Curdi e Siria: la fine del sogno del Rojava e la lunga storia di promesse tradite

12.03.2026

Il popolo curdo rappresenta uno dei più evidenti paradossi della storia contemporanea: una delle più grandi comunità etniche del Medio Oriente, stimata tra i 30 e i 40 milioni di persone, che continua a non possedere uno Stato sovrano riconosciuto nel sistema internazionale. La loro vicenda è segnata da una costante promessa mancata: quella del riconoscimento politico e giuridico della loro identità collettiva. I curdi non chiedono di essere celebrati retoricamente come eroi o simboli romantici di resistenza; chiedono piuttosto ciò che in diritto costituzionale e internazionale dovrebbe essere il fondamento della loro dignità politica: il riconoscimento formale dei loro diritti nella legge fondamentale degli Stati in cui vivono.

L'espressione spesso utilizzata nei discorsi politici – "i curdi sono nei nostri cuori e nei nostri occhi" – è stata più volte contestata dagli stessi leader curdi, che rivendicano invece un principio molto più concreto: se davvero i curdi sono parte integrante della Siria, della Turchia, dell'Iraq o dell'Iran, allora devono essere riconosciuti nelle rispettive costituzioni come componente ufficiale dello Stato. In altre parole, la questione curda non è una questione simbolica o identitaria, ma eminentemente giuridica e costituzionale.

La storia moderna dimostra come le aspirazioni politiche curde siano state ripetutamente strumentalizzate dalle potenze regionali e internazionali. Già nel 1920 il Trattato di Sèvres prevedeva la possibilità di uno Stato curdo autonomo nell'area dell'altopiano del Kurdistan. Tuttavia, appena tre anni dopo, con il Trattato di Losanna del 1923, tale prospettiva venne definitivamente abbandonata dalle potenze occidentali, che privilegiarono l'equilibrio geopolitico regionale rispetto al principio di autodeterminazione dei popoli.

Da allora la questione curda è rimasta sospesa tra promesse e abbandoni. Nel 1972 gli Stati Uniti sostennero la rivolta dei curdi in Iraq contro il regime di Baghdad, ma pochi anni dopo, con l'accordo tra Iran e Iraq del 1975, i curdi furono nuovamente lasciati senza protezione internazionale. Negli anni Ottanta il regime di Saddam Hussein avviò una brutale campagna militare contro la popolazione curda culminata nell'operazione Anfal, considerata da molti studiosi un vero e proprio genocidio.

La guerra civile siriana del 2011 sembrò riaprire una finestra storica per il riconoscimento politico dei curdi. Nel nord-est della Siria nacque infatti una struttura politico-amministrativa autonoma conosciuta come Rojava, basata su un modello di autogoverno locale, pluralismo etnico e partecipazione politica che attirò l'attenzione di osservatori internazionali e accademici. Durante la guerra contro il cosiddetto Stato Islamico, le Forze Democratiche Siriane (SDF) a guida curda divennero il principale alleato degli Stati Uniti sul terreno. Le città di Kobane, Raqqa e Manbij furono liberate grazie al sacrificio di migliaia di combattenti curdi.

Particolare rilievo assunse il ruolo delle unità femminili curde, divenute simbolo internazionale di resistenza contro il jihadismo. Nella propaganda dello Stato Islamico circolava persino la convinzione che essere uccisi da una donna avrebbe impedito al combattente jihadista di accedere al paradiso dei martiri. Questa dimensione simbolica contribuì a rendere le combattenti curde figure quasi leggendarie nell'immaginario globale. Ho approfondito più diffusamente il tema delle YPJ in un altro articolo.

Tuttavia l'autonomia del Rojava si è rivelata estremamente fragile dal punto di vista giuridico e geopolitico. Essa non si fondava su un riconoscimento costituzionale o internazionale, ma su un equilibrio militare contingente, reso possibile dalla presenza delle forze statunitensi e dall'incapacità del governo di Damasco di ristabilire il controllo diretto sul territorio. Con la progressiva riduzione dell'impegno americano nella regione, tale equilibrio si è progressivamente dissolto.

La nuova leadership siriana guidata da Ahmed al-Sharaa ha avviato un processo di reintegrazione del nord-est del Paese nelle strutture statali. L'accordo firmato con il comandante delle SDF, Mazlum Abdi, prevede l'integrazione delle forze curde nei ministeri della Difesa e dell'Interno siriani, nonché il trasferimento al governo centrale del controllo sui valichi di frontiera e sulle risorse energetiche della regione. In termini giuridici, ciò significa che l'esperimento politico del Rojava rischia di essere progressivamente smantellato senza che sia garantito un reale riconoscimento costituzionale dei diritti collettivi curdi.

La Turchia ha sostenuto con forza questo processo. Ankara considera infatti qualsiasi forma di autonomia curda ai propri confini una minaccia alla sicurezza nazionale, sostenendo che le SDF mantengano legami con il Partito dei Lavoratori del Kurdistan (PKK), organizzazione classificata come terroristica dal governo turco e da diversi Stati occidentali.

Il risultato è che, ancora una volta, i curdi si trovano in una posizione di estrema vulnerabilità politica. Dopo aver svolto un ruolo decisivo nella sconfitta territoriale dello Stato Islamico, rischiano ora di perdere anche quell'autonomia de facto che avevano costruito nel corso della guerra siriana.

Le conseguenze potrebbero essere significative anche sul piano della sicurezza regionale. Il ritiro delle forze curde da alcune aree del nord-est siriano ha già generato un nuovo flusso di sfollati verso il Kurdistan iracheno, mentre gli Stati Uniti stanno trasferendo migliaia di detenuti legati allo Stato Islamico dalle strutture controllate dalle SDF ad altre aree della regione. La gestione di questi detenuti e dei campi come Al-Hol rappresenta una delle questioni più delicate per la stabilità del Medio Oriente nei prossimi anni.

La vicenda curda dimostra in modo emblematico quanto il principio di autodeterminazione dei popoli, pur riconosciuto dal diritto internazionale, rimanga spesso subordinato agli interessi geopolitici delle potenze regionali e globali. Finché i diritti collettivi del popolo curdo non troveranno una forma di riconoscimento giuridico stabile – costituzionale o internazionale – il loro destino continuerà a oscillare tra autonomia temporanea e repressione statale.

Per i curdi non basta essere celebrati come eroi di guerra o simboli di resistenza. Ciò che chiedono è molto più semplice e al tempo stesso molto più radicale: essere riconosciuti come popolo titolare di diritti politici e costituzionali.

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