Un’anima per Trieste

Sono appena tornata dal convegno "Un'anima per Portovecchio", promosso da Porto Chiaro al Circolo della Stampa di Trieste. È il secondo incontro a cui partecipo su questo percorso civico, e ne esco con una convinzione ancora più netta: Porto Vecchio non è soltanto un dossier urbanistico, economico, turistico o immobiliare. È una domanda politica nel senso più alto del termine, cioè una domanda sulla polis, sulla città, sulla comunità che Trieste vuole diventare nei prossimi decenni.
In questi mesi ho sentito discutere di Porto Vecchio come di un problema da risolvere: che cosa costruire, che cosa vendere, che cosa destinare ad alberghi, musei, uffici, residenze, centri congressi, spazi per la ricerca o per l'innovazione. Tutto questo è certamente importante, ma viene dopo. La questione preliminare è più semplice e più radicale: Trieste sa cosa vuole diventare da grande? Perché Porto Vecchio è uno strumento, non il fine. Se manca una visione di città, nessun masterplan, per quanto raffinato, potrà davvero salvarci dal rischio di produrre un progetto formalmente efficiente ma sostanzialmente estraneo alla vita reale della comunità.
In apertura è stato letto anche un messaggio del vescovo, che ha espresso l'auspicio che i cittadini siano coinvolti nella rigenerazione di questa ampia zona urbana. Un passaggio mi sembra essenziale: la rigenerazione deve avere come punto di riferimento il bene comune dell'intera città, non la semplice privatizzazione di spazi e beni che appartengono a tutti. In poche parole, è stato condensato il cuore del problema: Porto Vecchio non può essere trattato come un vuoto da monetizzare, ma come un patrimonio collettivo da restituire alla città.
Da qui nasce anche il senso del lavoro di Porto Chiaro. Partecipare non è un'invasione di campo, non è un capriccio di cittadini ostinati, non è una perdita di tempo. È esercizio di responsabilità democratica. Se un'area così vasta, così carica di memoria e così decisiva per il futuro urbano viene trasformata, la cittadinanza non può essere spettatrice muta. Può non essere decisore finale, ma ha pieno diritto di interrogare, proporre, dissentire, sollecitare trasparenza, chiedere alternative.
Uno dei fili più forti della serata è stato proprio quello della memoria. Porto Vecchio è stato ricordato come una "città proibita", un luogo inaccessibile a chi non vi lavorava, segnato dalla fatica, dal lavoro portuale, dalla tecnica, dalla ferrovia, dalle merci, dai rapporti internazionali di Trieste con l'Europa e con il mondo. Era un luogo duro, prevalentemente maschile, ma dotato di un'anima precisa: quella del lavoro, della solidarietà tra lavoratori, dell'orgoglio di appartenere a una funzione essenziale della città. Smarrire questa memoria significherebbe amputare la rigenerazione della sua radice più profonda.
Ma memoria non significa immobilismo. Nessuno può pensare di riportare Porto Vecchio semplicemente a ciò che era. La vera sfida è dare nuova vita a quel genius loci senza cancellarlo. Rigenerare non vuol dire riempire magazzini. Vuol dire ricostruire un rapporto tra spazio, comunità, lavoro, cultura, abitare, mobilità, ambiente e futuro. Vuol dire chiedersi se quell'area dovrà diventare un quartiere vivo o una vetrina; un luogo attraversato dai cittadini o un'isola separata; un motore di sviluppo o un contenitore di rendita.
Molto interessante è stato il confronto tra le diverse visioni elaborate negli anni: progetti orientati alla competitività internazionale, alla ricerca, alla cultura, alla conservazione del patrimonio, alla partecipazione pubblica, all'economia circolare, alla sostenibilità. Da questa ricostruzione emerge un dato politico evidente: le idee non sono mancate. È mancato, piuttosto, un processo pubblico capace di trasformarle in una visione condivisa, trasparente e verificabile. Si è discusso per anni di Porto Vecchio, ma troppo spesso la cittadinanza è stata chiamata ad assistere più che a partecipare.
Particolarmente rilevante è la critica a una trasformazione prevalentemente turistico-immobiliare. Trieste non ha bisogno di un'altra operazione di facciata. Ha bisogno di trattenere giovani, attrarre competenze, creare lavoro stabile e qualificato, valorizzare la ricerca, connettere università, cultura, mare, scienza, tecnologia e impresa. Una città che invecchia, che fatica a trattenere le nuove generazioni e che rischia di affidarsi troppo al turismo non può permettersi di usare Porto Vecchio come mera occasione edilizia.
Anche l'idea di un polo museale e culturale è stata discussa con suggestioni importanti, ma va maneggiata con serietà. I musei non sono scatole da riempire con oggetti. Sono istituzioni che richiedono personale qualificato, governance, risorse, programmazione, reti nazionali e internazionali. La cultura può essere un motore straordinario di rigenerazione, ma soltanto se non diventa un'etichetta decorativa. Serve un sistema vivo: arte contemporanea, memoria portuale, archeologia industriale, scienza, musica, teatro, residenze artistiche, laboratori, spazi per studenti e giovani professionisti. Non un museo isolato, ma un ecosistema culturale.
È emerso poi con forza il tema della connessione con il resto della città. Porto Vecchio non può diventare una città nella città, separata dai quartieri, dai trasporti, dai bisogni sociali, dagli spazi verdi, dai servizi pubblici. La sua rigenerazione deve dialogare con il fronte mare, con Campi Marzio, con il sistema museale esistente, con le aree dismesse, con la mobilità pubblica, con l'università, con il porto vivo, con la dimensione transfrontaliera di Trieste. Se non sarà integrato, resterà un'enclave. Se sarà integrato, potrà diventare una leva per ripensare l'intero organismo urbano.
La domanda, allora, non è soltanto: quale anima per Porto Vecchio? La domanda vera è: quale anima per Trieste? Una città ripiegata sulla rendita o una città capace di produrre futuro? Una città che vende pezzi della propria memoria o una città che li restituisce alla collettività? Una città che subisce decisioni calate dall'alto o una città che pretende partecipazione, trasparenza e responsabilità? Una città turistica e intermittente o una città abitata, produttiva, colta, accessibile, giovane, internazionale?
La mia impressione, uscendo dal convegno, è che Porto Chiaro stia facendo qualcosa di tutt'altro che inutile. Sta provando a rimettere al centro il pensiero, in una fase storica in cui spesso la fretta viene confusa con l'efficienza e la vendita con la valorizzazione. Ma 66 ettari di futura città non richiedono fretta: richiedono visione. Richiedono il coraggio di fermarsi, discutere, studiare, coinvolgere, correggere la rotta, se necessario.
Porto Vecchio non è un'area qualunque. È una soglia tra passato e futuro. È il luogo in cui Trieste può decidere se limitarsi a consumare la propria bellezza o tornare a generare città. Per questo il dibattito non deve restare confinato agli addetti ai lavori. Deve diventare una grande conversazione pubblica, perché ciò che accadrà lì non riguarderà soltanto urbanisti, investitori o amministratori: riguarderà chi vive Trieste oggi e chi la erediterà domani.
La vera sfida non è trovare un'anima per Porto Vecchio come se quell'area fosse un corpo separato. La vera sfida è capire quale anima vogliamo dare a Trieste. Solo allora Porto Vecchio potrà smettere di essere un problema e diventare ciò che dovrebbe essere: una straordinaria occasione di bene comune, memoria viva e futuro condiviso.
