YPJ: le donne curde che hanno sconfitto il terrorismo di Daesh e terrorizzato l’ISIS

Le Unità di Protezione delle Donne (YPJ) rappresentano uno dei fenomeni più significativi della storia contemporanea del Medio Oriente. Nate nel 2013 nel contesto della guerra civile siriana, queste unità militari femminili curde sono diventate il simbolo di una resistenza che unisce autodifesa, emancipazione e lotta contro il terrorismo jihadista. Nel nord della Siria, nella regione autonoma del Rojava, le YPJ non sono soltanto un corpo combattente: sono l'espressione concreta di un progetto politico e sociale fondato sull'uguaglianza di genere, sulla partecipazione democratica e sull'autodeterminazione dei popoli.
Quando nel 2014 il cosiddetto Stato Islamico (Daesh) iniziò la sua espansione militare tra Siria e Iraq, imponendo un regime di violenza sistematica, schiavitù sessuale e persecuzione religiosa, le YPJ divennero una delle principali forze impegnate nella resistenza armata. In particolare durante la battaglia di Kobane, combattuta tra il 2014 e il 2015, le combattenti curde si distinsero per determinazione e capacità militare, contribuendo in modo decisivo alla sconfitta delle milizie jihadiste.
Il ruolo delle YPJ non è stato soltanto militare. Le loro azioni hanno assunto anche una forte dimensione simbolica e psicologica nella guerra contro Daesh. Secondo numerose testimonianze e analisi giornalistiche e accademiche, molti combattenti jihadisti temevano profondamente di essere uccisi da una donna. Nella propaganda interna dello Stato Islamico circolava infatti la convinzione — radicata in una visione estremista e misogina della religione — che morire per mano di una donna avrebbe comportato una sorta di disonore spirituale e l'impossibilità di accedere alla ricompensa promessa ai martiri.
In questa narrativa distorta, il paradiso promesso ai combattenti jihadisti, con le celebri "72 vergini" della tradizione propagandistica salafita, rappresentava uno degli strumenti di mobilitazione ideologica utilizzati dai gruppi terroristi per reclutare miliziani. L'idea di essere uccisi da una donna veniva percepita come una sorta di maledizione che avrebbe infranto tale promessa. Le combattenti delle YPJ erano perfettamente consapevoli di questo aspetto e, in più occasioni, hanno dichiarato di utilizzare anche questa dimensione psicologica come parte della loro resistenza contro il terrorismo.
In questo senso le YPJ hanno ribaltato completamente la narrativa jihadista. Un'organizzazione fondata sulla subordinazione totale delle donne si è trovata a combattere contro un esercito composto proprio da donne libere, armate e determinate. Il contrasto simbolico è stato enorme: da una parte un'ideologia che riduce la donna a oggetto e strumento di dominio patriarcale, dall'altra un movimento che pone la libertà femminile al centro della propria identità politica.
Dal punto di vista del diritto internazionale e della sicurezza collettiva, la lotta delle YPJ si inserisce nel più ampio quadro della guerra globale contro il terrorismo jihadista. Le milizie curde, insieme alle Forze Democratiche Siriane (SDF), hanno rappresentato uno degli attori più efficaci nella sconfitta territoriale dello Stato Islamico, contribuendo in modo determinante alla liberazione di vaste aree della Siria settentrionale e alla caduta del cosiddetto "califfato".
La loro esperienza solleva anche interrogativi rilevanti sul piano giuridico e politico. Da un lato, la partecipazione delle donne ai conflitti armati evidenzia l'evoluzione del ruolo femminile nei contesti di guerra, tema affrontato anche nell'ambito delle risoluzioni del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite su donne, pace e sicurezza, a partire dalla Risoluzione 1325 del 2000. Dall'altro lato, la vicenda del Rojava mostra come la difesa dei diritti umani e dell'uguaglianza di genere possa diventare parte integrante della resistenza contro forme estreme di violenza politica e religiosa.
In occasione dell'8 marzo, ricordare le YPJ significa dunque riconoscere il coraggio di migliaia di donne che hanno scelto di combattere non solo per la propria sopravvivenza, ma anche per un'idea di libertà radicalmente opposta a quella del terrorismo jihadista. Le combattenti curde hanno dimostrato che l'emancipazione femminile non è soltanto una questione sociale o culturale: in alcuni contesti diventa letteralmente una questione di vita, dignità e resistenza.
La loro storia ci ricorda che i diritti delle donne non sono mai acquisiti una volta per tutte. Sono il risultato di lotte, sacrifici e scelte coraggiose. In un mondo in cui il terrorismo, l'autoritarismo e il fondamentalismo continuano a minacciare le libertà fondamentali, le YPJ rappresentano uno dei simboli più forti della capacità delle donne di difendere la propria autonomia e di cambiare il corso della storia.
