto internazionale umanitario. Privare deliberatamente milioni di persone di energia elettrica in pieno inverno significa esporle a condizioni di vita incompatibili con la dignità umana: assenza di riscaldamento, interruzione dell'approvvigionamento idrico, collasso dei servizi sanitari, isolamento delle comunicazioni, paralisi dei trasporti. Il gelo diventa così un moltiplicatore di sofferenza e mortalità, soprattutto per bambini, anziani e persone malate.
Dal punto di vista giuridico, questa condotta si colloca in una zona di grave illegalità internazionale. Il diritto internazionale umanitario impone il principio di distinzione tra obiettivi militari e beni civili, nonché il divieto di attacchi indiscriminati e sproporzionati. Le infrastrutture energetiche che garantiscono servizi essenziali alla popolazione civile rientrano nella categoria dei beni protetti, e il loro attacco deliberato, quando non giustificato da una necessità militare immediata e proporzionata, può integrare gli estremi del crimine di guerra. Colpire la rete elettrica non significa colpire un esercito, ma la capacità stessa di una società di sopravvivere, curarsi, comunicare e proteggere i propri membri più vulnerabili.
Inoltre, l'uso della privazione energetica come strumento di pressione collettiva può configurare una forma di punizione collettiva, espressamente vietata dal diritto internazionale umanitario. Quando la sofferenza inflitta ai civili diventa un mezzo per piegare la volontà politica di uno Stato, la guerra travalica il confronto armato e si trasforma in un attacco diretto alla popolazione. In questo senso, il freddo non è un effetto collaterale della guerra, ma un elemento intenzionalmente sfruttato per produrre terrore, stanchezza e resa.
La responsabilità non è solo individuale, ma anche statale. Secondo il diritto internazionale, uno Stato risponde per gli atti illeciti commessi dalle proprie forze armate, specialmente quando tali atti rientrano in una strategia coerente e ripetuta nel tempo. La sistematicità degli attacchi alle infrastrutture energetiche ucraine rafforza l'ipotesi di una politica deliberata, e non di episodi isolati. A ciò si affianca la possibile responsabilità penale individuale dei vertici politici e militari, che può essere valutata anche davanti a sedi giurisdizionali internazionali, inclusa la International Criminal Court, per crimini di guerra e violazioni gravi del diritto internazionale umanitario.
Colpire l'energia significa colpire la vita quotidiana, la sopravvivenza e la dignità di un popolo. È una scelta che rivela la natura profonda di questa guerra: non una guerra limitata contro un esercito, ma una guerra contro una società, condotta attraverso strumenti che mirano a spezzare la resistenza civile sfruttando il freddo, la precarietà energetica e la vulnerabilità umana come mezzi di combattimento. Ed è proprio questa dimensione a rendere ancora più urgente una risposta internazionale ferma, capace di affermare che anche la guerra ha limiti, e che la loro violazione comporta responsabilità giuridiche precise, non negoziabili.
Chi sostiene che "basta negoziare" dimentica un dettaglio decisivo: per negoziare occorre che le parti riconoscano un limite. Qui il limite è stato violato più volte, e non per errore, bensì per metodo. Prima dell'Ucraina c'è stata la Georgia, e la Georgia non è un capitolo marginale, ma un precedente rivelatore. Nell'agosto 2008, il conflitto esplode apertamente e l'Unione europea, attraverso la Missione di monitoraggio, descrive un progressivo deterioramento culminato nella guerra, sullo sfondo delle fratture territoriali di Abkhazia e Ossezia del Sud. L'esito politico-strategico è rimasto evidente: la Russia ha riconosciuto unilateralmente le autorità separatiste e ha consolidato una realtà di controllo territoriale che limita la sovranità georgiana e mantiene instabile il confine. Quando l'aggressione non incontra un argine credibile, diventa precedente. E i precedenti, in geopolitica, sono inviti a ripetere.
Non è solo una lettura politica. Anche sul piano dei diritti umani, le vicende georgiane hanno prodotto un contenzioso internazionale di grande rilievo. La Corte Europea dei Diritti dell'Uomo ha riconosciuto violazioni gravi e ha imposto alla Russia il pagamento di somme ingenti per abusi connessi al conflitto. Ma il punto politico resta immutato: nessuna decisione giudiziaria, per quanto autorevole, basta da sola a fermare un progetto espansionistico se manca una deterrenza effettiva.
Da qui discende una conclusione che molti evitano per timore, ma che è necessaria per onestà intellettuale: i colloqui di pace non avranno buon esito finché l'aggressore non sarà posto dinanzi a una sconfitta, o quantomeno a un'impossibilità concreta di proseguire l'aggressione. In assenza di questo, la "pace" rischia di trasformarsi in congelamento del conflitto, utile solo a chi ha già sottratto territori e vuole guadagnare tempo per consolidare l'illecito. Un armistizio senza riequilibrio non è pace: è un intervallo operativo.
Il caso ucraino lo dimostra con drammatica coerenza. Prima l'annessione illegale della Crimea, poi la destabilizzazione del Donbass, infine l'invasione su larga scala. In parallelo, le sedi giurisdizionali internazionali hanno reagito, ma si è resa evidente la frattura strutturale tra diritto e potenza: quando un attore rifiuta la logica del limite, il diritto senza strumenti politici e materiali diventa denuncia, non freno.
In questo spazio si colloca una responsabilità grave dell'Europa e dell'Occidente. Gli ucraini stanno morendo anche per la nostra mancanza di coraggio. Non solo militare, ma persino diplomatico. L'Occidente ha spesso confuso la prudenza con la rinuncia, la moderazione con l'inerzia. Aiuti tardivi e con armamenti non decisivi, sanzioni frammentate, dichiarazioni forti seguite da azioni deboli, continui richiami alla pace privi di una strategia per imporla. Questa esitazione non ha ridotto la violenza: l'ha prolungata. Continue pressioni per "trovare un compromesso" hanno spesso indebolito, anziché rafforzare, la posizione negoziale ucraina.
Per questo il nodo dei negoziati non può essere affrontato con slogan. Una pace giusta richiede condizioni chiare: cessazione dell'aggressione, ritiro delle forze occupanti, rispetto dell'integrità territoriale, garanzie di sicurezza effettive. Senza questi elementi, ogni trattativa rischia di essere una finzione diplomatica.
L'Europa, in particolare, ha mostrato una debolezza strutturale: incapace di parlare con una sola voce, timorosa di assumere decisioni realmente incisive, prigioniera di calcoli interni e dipendenze pregresse. Questo non è equilibrio, è esitazione. E nel diritto internazionale, l'esitazione davanti a un'aggressione armata equivale a una forma di complicità passiva.
Continuare a invocare la pace senza creare le condizioni perché essa sia possibile significa svuotare la parola di ogni significato. Per un regime che fonda la propria legittimazione sulla forza, la pace non è un valore, ma una pausa tattica. Senza una sconfitta militare russa, o quantomeno senza la chiara impossibilità di proseguire l'aggressione, ogni negoziato è destinato a fallire o a tradursi in una legittimazione dell'illecito. Sarebbe una pace ingiusta, costruita sulla pelle di chi ha resistito.
L'Ucraina sta invece scrivendo una pagina decisiva della storia europea. Sta dimostrando che la libertà non è un concetto astratto, ma una scelta quotidiana, spesso dolorosa, che richiede sacrificio. Sta difendendo anche noi: l'idea stessa che i confini non si cambiano con i carri armati e che la sovranità degli Stati non è negoziabile sotto minaccia. Proprio per questo meriterebbe un sostegno politico, militare e diplomatico molto più forte, coerente e coraggioso.
La verità è semplice e scomoda: senza una risposta occidentale all'altezza, la guerra non finirà. Finirà solo quando l'aggressione non sarà più conveniente. Fino ad allora, ogni esitazione prolunga il conflitto e aumenta il numero delle vittime. Onorare il coraggio degli ucraini significa smettere di avere paura delle conseguenze politiche di una scelta giusta. Significa assumersi finalmente la responsabilità storica che questo tempo impone.
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