Decreto Sicurezza 2026: incentivi agli avvocati nei rimpatri e rischio per il diritto di difesa

La misura del Decreto Sicurezza 2026 che prevede un incentivo economico per i difensori coinvolti nelle procedure di rimpatrio volontario degli stranieri rappresenta un passaggio giuridicamente delicato e, sotto molti profili, problematico. L'ipotesi di riconoscere circa 615 euro, attingendo ai fondi di riserva del Tesoro, al buon esito della procedura introduce infatti un elemento di condizionamento che rischia di alterare la natura stessa della funzione difensiva. L'avvocato, nel nostro ordinamento, non è – né può diventare – un facilitatore di politiche pubbliche, ma resta un presidio di garanzia dei diritti fondamentali della persona, a prescindere dalla cittadinanza o dallo status giuridico del soggetto assistito.
Il punto critico emerge con evidenza se si richiama l'articolo 24 della Costituzione, che sancisce l'inviolabilità del diritto di difesa in ogni stato e grado del procedimento, e l'articolo 111, che impone il rispetto del giusto processo. L'introduzione di un incentivo economico legato all'esito della procedura rischia di compromettere l'indipendenza tecnica del difensore, inducendolo – anche solo indirettamente – a privilegiare soluzioni conformi all'interesse pubblico di rimpatrio rispetto all'interesse individuale dell'assistito. Si tratta di una tensione che si pone in aperto contrasto con i principi deontologici forensi, tra cui l'autonomia, la lealtà e la centralità esclusiva del mandato difensivo.
Non è un caso che le principali istituzioni della giustizia abbiano reagito con fermezza. Il Consiglio Nazionale Forense ha lamentato l'assenza di consultazione, evidenziando una violazione del principio di leale collaborazione istituzionale; l'Associazione Nazionale Magistrati ha espresso sconcerto, mentre le Camere Penali hanno colto il nodo centrale: il rischio di trasformare il difensore in uno strumento dell'indirizzo politico in materia migratoria. Tale trasformazione, se accettata, segnerebbe un arretramento culturale prima ancora che giuridico, perché inciderebbe sulla funzione costituzionale dell'avvocatura quale soggetto necessario alla realizzazione della giurisdizione.
Il quadro si aggrava ulteriormente alla luce delle contestuali limitazioni al gratuito patrocinio. In un sistema già segnato da difficoltà di accesso alla giustizia per i soggetti più vulnerabili, restringere le maglie dell'assistenza legale gratuita significa comprimere concretamente il diritto di difesa, soprattutto nei procedimenti che incidono sulla libertà personale e sul diritto di soggiorno. In questo senso, la combinazione tra incentivo economico e restrizione delle garanzie rischia di produrre un effetto distorsivo sistemico: da un lato si orienta la difesa verso un determinato esito, dall'altro si riducono gli strumenti per opporsi efficacemente.
Sul piano costituzionale e sovranazionale, la questione si intreccia anche con l'articolo 13 della Costituzione (libertà personale), l'articolo 10, comma 3 (diritto d'asilo), nonché con gli articoli 6 e 13 della Convenzione europea dei diritti dell'uomo, che garantiscono il diritto a un ricorso effettivo e a un equo processo. Qualsiasi intervento normativo che incida su tali diritti deve rispettare criteri di proporzionalità, ragionevolezza e non discriminazione. L'introduzione di meccanismi premiali legati all'esito di una procedura amministrativa, in un ambito così sensibile, appare difficilmente conciliabile con tali parametri.
Infine, non può essere trascurato il profilo procedurale e politico. L'adozione di un decreto-legge "omnibus", caratterizzato da eterogeneità e approvato con modalità sostanzialmente blindate, solleva interrogativi sulla compressione del dibattito parlamentare e sul rispetto dell'articolo 77 della Costituzione, che richiede i presupposti di necessità e urgenza. Il ricorso sistematico alla fiducia su provvedimenti di ampia portata rischia di svuotare il ruolo del Parlamento, alterando l'equilibrio tra i poteri dello Stato.
In prospettiva, la vera sfida non è quella di rendere più efficaci le politiche di rimpatrio attraverso incentivi discutibili, ma di costruire un sistema che coniughi legalità, garanzie e dignità della persona. Il diritto dell'immigrazione misura, più di ogni altro ambito, la coerenza reale dello Stato di diritto: quando le tutele diventano selettive, non restano confinate ai margini, ma inaugurano un metodo destinato, col tempo, a estendersi ben oltre.
Articoli affini:
