Trump contro Maduro: ingerenza, operazione di polizia e violazione del diritto internazionale

L'iniziativa politica e comunicativa dell'amministrazione di Donald Trump volta a favorire la deposizione di Nicolás Maduro rappresenta uno dei casi più emblematici di strumentalizzazione del discorso democratico in aperto contrasto con i principi fondamentali del diritto internazionale. Presentata come un'azione necessaria per ristabilire la democrazia e tutelare i diritti umani del popolo venezuelano, essa si è rivelata, nei fatti, un'operazione priva di legittimità giuridica, inefficace sul piano politico e profondamente ipocrita sul piano valoriale. Il diritto internazionale contemporaneo, a partire dalla Carta delle Nazioni Unite, fonda l'ordine mondiale sul rispetto della sovranità statale, sul divieto dell'uso della forza e sul principio di non ingerenza negli affari interni di uno Stato: principi che non cessano di valere nemmeno di fronte a regimi autoritari o a crisi democratiche interne.
Il tentativo di promuovere un cambio di regime dall'esterno, attraverso pressioni unilaterali, riconoscimenti selettivi e minacce più o meno esplicite, costituisce una violazione diretta non solo del principio di autodeterminazione dei popoli, sancito dall'articolo 1 della Carta delle Nazioni Unite, ma anche dei principi fondamentali enunciati dall'articolo 2 della medesima Carta. In particolare, risultano compromessi il principio di sovrana uguaglianza degli Stati (art. 2, par. 1), il divieto di ingerenza negli affari interni di uno Stato (art. 2, par. 7) e il divieto dell'uso della forza o della minaccia dell'uso della forza nelle relazioni internazionali (art. 2, par. 4). Nessuna norma del diritto internazionale consente a uno Stato di arrogarsi il potere di stabilire quale governo sia legittimo all'interno di un altro Stato sovrano, in assenza di un mandato collettivo fondato sul sistema di sicurezza collettiva dell'ONU. Nel caso venezuelano, tale base giuridica è sempre mancata: non vi è stata alcuna autorizzazione del Consiglio di Sicurezza né un consenso internazionale qualificato idoneo a giustificare un'azione così invasiva sul piano politico e istituzionale.
A conferma del carattere eminentemente repressivo e unilaterale dell'iniziativa statunitense, va ricordato che l'azione politica contro il governo venezuelano si è accompagnata anche alla formale incriminazione penale di Nicolás Maduro da parte delle autorità giudiziarie statunitensi, con accuse gravissime di narcotraffico e narcoterrorismo, avanzate nel 2020 dal Dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti. Parallelamente, anche la moglie del presidente, Cilia Flores, è stata oggetto di misure restrittive e sanzioni personali, inserite in un più ampio quadro di pressione giudiziaria e finanziaria esercitata unilateralmente da Washington. Questo passaggio segna uno slittamento particolarmente delicato sul piano del diritto internazionale: la pretesa di esercitare una giurisdizione penale extraterritoriale nei confronti di un capo di Stato in carica e del suo nucleo familiare, al di fuori di qualsiasi mandato internazionale o cooperazione giudiziaria multilaterale, rafforza l'idea che l'intera operazione non fosse orientata alla promozione della democrazia o dei diritti umani, bensì strutturata come un'operazione di polizia internazionale unilaterale, volta alla delegittimazione personale e giudiziaria del vertice del regime. Una simile impostazione collide frontalmente con i principi di sovrana uguaglianza degli Stati e con le immunità funzionali riconosciute dal diritto internazionale consuetudinario, contribuendo ulteriormente a minare la legalità dell'azione complessiva e a svuotare di credibilità la retorica democratica che l'ha accompagnata.
Sul piano dei risultati concreti, l'operazione trumpiana ha dimostrato tutta la sua inconsistenza. Colpire simbolicamente la "testa" del regime, senza scalfire l'apparato statale, militare ed economico che ne garantisce la sopravvivenza, ha prodotto l'effetto opposto a quello dichiarato. Maduro è rimasto saldamente al potere, il sistema repressivo non è stato indebolito e la popolazione venezuelana ha continuato a subire le conseguenze di una crisi economica e sociale aggravata anche dalle sanzioni. Il diritto internazionale, nella sua dimensione più pragmatica, insegna che l'isolamento unilaterale e la pressione esterna non accompagnata da strumenti legittimi e multilaterali finiscono per rafforzare i regimi autoritari, offrendo loro un comodo nemico esterno contro cui compattare il consenso interno.
Ancora più rivelatore è l'aspetto economico dell'intera operazione. Dietro la retorica della difesa della democrazia si intravedono con chiarezza interessi materiali, in particolare legati alle ingenti risorse energetiche del Venezuela. La selettività con cui gli Stati Uniti hanno scelto i bersagli della propria indignazione internazionale dimostra l'assenza di una reale politica coerente di tutela dei diritti umani. Regimi ugualmente repressivi, ma economicamente o strategicamente allineati, non hanno mai suscitato lo stesso fervore interventista. Questa doppia morale non è solo politicamente discutibile, ma giuridicamente distruttiva: mina la credibilità dell'intero sistema internazionale di protezione dei diritti fondamentali, fondato sull'universalità e non sull'opportunismo.
Particolarmente grave, infine, è stato il tentativo di scaricare sull'opposizione venezuelana la responsabilità del fallimento dell'operazione. Nel discorso politico di Trump, l'incapacità di produrre un reale cambiamento è stata attribuita agli attori interni, come se una strategia esterna illegittima e mal concepita potesse essere giustificata dal comportamento di un'opposizione già indebolita, frammentata e repressa. Si tratta di una forma di deresponsabilizzazione che ignora il ruolo determinante dell'ingerenza straniera e che, sul piano giuridico e politico, appare del tutto incompatibile con una seria politica estera orientata alla promozione dello Stato di diritto.
Il caso venezuelano dimostra, ancora una volta, una verità che il diritto internazionale afferma con chiarezza ma che la politica di potenza continua a ignorare: la democrazia non può essere imposta violando le regole che dovrebbero garantirla. Senza legalità internazionale non vi è tutela dei diritti umani, senza rispetto della sovranità non vi è autodeterminazione, e senza coerenza giuridica ogni discorso sulla libertà dei popoli si riduce a mera propaganda. L'attacco politico a Maduro non ha migliorato la situazione democratica del Venezuela; ha soltanto mostrato quanto fragile diventi l'ordine internazionale quando il diritto viene piegato agli interessi economici e strategici di turno.
