Violenza giovanile a Massa: giustizia minorile, prevenzione e disagio neuropsichiatrico

La morte di Giacomo Bongiorni, avvenuta a Massa dopo un litigio degenerato in violenza, non può essere trattata come l'ennesimo episodio di cronaca destinato a consumarsi nello spazio breve dell'indignazione pubblica. Secondo la ricostruzione giornalistica, un padre di 47 anni avrebbe perso la vita dopo essere stato colpito durante una rissa, davanti al figlio di undici anni. Già questo dato basterebbe a imporre silenzio, rispetto e misura: rispetto per la vittima e per la sua famiglia, ma anche misura nel linguaggio, perché ogni responsabilità penale dovrà essere accertata nel processo, nel rispetto della presunzione di non colpevolezza prevista dall'articolo 27 della Costituzione.
Il punto, però, non è soltanto giudiziario. Naturalmente chi commette un fatto grave deve risponderne davanti alla legge, anche se è minorenne, con tutte le garanzie proprie dell'ordinamento. Ma se ci fermiamo al singolo processo, vediamo solo l'esplosione finale e non la miccia che bruciava da tempo. La vicenda di Massa racconta una cosa più scomoda: la violenza giovanile raramente nasce nel vuoto. Cresce nei luoghi dove gli adulti non ascoltano, dove le segnalazioni vengono archiviate come allarmismo, dove la notte urbana viene governata con ordinanze temporanee e non con politiche stabili, dove la scuola e i servizi sociali restano soli, e dove ai ragazzi si offre poco più della strada, del consumo e del gruppo come unica forma di appartenenza.
Le denunce dei residenti, gli esposti, le risse precedenti, le lamentele sugli atti vandalici, l'allarme per l'uso di alcol e sostanze non possono essere liquidati come semplice "percezione". La percezione, quando è collettiva, reiterata e documentata, diventa un indicatore di rischio. Non sostituisce i dati, ma chiede che i dati vengano raccolti. Non può fondare da sola una politica penale, ma deve fondare una politica pubblica di prevenzione. Se una comunità dice per mesi che teme "qualcosa di irreparabile", l'istituzione non può rispondere soltanto dopo che l'irreparabile è accaduto.
Qui emerge il grande equivoco italiano sulla sicurezza: pensare che essa coincida con il controllo successivo. Chiudere i locali per qualche settimana, anticipare gli orari, aumentare le pattuglie, vietare la somministrazione di alcol in determinate fasce orarie può anche essere utile nell'immediatezza, soprattutto dopo un fatto gravissimo. Ma l'emergenza non è una politica. Se non è accompagnata da presidi educativi, spazi giovanili, controllo serio sulla vendita di alcol ai minorenni, osservatori territoriali sulle dipendenze, educativa di strada, mediazione sociale e scuole aperte, resta un cerotto su una frattura.
La violenza dei giovanissimi non va negata, ma va capita con precisione. Non tutti gli adolescenti violenti sono uguali. Vi sono ragazzi con percorsi precoci e persistenti di condotte antisociali, spesso più complessi sul piano psicologico e relazionale; e vi sono ragazzi che entrano nella devianza attraverso il gruppo, l'impulsività, l'imitazione, l'alcol, le sostanze, la ricerca di riconoscimento o la paura di apparire deboli. Confondere queste situazioni significa sbagliare la risposta. La giustizia minorile serve proprio a questo: individualizzare, distinguere, responsabilizzare senza distruggere.
Ma per distinguere davvero occorre prendere sul serio il disagio giovanile anche dal punto di vista neuropsichiatrico. Non per trasformare ogni comportamento aggressivo in una diagnosi, né per offrire una giustificazione automatica a chi commette un reato. La neuropsichiatria dell'infanzia e dell'adolescenza non è un alibi: è uno strumento per comprendere il funzionamento della persona, valutare i fattori di rischio e individuare interventi tempestivi. Un adolescente che agisce con violenza non è soltanto un soggetto da controllare; può essere anche un ragazzo con difficoltà di regolazione emotiva, traumi non elaborati, disturbi del comportamento, uso problematico di sostanze, disturbi dell'umore, condizioni neuroevolutive non riconosciute o una combinazione di questi elementi.
L'adolescenza è una fase di profonda riorganizzazione biologica e psicologica. Il cervello non matura in modo uniforme: i sistemi legati alla ricerca della ricompensa, alla sensibilità al giudizio dei pari e alla reazione emotiva possono risultare molto attivi, mentre le funzioni esecutive deputate alla pianificazione, all'inibizione degli impulsi, alla valutazione delle conseguenze e alla flessibilità decisionale sono ancora in sviluppo. Questo non significa che gli adolescenti siano incapaci di distinguere il bene dal male o di comprendere la gravità delle proprie azioni. Significa, però, che la capacità di controllo può essere più fragile soprattutto in situazioni di forte attivazione emotiva, presenza del gruppo, consumo di alcol o sostanze, umiliazione percepita e disponibilità di armi o oggetti offensivi.
Il gruppo dei pari può amplificare questo squilibrio. In adolescenza il bisogno di appartenenza è particolarmente intenso e il riconoscimento sociale può diventare una ricompensa potentissima. Davanti agli amici, un ragazzo può assumere rischi che non assumerebbe da solo, interpretare una ritirata come una perdita di status e reagire a una provocazione per non apparire debole. La responsabilità individuale resta, ma il contesto modifica il comportamento. Per questo la prevenzione non può limitarsi a dire ai ragazzi di "controllarsi": deve insegnare concretamente a riconoscere l'escalation, interrompere il conflitto, chiedere aiuto, tollerare la frustrazione e sottrarsi alla pressione del gruppo.
Un ruolo decisivo è svolto dalla regolazione emotiva. Alcuni adolescenti non dispongono di strumenti sufficienti per riconoscere la rabbia prima che diventi azione. Possono vivere emozioni intense come minacce assolute, interpretare uno sguardo o una parola come un attacco, passare rapidamente dalla vergogna all'ira e dall'ira all'aggressione. In questi casi non basta impartire una punizione: occorre lavorare sulle competenze emotive, sulla capacità di mentalizzare, sulla comprensione degli stati d'animo propri e altrui, sulla gestione dell'impulsività e sulla costruzione di alternative alla risposta violenta.
La neuropsichiatria infantile può contribuire a individuare situazioni che spesso restano invisibili. Disturbi da deficit di attenzione e iperattività non riconosciuti, difficoltà specifiche di apprendimento, disturbi del linguaggio, disabilità intellettive lievi, disturbi dello spettro autistico, disturbi della condotta, depressione, disturbi d'ansia, esperienze traumatiche e condizioni di disregolazione emotiva possono manifestarsi attraverso irritabilità, oppositività, isolamento, assenze scolastiche, abuso di sostanze o comportamenti aggressivi. Nessuna di queste condizioni determina automaticamente la violenza. Tuttavia, se non viene riconosciuta e trattata, può aumentare la vulnerabilità del ragazzo e rendere più difficile l'intervento educativo.
È importante evitare due errori opposti. Il primo è la patologizzazione: considerare ogni adolescente difficile come malato e ogni conflitto come sintomo di un disturbo. Il secondo è la banalizzazione: definire "ragazzate" segnali persistenti di sofferenza, aggressività, autolesionismo, abuso di sostanze o ritiro sociale. La valutazione neuropsichiatrica deve essere seria, multidisciplinare e rispettosa. Deve considerare la storia evolutiva, il funzionamento scolastico, le relazioni familiari, il contesto sociale, l'eventuale esposizione a violenza, il sonno, l'uso di sostanze e la presenza di precedenti interventi. Una diagnosi non è un'etichetta da apporre, ma un'ipotesi clinica da verificare e trasformare in un progetto di cura.
Anche il trauma merita maggiore attenzione. Molti ragazzi che manifestano aggressività hanno conosciuto, direttamente o indirettamente, esperienze di violenza, trascuratezza, abbandono, conflitti familiari, migrazioni traumatiche, bullismo o esclusione. Il trauma non produce sempre paura e passività: può produrre ipervigilanza, irritabilità, difficoltà a fidarsi, reazioni sproporzionate, bisogno di anticipare l'attacco e identificazione con l'aggressore. Un adolescente che vive ogni relazione come una possibile minaccia può reagire prima ancora di comprendere ciò che sta accadendo. Anche in questo caso, comprendere non significa assolvere; significa intervenire sulle cause che alimentano il rischio.
L'uso di alcol e sostanze può aggravare il quadro. L'alcol riduce l'inibizione, altera la valutazione delle conseguenze e può aumentare la reattività aggressiva, soprattutto in persone già vulnerabili o inserite in contesti conflittuali. Cannabis, stimolanti e altre sostanze possono interferire con il sonno, l'umore, l'attenzione e il controllo degli impulsi. Nei più giovani, il consumo può intrecciarsi con disagio psichico preesistente e diventare una forma di automedicazione rudimentale: per non sentire ansia, vergogna, tristezza o vuoto. Per questo i servizi per le dipendenze e quelli di neuropsichiatria non dovrebbero lavorare in compartimenti separati. Il ragazzo non è diviso in "problema di droga" e "problema psicologico": è una persona unica, con bisogni integrati.
Un altro elemento spesso trascurato è il sonno. La privazione cronica di sonno, favorita da uso notturno dei dispositivi, ritmi irregolari, lavoro precoce, consumo di sostanze e difficoltà familiari, può peggiorare irritabilità, impulsività, attenzione e capacità di giudizio. Non è la causa di una rissa mortale, ma può contribuire a rendere più fragile il controllo emotivo. La prevenzione dovrebbe includere anche educazione al sonno, alla salute digitale e all'uso consapevole dei social network, senza ridurre ogni problema alla tecnologia. I social possono amplificare umiliazioni, sfide, minacce e dinamiche di gruppo, ma spesso rendono visibili conflitti che nascono da fragilità già presenti.
Il nostro ordinamento non considera il minore autore di reato come un adulto in formato ridotto. L'articolo 97 del codice penale esclude l'imputabilità per chi non ha compiuto quattordici anni, mentre l'articolo 98 prevede che il minore tra i quattordici e i diciotto anni sia imputabile solo se, al momento del fatto, aveva capacità di intendere e di volere, con diminuzione della pena; lo stesso Ministero della Giustizia ricorda questa architettura nel quadro della giustizia minorile italiana. Non è buonismo: è diritto penale costituzionale applicato all'età evolutiva.
Il processo penale minorile, disciplinato dal D.P.R. 22 settembre 1988, n. 448, nasce infatti da una logica diversa da quella puramente afflittiva. Il giudice deve guardare al fatto, ma anche alla personalità del minore, al contesto familiare e sociale, alle risorse educative disponibili, alla possibilità di recupero. La messa alla prova, le prescrizioni, la permanenza in casa, il collocamento in comunità, la mediazione penale e gli strumenti riparativi non sono scorciatoie: sono strumenti di responsabilizzazione. La pena, anche quando necessaria, deve restare coerente con l'articolo 27 della Costituzione, secondo cui non può ridursi a vendetta statale, ma deve tendere alla rieducazione.
In questo percorso la valutazione neuropsichiatrica non deve essere confusa con una perizia destinata soltanto a stabilire se il ragazzo sia "malato" o "sano". Deve aiutare a comprendere il funzionamento complessivo del minore, il livello di maturazione, la capacità di prevedere le conseguenze, la presenza di disturbi, il ruolo delle sostanze, la qualità delle relazioni e le possibilità concrete di trattamento. Una valutazione utile deve tradursi in indicazioni operative: quale ambiente educativo è più adatto, quali terapie sono necessarie, quali limiti devono essere posti, quale sostegno serve alla famiglia, quali condizioni possono ridurre il rischio di recidiva.
Per questo il dibattito politico seguito agli episodi di violenza giovanile va maneggiato con estrema cautela. Il cosiddetto "decreto Caivano", ossia il D.L. 15 settembre 2023, n. 123, convertito nella legge n. 159/2023, è stato presentato come misura urgente contro disagio giovanile, povertà educativa e criminalità minorile, ma ha segnato anche un evidente irrigidimento del baricentro repressivo. Nel luglio 2026 il Governo ha poi approvato un disegno di legge volto a introdurre una presunzione relativa di imputabilità per i minori tra i quattordici e i diciotto anni, invertendo il criterio attuale: la capacità di intendere e di volere verrebbe presunta salvo prova contraria, secondo quanto riportato dal comunicato governativo ripreso da Sistema Penale.
Questa impostazione convince poco, e lo dico in modo netto. Il problema non è affermare che un minorenne possa essere responsabile: il nostro ordinamento lo prevede già. Il problema è trasformare l'eccezionale delicatezza dell'accertamento sulla maturità in una presunzione da superare. L'adolescenza non è una causa automatica di impunità, ma nemmeno una parentesi irrilevante. Sul piano neuropsicologico, educativo e giuridico, la maturità non si presume come se fosse un dato burocratico. Si accerta. Caso per caso. Con competenza. Con tempo. Con strumenti adeguati.
La vittima e i suoi familiari hanno diritto alla verità, alla giustizia e a un processo rapido ed equo. Il figlio che avrebbe assistito alla morte del padre ha diritto a una tutela psicologica e sociale seria, non simbolica. Un bambino esposto a una scena di violenza estrema può sviluppare paura, insonnia, senso di colpa, immagini intrusive, difficoltà scolastiche, irritabilità o sintomi post-traumatici. Non è sufficiente offrire un sostegno nei giorni immediatamente successivi: occorre garantire una presa in carico nel tempo, perché il trauma può riemergere in fasi successive dello sviluppo. La tutela deve comprendere valutazione clinica, sostegno alla famiglia, continuità scolastica e un adulto di riferimento stabile.
La comunità ha diritto a vivere le piazze senza paura. Ma nessuno di questi diritti viene davvero protetto se lo Stato risponde solo alzando le pene o riempiendo gli istituti penali minorili. La sicurezza democratica non è la somma di più carcere e più ordinanze. È la capacità di impedire che la violenza diventi l'unico linguaggio disponibile.
Il confronto con Bologna, emerso nella stessa inchiesta, è istruttivo. Non perché Bologna sia un modello perfetto o immune dalla violenza, ma perché mostra una direzione: centri educativi diffusi, servizi territoriali, scuole aperte, spazi dove gli adolescenti possano parlare tra loro e con adulti credibili, progetti non episodici, presenza pubblica non solo repressiva. A questo deve aggiungersi una rete neuropsichiatrica realmente accessibile, capace di intervenire prima dell'emergenza. Oggi molte famiglie attendono mesi per una valutazione, incontrano servizi frammentati o rinunciano perché non possono sostenere i costi della cura privata. Un ragazzo in difficoltà non può essere preso in carico soltanto quando arriva al pronto soccorso, in questura o davanti a un giudice.
La prevenzione richiede équipe territoriali composte da neuropsichiatri infantili, psicologi, educatori, assistenti sociali, pediatri, medici di medicina generale, insegnanti e operatori delle dipendenze. Queste figure devono poter condividere informazioni nel rispetto della riservatezza, costruire progetti individualizzati e accompagnare il ragazzo nei passaggi più delicati: il rientro a scuola, l'uscita da una comunità, la sospensione dell'uso di sostanze, la ricostruzione dei rapporti familiari, l'inserimento lavorativo. Senza continuità, ogni intervento rischia di interrompersi proprio quando comincia la parte più difficile.
Una città che investe milioni in riqualificazione urbana ma lascia chiusi gli spazi giovanili sbaglia priorità. Riqualificare non significa soltanto rifare piazze, mercati, piscine o impianti sportivi. Significa chiedersi chi abita quei luoghi, chi ne resta escluso, chi li attraversa di notte senza adulti di riferimento, chi non trova una palestra, una biblioteca aperta, un educatore, un consultorio, una radio, un laboratorio, un centro di aggregazione riconosciuto come proprio. Gli spazi per i giovani non possono essere soltanto commerciali o sorvegliati: devono essere educativi, accessibili, continui e credibili.
In questi luoghi si può fare anche prevenzione neuropsichiatrica senza trasformare ogni spazio in un ambulatorio. Un educatore formato può riconoscere un ritiro improvviso, un cambiamento radicale del comportamento, un aumento dell'aggressività, segnali di autolesionismo, abuso di sostanze o perdita di contatto con la scuola. Può orientare la famiglia verso i servizi e costruire un ponte con il ragazzo, spesso più efficace di un invio formale. La prevenzione funziona quando non aspetta che il giovane chieda aiuto con il linguaggio degli adulti, ma impara a leggere i segnali con rispetto e senza stigma.
Occorre anche chiamare le cose con il loro nome. La vendita di alcol ai minorenni, il consumo precoce di sostanze, la circolazione di coltelli, la fascinazione per modelli di forza e sopraffazione non sono dettagli folkloristici della notte. Sono fattori di rischio. Ma proprio per questo non bastano le retate o le chiusure temporanee. Servono controlli amministrativi costanti, sanzioni effettive per chi vende alcol illegalmente, dati aggiornati sulle dipendenze, un osservatorio convocato con regolarità, collaborazione tra prefettura, comune, scuole, SERD, servizi sociali, terzo settore e famiglie.
La risposta più seria alla violenza giovanile non è negare il conflitto, ma costruire adulti capaci di reggerlo. Gli adolescenti hanno bisogno di limiti, certamente. Ma i limiti funzionano solo se sono dentro una relazione. Un divieto senza relazione diventa sfida. Una pena senza progetto diventa marchio. Una comunità che invoca soltanto punizione rischia di produrre ciò che teme: ragazzi sempre più identificati con l'errore commesso, sempre più lontani dalla possibilità di cambiare.
Anche le famiglie hanno bisogno di sostegno, non soltanto di giudizio. Alcuni genitori non riconoscono i segnali di sofferenza; altri li vedono ma non sanno a chi rivolgersi; altri ancora sono essi stessi immersi in precarietà economica, conflitti, malattia o isolamento. Chiedere alla famiglia di "controllare di più" senza offrirle servizi, ascolto e strumenti significa scaricare su di essa una responsabilità che deve essere condivisa. La genitorialità efficace non coincide con la sorveglianza permanente: richiede presenza, regole coerenti, capacità di ascolto e accesso a un aiuto professionale quando il conflitto supera le risorse disponibili.
Il diritto penale minorile non assolve la violenza. La prende sul serio. Proprio per questo non può accettare risposte rozze. La morte di Giacomo Bongiorni merita giustizia, non propaganda. Massa merita sicurezza, non rassicurazioni tardive. I ragazzi meritano responsabilità, non abbandono. E lo Stato, se vuole essere autorevole, deve smettere di arrivare dopo, con il volto severo della repressione, e cominciare ad esserci prima, con la fatica quotidiana della prevenzione, della cura e della presa in carico neuropsichiatrica.
La vera domanda, allora, non è soltanto quanti anni di pena meriti un minorenne che commette un reato gravissimo. Questa domanda spetta al giudice, sulla base delle prove. La domanda politica e giuridica più ampia è un'altra: quante occasioni abbiamo perso prima che quel ragazzo arrivasse lì, in quella piazza, in quella notte, davanti a un uomo che non sarebbe più tornato a casa? Quante richieste di aiuto sono rimaste senza risposta? Quanti segnali sono stati letti come semplice maleducazione, quando forse indicavano una sofferenza più profonda? Finché non avremo il coraggio di rispondere a queste domande, continueremo a confondere la giustizia con la reazione e la sicurezza con l'emergenza.
Fonte:
