Trump e i midterm 2026: la democrazia americana è in vendita?

Ci sono frasi che, in una campagna elettorale, servono semplicemente a conquistare un titolo sui giornali, e ce ne sono altre che meritano di essere analizzate perché rivelano qualcosa di più profondo sullo stato di una democrazia. La promessa di Donald Trump di corrispondere 5.000 dollari a ogni cittadino americano adulto nel caso in cui i repubblicani mantengano il controllo della Camera e del Senato appartiene, a mio avviso, alla seconda categoria. Non è soltanto una proposta economica, né una delle tante promesse destinate a essere dimenticate dopo il voto: è un messaggio politico che mette in discussione il rapporto tra consenso, istituzioni e denaro pubblico.
Il 3 novembre 2026 gli Stati Uniti voteranno per le elezioni di midterm. Saranno rinnovati tutti i 435 seggi della Camera dei rappresentanti e circa un terzo del Senato: è il meccanismo ordinario attraverso il quale, a metà del mandato presidenziale, gli elettori possono confermare oppure riequilibrare il potere politico a Washington. Trump, tuttavia, ha scelto di trasformare questa consultazione in qualcosa di diverso, cioè in un referendum sulla propria persona e sulla propria presidenza. Alla convention repubblicana di Dallas ha legato esplicitamente il pagamento del cosiddetto "Trump Dividend" alla vittoria del Partito repubblicano nelle due Camere. Secondo le stime riportate dalla stampa statunitense e internazionale, distribuire 5.000 dollari a ogni adulto comporterebbe una spesa superiore a un trilione di dollari.
Ed è precisamente qui che la questione smette di essere soltanto economica. In una democrazia è perfettamente legittimo promettere riduzioni fiscali, bonus, servizi pubblici, trasferimenti monetari o nuove politiche sociali: le elezioni servono anche a scegliere tra differenti programmi economici. Sarebbe quindi giuridicamente scorretto sostenere, senza ulteriori elementi, che qualsiasi promessa di denaro agli elettori equivalga automaticamente a una compravendita del voto. L'ordinamento federale statunitense conosce peraltro norme molto precise contro la corruzione elettorale. Il 18 U.S.C. § 597 punisce chi offre o effettua una spesa in cambio del voto, dell'astensione oppure del voto espresso a favore o contro un determinato candidato. Ma la promessa formulata da Trump è condizionata formalmente al risultato elettorale complessivo, non alla prova che il singolo cittadino abbia votato repubblicano. Per questa ragione sarebbe improprio trasformare automaticamente una valutazione politica molto critica in un'accusa di reato.
Il problema democratico, però, rimane enorme. Dire agli elettori, in sostanza, che se il proprio partito conquisterà il Congresso riceveranno personalmente 5.000 dollari modifica il linguaggio tradizionale della promessa elettorale. Il messaggio non è semplicemente: "votate per noi perché adotteremo una determinata politica economica". Diventa molto più diretto: se vinciamo noi, voi riceverete denaro. È proprio questa sovrapposizione tra consenso politico e beneficio economico individuale a meritare attenzione, perché rischia di trasformare il cittadino da titolare della sovranità a destinatario di una ricompensa promessa dal leader di turno.
C'è poi un secondo problema, strettamente costituzionale. Il Presidente degli Stati Uniti non dispone liberamente del Tesoro federale. L'Article I, Section 8, Clause 1 della Costituzione attribuisce al Congresso il potere di tassare e spendere per il bene generale; soprattutto, l'Article I, Section 9, Clause 7 stabilisce che nessuna somma possa essere prelevata dal Tesoro se non in conseguenza di stanziamenti disposti per legge. È il principio costituzionale del "power of the purse": la borsa dello Stato appartiene al Congresso, non al Presidente. Per distribuire una somma di queste dimensioni servirebbe quindi, salvo l'esistenza di una specifica autorizzazione legislativa già applicabile, l'intervento del Congresso. Il Presidente può formulare una proposta politica, ma non può semplicemente trasformare oltre un trilione di dollari di risorse federali in assegni personali per decreto. La stessa stampa americana ha sottolineato come il progetto non disponga al momento di una struttura legislativa e finanziaria definita.
È questo l'aspetto che trovo più inquietante: non tanto i 5.000 dollari in sé, quanto la progressiva personalizzazione delle istituzioni. Il Presidente non è proprietario del bilancio federale e il Congresso non dovrebbe essere ridotto a uno strumento necessario per realizzare le promesse personali del capo dell'esecutivo. Soprattutto, il voto non dovrebbe essere rappresentato come una transazione nella quale una parte politica offre un vantaggio individuale in cambio della propria permanenza al potere. La democrazia costituzionale nasce precisamente per impedire questa confusione, separando il partito dallo Stato, il programma politico dall'interesse personale e il potere esecutivo dagli strumenti finanziari che appartengono alla rappresentanza parlamentare.
Negli Stati Uniti la separazione dei poteri non è un dettaglio procedurale, ma l'architettura stessa costruita dalla Costituzione del 1787 per evitare la concentrazione del potere. Congresso, Presidenza e magistratura federale non sono articolazioni subordinate dello stesso comando politico: possiedono attribuzioni differenti e strumenti reciproci di controllo. Per questo i midterm hanno un significato che va ben oltre Trump. Gli americani non eleggeranno il Presidente il 3 novembre, ma il Congresso, che dovrebbe rappresentare uno dei principali contrappesi costituzionali all'esecutivo. Trasformare questa elezione in un plebiscito personale significa quindi alterarne politicamente la funzione, anche se naturalmente non ne modifica le regole costituzionali.
La strategia è inoltre rischiosa per lo stesso Partito repubblicano. Trump conserva una base estremamente fedele, ma arriva ai midterm in una fase di significativa difficoltà nei consensi, mentre alcuni candidati repubblicani impegnati nelle competizioni più equilibrate hanno cercato di mantenere una certa distanza dalla convention di Dallas. Sul voto pesano inoltre l'andamento dell'economia e le conseguenze della guerra con l'Iran. Dall'altra parte sarebbe troppo semplice descrivere i democratici come un'alternativa già compatta e pronta a raccogliere il malcontento. Anche il Partito democratico attraversa tensioni profonde tra la componente più progressista e quella moderata. I midterm del 2026 non raccontano quindi soltanto la crisi di una leadership, ma mostrano una polarizzazione che attraversa entrambe le grandi famiglie politiche americane.
Sullo sfondo compare già il 2028. JD Vance utilizza questa fase per consolidare il proprio rapporto con la base trumpiana e costruire una possibile successione. Ciò dimostra quanto queste elezioni siano contemporaneamente una consultazione sul presente e l'inizio della battaglia per il futuro del Partito repubblicano. Ed è forse questo il vero interrogativo che dovrebbe interessare anche noi europei: che cosa resta di una democrazia quando il cittadino viene progressivamente considerato non come titolare della sovranità, ma come consumatore al quale vendere un prodotto politico? Quanto può resistere una Costituzione quando il consenso verso una persona diventa più importante della distinzione tra istituzioni, partito e Stato?
Gli Stati Uniti hanno costruito una parte enorme della propria identità internazionale presentandosi come modello della democrazia costituzionale occidentale. Proprio per questo ciò che accade oggi merita di essere osservato senza caricature e senza indulgenze. I 5.000 dollari promessi da Trump potrebbero non essere mai distribuiti: potrebbero essere modificati, limitati dal Congresso oppure abbandonati, come già accaduto ad altre proposte analoghe. Ma il loro significato politico rimarrà, perché una democrazia non si misura soltanto dalla possibilità di inserire una scheda nell'urna. Si misura dalla qualità del rapporto tra elettori e potere, dalla credibilità delle istituzioni, dalla separazione dei poteri e dalla consapevolezza che il denaro pubblico non appartiene a chi governa.
Quando il messaggio diventa "se vinco io, ricevi 5.000 dollari", il confine tra programma politico e transazione elettorale diventa pericolosamente sottile. E una democrazia che comincia a dare un prezzo al consenso dovrebbe interrogarsi seriamente su quanto valga ancora il voto.
