Trump e Xi Jinping nel 2026: accordi commerciali, tensioni geopolitiche e nuova sfida tra USA e Cina

I "magnifici accordi commerciali" annunciati da Donald Trump durante la visita ufficiale a Pechino del maggio 2026 sembrano, almeno per ora, molto più un'operazione geopolitica e comunicativa che una vera svolta strutturale nei rapporti economici tra Stati Uniti e Cina. Dietro le immagini solenni, le passeggiate nei giardini imperiali di Zhongnanhai e le dichiarazioni trionfalistiche, resta infatti una realtà molto più complessa: Washington e Pechino continuano a considerarsi partner indispensabili ma anche rivali sistemici.
La visita di Trump a Xi Jinping è stata costruita simbolicamente come un vertice tra due superpotenze ormai poste sullo stesso piano strategico. La Cina ha voluto mostrare al mondo la propria centralità geopolitica, accogliendo Trump con un livello di cerimonialità rarissimo perfino per leader stranieri. Xi Jinping ha parlato apertamente della necessità di creare una "nuova relazione strategica stabile" tra i due Paesi, fondata su cooperazione economica, gestione controllata della competizione e stabilità globale.
Trump, dal canto suo, ha definito gli accordi raggiunti "fantastici" e ha sostenuto che lui e Xi abbiano risolto "problemi che altri non erano riusciti a risolvere". Tuttavia, analizzando concretamente i risultati emersi dal vertice, appare evidente che non vi siano ancora trattati vincolanti o trasformazioni radicali dell'assetto commerciale internazionale.
L'elemento economicamente più rilevante riguarda la prospettiva di nuovi acquisti cinesi di prodotti agricoli statunitensi, con particolare riferimento a soia, petrolio e altre esportazioni agroalimentari americane. Secondo il rappresentante commerciale statunitense Jamieson Greer, Pechino potrebbe impegnarsi ad acquistare beni agricoli americani per "decine di miliardi di dollari" all'anno nei prossimi tre anni. Si tratta però di annunci che ricordano molto da vicino gli accordi già promessi durante la prima presidenza Trump e che, storicamente, hanno avuto risultati inferiori alle aspettative.
Anche l'ipotesi di grandi acquisti di aerei Boeing da parte cinese è stata presentata come una vittoria diplomatica americana, ma senza dettagli definitivi né conferme pienamente convergenti da parte cinese. In altre parole, il vertice ha prodotto soprattutto dichiarazioni di intenti e una tregua politica momentanea, non un nuovo ordine commerciale mondiale.
Sul piano giuridico ed economico internazionale, il dato più interessante è forse un altro: la trasformazione del rapporto USA-Cina in una sorta di "condominio competitivo" globale. Entrambi gli Stati comprendono che una rottura economica totale sarebbe devastante per l'economia mondiale. La dipendenza reciproca resta enorme, soprattutto nelle filiere tecnologiche, nell'intelligenza artificiale, nei semiconduttori, nella logistica e nelle terre rare.
Eppure le divergenze strutturali non sono state risolte. Taiwan continua a rappresentare la principale linea rossa cinese, mentre gli Stati Uniti mantengono un'ambiguità strategica sempre più fragile. Durante il vertice, Xi avrebbe chiesto direttamente a Trump se Washington difenderebbe militarmente Taiwan in caso di attacco, ricevendo una risposta evasiva. Parallelamente restano aperte le tensioni su tecnologia, cybersicurezza, diritti umani, controllo delle catene produttive e rapporti della Cina con Iran e Russia.
Dal punto di vista del diritto internazionale economico, questi incontri mostrano anche il progressivo indebolimento del multilateralismo classico. L'Organizzazione Mondiale del Commercio appare sempre più marginale rispetto ai grandi accordi bilaterali tra potenze. Stati Uniti e Cina trattano ormai direttamente come poli geopolitici autonomi, in una logica che molti analisti definiscono "G2": una governance mondiale di fatto concentrata nelle mani delle due principali potenze economiche.
Questo scenario produce conseguenze enormi anche per l'Europa. L'Unione europea rischia infatti di trovarsi schiacciata tra due modelli economici e tecnologici concorrenti, mentre cresce la pressione per scegliere progressivamente un campo strategico. La visita di Trump a Xi è stata osservata con forte preoccupazione anche dagli alleati asiatici degli Stati Uniti, timorosi di eventuali compromessi americani su Taiwan o sugli equilibri regionali.
In definitiva, i cosiddetti "magnifici accordi commerciali" sembrano rappresentare soprattutto una tregua tattica e un gigantesco esercizio di diplomazia spettacolare. Xi Jinping ha ottenuto ciò che probabilmente desiderava maggiormente: mostrarsi al mondo come leader di una potenza ormai pari agli Stati Uniti. Trump, invece, ha ottenuto immagini forti, annunci economici spendibili internamente e la narrazione di un successo personale negoziale.
Ma sotto la superficie restano intatti quasi tutti i nodi fondamentali: guerra commerciale latente, competizione tecnologica, sicurezza nel Pacifico, crisi iraniana, controllo delle rotte energetiche e ridefinizione dell'ordine mondiale. Più che l'inizio di una nuova amicizia strategica, il vertice di Pechino sembra il tentativo di congelare temporaneamente uno scontro tra potenze che continua comunque a ridefinire il XXI secolo.
