Tunisia, libertà di stampa sotto assedio: giornalisti arrestati e democrazia a rischio

06.11.2026

La Tunisia, che nel 2011 aveva rappresentato il simbolo della speranza democratica nel mondo arabo, sta attraversando una delle fasi più preoccupanti della propria storia politica recente. Il Paese che aveva dato origine alla Primavera araba, aprendo una stagione di riforme costituzionali, pluralismo e partecipazione civile, oggi assiste a una progressiva erosione delle libertà fondamentali. A farne le spese sono soprattutto giornalisti, oppositori politici e attivisti per i diritti umani, sempre più esposti a procedimenti giudiziari, intimidazioni e restrizioni nell'esercizio delle proprie attività.

Le immagini trasmesse da TGR Buongiorno Europa, nella rubrica Da Nord a Sud – Il Mediterraneo, mostrano giornalisti e cittadini tunisini scendere nuovamente in piazza per rivendicare un principio che dovrebbe costituire il fondamento di qualsiasi ordinamento democratico: il diritto di informare ed essere informati. Una mobilitazione che assume un significato particolarmente rilevante alla luce dell'ultimo indice mondiale sulla libertà di stampa elaborato da Reporters sans frontières (RSF). Nel 2026 la Tunisia occupa il 137º posto su 180 Paesi, dopo essersi collocata al 129º nel 2025. Un arretramento di otto posizioni in un solo anno, inserito in un deterioramento ben più profondo delle garanzie democratiche nell'ultimo quinquennio.

Per comprendere la gravità di questa regressione occorre tornare al 14 gennaio 2011, quando le proteste popolari portarono alla caduta del presidente Zine El-Abidine Ben Ali, dopo oltre vent'anni di governo autoritario. La rivoluzione tunisina rappresentò una svolta storica, perché dimostrò che anche in un contesto caratterizzato da repressione politica, disuguaglianze e limitazioni delle libertà civili era possibile rivendicare un ordinamento fondato sulla partecipazione democratica. La successiva transizione costituzionale, culminata nella Costituzione del 2014, sembrava confermare questa aspirazione.

Particolarmente significativi furono il decreto-legge n. 115 del 2 novembre 2011, relativo alla libertà di stampa, e il decreto-legge n. 116 dello stesso anno, riguardante la comunicazione audiovisiva e l'istituzione di un'autorità indipendente di regolamentazione. Si trattava di strumenti normativi destinati a superare il controllo politico sull'informazione e a consolidare un sistema mediatico pluralista. A distanza di quindici anni, tuttavia, proprio quelle conquiste appaiono progressivamente compromesse.

La svolta più controversa risale al 25 luglio 2021, quando il presidente Kaïs Saïed concentrò nelle proprie mani poteri straordinari, sospendendo le attività parlamentari e avviando una profonda trasformazione dell'assetto istituzionale. La nuova Costituzione del 2022 ha ulteriormente rafforzato la posizione del Capo dello Stato, alimentando le preoccupazioni di organizzazioni internazionali e osservatori indipendenti circa l'indebolimento dei meccanismi di controllo democratico. Il presidente, dal canto suo, respinge le accuse di autoritarismo e sostiene che le libertà fondamentali siano garantite.

La questione assume una dimensione eminentemente giuridica quando si analizza il rapporto tra legislazione penale e libertà di manifestazione del pensiero. Il decreto-legge tunisino n. 54 del 13 settembre 2022, adottato per contrastare gli illeciti connessi ai sistemi informatici e di comunicazione, è diventato uno degli strumenti normativi maggiormente contestati dalle organizzazioni per la tutela dei diritti umani. Nella formulazione originaria, l'articolo 24 prevedeva pene detentive particolarmente severe per determinate condotte di diffusione di informazioni false, suscitando il timore che la disposizione potesse essere utilizzata per reprimere opinioni politiche e attività giornalistiche sgradite al potere.

È però necessario considerare un aggiornamento legislativo fondamentale. Con il decreto-legge n. 1 del 30 settembre 2026, il legislatore tunisino ha modificato l'articolo 24, eliminando la pena detentiva per la prima violazione e introducendo sanzioni pecuniarie comprese tra 10.000 e 20.000 dinari. In caso di recidiva, tuttavia, rimangono previsti sei mesi di reclusione e una multa di 50.000 dinari. Le pene sono inoltre raddoppiate quando la persona destinataria della condotta è un pubblico funzionario o un soggetto equiparato.

Questa modifica costituisce un'attenuazione del precedente trattamento sanzionatorio, ma non elimina le criticità della disciplina. La formulazione delle fattispecie, infatti, continua a sollevare interrogativi sulla determinatezza delle condotte punibili e sul rischio di applicazioni incompatibili con la libertà di critica. La repressione della disinformazione può certamente perseguire finalità legittime, come la tutela dei diritti altrui e della sicurezza collettiva, ma non può trasformarsi in un mezzo per scoraggiare il controllo democratico sull'operato delle istituzioni. Il diritto penale deve tutelare beni giuridici, non proteggere il potere politico dal dissenso.

Emblematico è il caso del giornalista investigativo Mohamed Yousfi, direttore del sito indipendente Al-Katiba, arrestato il 4 settembre 2026 mentre si preparava a partecipare a una trasmissione radiofonica dedicata alla crisi idrica tunisina. Nei suoi confronti sono state formulate contestazioni relative a presunti illeciti finanziari, tra cui arricchimento illecito e riciclaggio. Le organizzazioni per la libertà di stampa e i suoi difensori hanno espresso forti preoccupazioni sulla vicenda, ritenendo che il procedimento possa avere una finalità intimidatoria. L'8 settembre numerosi giornalisti e attivisti hanno manifestato davanti al tribunale di Tunisi per chiedere la sua liberazione. Secondo la documentazione disponibile, Yousfi risulta sottoposto a custodia cautelare, senza una condanna definitiva. È essenziale precisare che le contestazioni mosse nei suoi confronti non derivano direttamente dall'articolo 24 del decreto-legge n. 54, ma da disposizioni in materia di reati finanziari.

Un'altra vicenda significativa riguarda Sonia Dahmani, avvocata e commentatrice politica, arrestata nel maggio 2024 e successivamente coinvolta in diversi procedimenti giudiziari per dichiarazioni rese pubblicamente. Dopo circa diciotto mesi di detenzione, Dahmani è stata rilasciata nel novembre 2025. Nel maggio 2026 ha ricevuto un'ulteriore condanna in primo grado a due anni di reclusione per dichiarazioni concernenti le condizioni delle carceri tunisine, provvedimento impugnato dalla difesa. La sua vicenda è diventata un simbolo delle difficoltà incontrate da coloro che esercitano pubblicamente il diritto di critica.

Le preoccupazioni non riguardano soltanto i procedimenti penali. Nell'agosto e nel settembre 2026 Reporters sans frontières ha denunciato episodi di ostacolo all'attività giornalistica durante la copertura della crisi idrica e delle proteste sociali. Particolarmente grave è l'episodio riguardante alcuni giornalisti del sito indipendente Nawaat, fermati e sottoposti, secondo le ricostruzioni delle organizzazioni per la libertà di stampa, a pressioni finalizzate anche all'accesso ai loro telefoni. Simili pratiche, qualora accertate, sollevano evidenti problemi in materia di libertà professionale, riservatezza delle comunicazioni e protezione delle fonti giornalistiche.

Dal punto di vista costituzionale, la contraddizione appare particolarmente significativa. L'articolo 37 della Costituzione tunisina del 2022 garantisce le libertà di opinione, pensiero, espressione, informazione e pubblicazione, vietando l'esercizio di controlli preventivi. L'articolo 38 riconosce il diritto all'informazione e all'accesso alle informazioni, mentre l'articolo 55 stabilisce che le limitazioni dei diritti fondamentali debbano rispondere alle esigenze di un regime democratico, essere giustificate e proporzionate, senza compromettere la sostanza delle libertà costituzionalmente garantite. 

Il problema, dunque, non consiste esclusivamente nell'esistenza formale di garanzie costituzionali, bensì nella loro effettiva applicazione. Una Costituzione può riconoscere solennemente la libertà di stampa, ma se il sistema normativo e la prassi delle autorità producono un effetto sistematico di intimidazione nei confronti dei giornalisti, quella garanzia rischia di perdere la propria efficacia sostanziale.

La tutela dell'informazione trova inoltre un fondamento preciso nel diritto internazionale. L'articolo 19 della Dichiarazione universale dei diritti umani del 1948 riconosce la libertà di opinione e di espressione, comprendendo il diritto di cercare, ricevere e diffondere informazioni. Analoga protezione è prevista dall'articolo 19 del Patto internazionale sui diritti civili e politici del 1966, ratificato dalla Tunisia, il cui terzo paragrafo ammette restrizioni soltanto nei limiti stabiliti dalla legge e necessari alla tutela di specifici interessi legittimi.

Il Comitato per i diritti umani delle Nazioni Unite, nel Commento generale n. 34 del 2011, ha chiarito che le restrizioni alla libertà di espressione devono superare rigorosi controlli di necessità e proporzionalità. Particolarmente importante è il riconoscimento della funzione del giornalismo nel garantire trasparenza, responsabilità istituzionale e partecipazione democratica. Anche l'articolo 9 della Carta africana dei diritti dell'uomo e dei popoli riconosce il diritto di ricevere informazioni e di esprimere e diffondere le proprie opinioni.

Ne consegue che l'arresto di un giornalista non costituisce automaticamente una violazione dei diritti fondamentali, poiché anche gli operatori dell'informazione sono soggetti alla legge penale. Tuttavia, qualsiasi procedimento deve rispettare i principi di legalità, presunzione di innocenza, diritto di difesa e giusto processo. Quando le iniziative giudiziarie coinvolgono ripetutamente professionisti impegnati a denunciare abusi o criticare le istituzioni, diventa indispensabile verificare con particolare rigore che l'esercizio dell'azione penale non sia strumentale alla repressione del dissenso.

Esiste, inoltre, una dimensione sociale della libertà di stampa che non dovrebbe essere sottovalutata. Impedire a un giornalista di raccontare le difficoltà economiche, le condizioni delle carceri, la gestione delle risorse idriche o le violazioni dei diritti umani significa incidere indirettamente anche sul diritto dei cittadini a conoscere fatti di interesse pubblico. Non si tratta, pertanto, di una prerogativa riservata a una categoria professionale, ma di una libertà collettiva senza la quale il controllo sull'esercizio del potere diventa progressivamente impossibile.

La Tunisia rappresenta oggi un caso particolarmente significativo per l'intera regione mediterranea. La sua vicinanza geografica, i rapporti diplomatici con l'Unione europea e la cooperazione in materia di migrazioni rendono la situazione dei diritti fondamentali un tema che riguarda direttamente anche l'Italia. Le relazioni internazionali non possono essere valutate esclusivamente attraverso parametri economici, commerciali o di contenimento dei flussi migratori. La protezione dello Stato di diritto e delle libertà civili dovrebbe costituire una componente essenziale di qualsiasi partenariato fondato sul rispetto dei diritti umani.

A mio avviso, sarebbe profondamente contraddittorio invocare la difesa della democrazia nei rapporti internazionali e, contemporaneamente, considerare secondaria la libertà di stampa quando questa entra in conflitto con interessi diplomatici o strategici. La credibilità delle istituzioni europee si misura anche nella capacità di mantenere una posizione coerente di fronte alle violazioni delle libertà fondamentali, indipendentemente dall'identità dei governi coinvolti.

Le manifestazioni dei giornalisti tunisini ci ricordano che la democrazia non è una conquista irreversibile. Può indebolirsi gradualmente, attraverso modifiche legislative, concentrazione dei poteri, pressioni economiche e procedimenti giudiziari capaci di produrre un clima di autocensura. Il pericolo più insidioso emerge quando la rinuncia a parlare liberamente non deriva più da un divieto esplicito, ma dalla paura delle possibili conseguenze.

La storia della Tunisia, tuttavia, non può essere ridotta alla repressione. Le persone che continuano a manifestare, documentare e denunciare le violazioni dei diritti rappresentano una componente essenziale della società civile, che non ha rinunciato alle aspirazioni democratiche della rivoluzione del 2011.

Difendere la libertà di stampa in Tunisia significa allora difendere qualcosa di molto più ampio: il diritto dei cittadini a conoscere la verità dei fatti, a contestare le decisioni pubbliche e a partecipare consapevolmente alla vita politica.

Perché una democrazia non si misura soltanto dalla possibilità di votare, ma anche dalla libertà di criticare chi governa senza temere ritorsioni per il legittimo esercizio dei propri diritti.

E quando i giornalisti devono scendere in piazza per chiedere di poter svolgere liberamente il proprio lavoro, non è soltanto la stampa a essere in pericolo. È la democrazia stessa.

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