Trieste, via Flavio Gioia: migranti, scontri e diritto all'accoglienza

Trieste è una città di confine, di passaggio, di incontri e di profonde contraddizioni. Da anni rappresenta uno dei principali punti di arrivo della rotta balcanica, lungo la quale migliaia di persone attraversano frontiere, affrontano violenze, privazioni e condizioni climatiche estreme nella speranza di raggiungere un luogo sicuro. Per alcune di loro Trieste è soltanto una tappa, per altre è la città nella quale chiedere protezione internazionale e tentare di ricostruire la propria esistenza. Eppure, proprio in una città che ha costruito una parte significativa della propria identità storica sull'incontro tra popoli, lingue e culture, l'accoglienza continua a rappresentare una questione irrisolta. La carenza di posti disponibili, le difficoltà di accesso alle procedure amministrative e l'assenza di strutture sufficienti per garantire un riparo immediato hanno progressivamente trasformato alcuni edifici abbandonati in luoghi di sopravvivenza. L'ex Silos, i magazzini del Porto Vecchio e, da ultimo, l'ex mercato comunale di via Flavio Gioia sono diventati i simboli di una contraddizione che non può essere ridotta a una semplice questione di ordine pubblico: da una parte la necessità di tutelare la sicurezza e la proprietà degli immobili, dall'altra l'obbligo di proteggere la vita e la dignità delle persone. Gli avvenimenti del 6 novembre 2026, culminati in un tentativo di occupazione dell'ex mercato e in violenti incidenti, impongono una riflessione che non può limitarsi alla cronaca della serata. Occorre ricostruire le origini della vicenda, analizzare le responsabilità istituzionali e individuali, distinguere la protesta legittima dalle condotte penalmente rilevanti e, soprattutto, individuare alternative concrete affinché la solidarietà non venga contrapposta alla legalità.
La storia dell'ex mercato di via Flavio Gioia è strettamente legata a quella dell'area ferroviaria e portuale di Trieste. L'edificio, situato nei pressi della stazione centrale e dell'ex Silos, appartiene al patrimonio comunale ed è inutilizzato da molti anni. La sua originaria destinazione commerciale ha lasciato progressivamente spazio all'abbandono, mentre nelle immediate vicinanze si concentravano le difficoltà di centinaia di persone arrivate lungo la rotta balcanica. Già nel 2022 era stata prospettata la possibilità di destinare la struttura a un centro di accoglienza temporanea a bassa soglia, ossia a uno spazio capace di offrire un riparo essenziale e immediato alle persone prive di sistemazione. Secondo le ricostruzioni giornalistiche, il progetto aveva ricevuto attenzione anche in sede prefettizia e prevedeva risorse economiche comunali e ministeriali, ma non giunse alla realizzazione. Nel marzo 2024 la TGR Friuli Venezia Giulia riportava che erano stati ipotizzati circa 30.000 euro di finanziamento comunale e 300.000 euro ministeriali. Nel frattempo, il vicino Silos era diventato uno dei luoghi più emblematici del disagio abitativo cittadino, con centinaia di persone costrette a dormire in ambienti degradati, privi di adeguati servizi igienici, riscaldamento e condizioni di sicurezza. Il 4 marzo 2024 alcuni attivisti del gruppo Rise Up riportarono pubblicamente l'attenzione sull'ex mercato, documentandone gli spazi e sostenendo che avrebbe potuto ospitare circa cento brandine. Il 16 maggio dello stesso anno la IV Commissione del Consiglio comunale effettuò un sopralluogo nella struttura, al quale parteciparono rappresentanti politici e realtà associative. Le valutazioni sull'effettiva possibilità di utilizzarla rimasero divergenti: alcuni ritenevano sufficienti interventi relativamente contenuti, mentre l'amministrazione comunale indicava altre soluzioni, tra cui il potenziamento dell'accoglienza a Campo Sacro. Il 21 giugno 2024 il Silos venne sgomberato attraverso un'operazione delle forze dell'ordine che, secondo le cronache dell'epoca, si svolse senza incidenti significativi. Lo sgombero pose fine a una situazione di grave degrado all'interno dell'edificio, ma non eliminò il problema delle persone prive di un riparo. Una parte della precarietà abitativa si trasferì progressivamente verso altri spazi abbandonati, dimostrando quanto un intervento esclusivamente finalizzato alla chiusura di un immobile possa risultare insufficiente quando non sia accompagnato da alternative adeguate.
La questione è tornata drammaticamente al centro dell'attenzione nella notte tra il 1° e il 2 novembre 2026, quando un incendio divampato nel Magazzino 18 del Porto Vecchio ha provocato la morte di due giovani, una donna italiana di 21 anni e un uomo marocchino di 23. Le prime ricostruzioni investigative hanno prospettato l'ipotesi che il rogo possa essere stato originato da un fuoco acceso all'interno dell'edificio, ma la dinamica e le eventuali responsabilità richiedono gli accertamenti delle autorità competenti. Questa tragedia ha riportato alla luce una realtà che da tempo era conosciuta: persone costrette a cercare riparo in edifici abbandonati, spesso privi delle condizioni minime di sicurezza, esposte al rischio di incendi, crolli e incidenti. Nei giorni successivi, le autorità hanno intensificato i controlli e gli interventi di chiusura degli accessi ai magazzini del Porto Vecchio, con l'obiettivo dichiarato di impedire ulteriori situazioni di pericolo. Tuttavia, proprio mentre Trieste veniva attraversata da una bora particolarmente intensa, è emersa nuovamente la questione delle alternative effettivamente disponibili. Il dormitorio invernale gestito dall'ICS in via Bonomo, secondo il servizio della TGR del 1° novembre, disponeva di venti letti e tre materassi aggiuntivi per le emergenze, una capacità che, da sola, non appare sufficiente a rispondere a tutte le situazioni di bisogno segnalate sul territorio. La morte dei due giovani ha determinato nuove mobilitazioni, assemblee e richieste rivolte alle istituzioni. Il 4 novembre i rappresentanti delle opposizioni comunali hanno sollecitato il sindaco Roberto Dipiazza e il prefetto Giuseppe Petronzi a individuare una soluzione urgente, indicando nuovamente l'ex mercato di via Flavio Gioia come possibile struttura da destinare all'accoglienza. Il problema, dunque, non nasce improvvisamente con gli incidenti del 6 novembre, ma rappresenta l'ultimo capitolo di una vicenda amministrativa e sociale che si trascina da anni.
La sera del 6 novembre ero personalmente in piazza Libertà per partecipare all'assemblea pubblica intitolata Ancora fiori, ancora collera, convocata per denunciare le condizioni in cui vivono le persone migranti e chiedere risposte concrete dopo la tragedia del Porto Vecchio. Condividevo, e continuo a condividere, le ragioni fondamentali della mobilitazione: nessun essere umano dovrebbe essere costretto a dormire all'aperto, soprattutto durante giornate caratterizzate da vento intenso e temperature particolarmente rigide. Tuttavia, quando ho sentito proporre di andare ad aprire l'ex mercato di via Flavio Gioia, ho espresso immediatamente la mia contrarietà e ho chiesto alla persona che mi accompagnava di non portarmi. Non ritenevo, e non ritengo, che l'occupazione arbitraria di un edificio pubblico rappresenti una soluzione corretta, né dal punto di vista giuridico né da quello politico. Successivamente ci siamo avvicinate alla zona, mantenendoci a distanza per pochi minuti, perché la persona che era con me desiderava comprendere che cosa stesse accadendo. Siamo poi tornate in piazza prima dell'intervento delle forze dell'ordine, ma abbiamo sentito distintamente il forte boato di quella che le cronache hanno descritto come una bomba carta. Non ho assistito direttamente al lancio del dispositivo e non posso quindi formulare alcuna valutazione personale sull'identità di chi lo abbia utilizzato. Secondo quanto riportato in serata da Il Piccolo, durante gli scontri il vicario della Questura di Trieste, Leonardo Boido, sarebbe stato colpito alla testa dal dispositivo, esploso successivamente dopo essere caduto a terra. Il funzionario è stato accompagnato al pronto soccorso dell'ospedale di Cattinara. Le prime notizie hanno inoltre riferito di possibili altri agenti feriti e di una giovane manifestante condotta in Questura, successivamente uscita dagli uffici con una denuncia per resistenza. Si tratta di informazioni giornalistiche diffuse nell'immediatezza dei fatti, che dovranno essere integrate dagli accertamenti investigativi e giudiziari.
Dopo gli incidenti ho avuto modo di parlare con una persona che mi ha riferito di aver partecipato materialmente all'apertura dell'ex mercato. Secondo il suo racconto, il dispositivo esplosivo non sarebbe stato lanciato dal gruppo al quale apparteneva e l'intenzione originaria sarebbe stata quella di rendere accessibile l'edificio senza provocare scontri con le forze dell'ordine. La persona appariva contrariata proprio perché quanto accaduto avrebbe compromesso, a suo giudizio, lo scopo dell'iniziativa. Naturalmente, questa versione costituisce esclusivamente una testimonianza indiretta e non permette di attribuire o escludere responsabilità individuali. Mi è stato inoltre raccontato che, dopo l'incendio nel Porto Vecchio, gli accessi ai magazzini sarebbero stati sigillati e sorvegliati per impedirne una nuova occupazione e che alcune persone intenzionate a rientrare negli edifici vicini a quello interessato dal rogo sarebbero state accompagnate negli uffici di polizia. Secondo quanto riferitomi, alcuni migranti sarebbero stati trasferiti altrove senza comprendere pienamente le ragioni e le modalità del provvedimento, anche a causa della presunta assenza di un interprete. Sono circostanze che meritano un'attenta verifica documentale e giuridica, poiché non sarebbe corretto trasformare racconti raccolti informalmente in fatti definitivamente accertati. La stessa persona mi ha riferito che all'interno dell'ex mercato vi sarebbe una temperatura sufficientemente elevata da consentire di rimanere persino in maglietta e mi ha invitata a indirizzare verso l'edificio eventuali migranti incontrati per strada. Ho scelto di non entrare neppure per constatare personalmente le condizioni ambientali. Un locale apparentemente caldo non è necessariamente un edificio sicuro: l'agibilità, la conformità degli impianti, la prevenzione degli incendi e l'idoneità igienico-sanitaria non possono essere valutate attraverso una semplice impressione personale.
La mia posizione nei confronti di quanto accaduto è molto chiara. Non mi riconosco nell'anarchismo e non considero la violazione della legge uno strumento ordinario di azione politica. Nella mia esperienza personale ho partecipato, in passato, a un'occupazione scolastica, ma non per questo ritengo che l'occupazione arbitraria di immobili costituisca una modalità generalmente accettabile per ottenere risultati. Sono convinta che una battaglia per i diritti fondamentali debba essere condotta con fermezza, determinazione e, quando necessario, attraverso una contestazione radicale delle scelte politiche, ma senza rinunciare al rispetto delle garanzie dello Stato di diritto. Questo non significa confondere la legalità con l'obbedienza acritica alle istituzioni: le decisioni amministrative possono essere contestate, i provvedimenti possono essere impugnati e le politiche pubbliche possono essere sottoposte a una critica severissima. Significa, piuttosto, riconoscere che l'esistenza di una finalità umanitaria non rende automaticamente leciti tutti i mezzi utilizzati per perseguirla. L'articolo 17 della Costituzione tutela il diritto di riunirsi pacificamente e senz'armi, mentre l'articolo 21 garantisce la libertà di manifestazione del pensiero. Nessuna di queste disposizioni attribuisce però un diritto generalizzato a occupare edifici o a esercitare violenza nei confronti delle forze dell'ordine. Un'eventuale invasione arbitraria di immobili deve essere valutata alla luce dell'articolo 633 del codice penale, verificandone concretamente gli elementi costitutivi, mentre le condotte violente nei confronti di pubblici ufficiali possono assumere rilevanza ai sensi degli articoli 336 e 337 c.p. Eventuali lesioni personali richiedono una valutazione ai sensi degli articoli 582 e seguenti del codice penale. L'utilizzo di dispositivi esplosivi o pirotecnici può inoltre integrare ulteriori fattispecie, da individuare sulla base delle caratteristiche del materiale e delle circostanze accertate. Ogni qualificazione giuridica deve comunque rispettare la presunzione di non colpevolezza sancita dall'articolo 27, secondo comma, della Costituzione e dall'articolo 6, paragrafo 2, della Convenzione europea dei diritti dell'uomo.
La gravità degli incidenti non autorizza tuttavia alcuna generalizzazione. Il principio della personalità della responsabilità penale, sancito dall'articolo 27, primo comma, della Costituzione, impedisce di attribuire a un'intera manifestazione, a un movimento politico o a un'associazione le condotte eventualmente commesse da singoli individui. Questo aspetto mi preoccupa particolarmente perché conosco l'importanza del lavoro svolto quotidianamente dalle realtà solidali presenti a Trieste, tra cui Linea d'Ombra, impegnata nell'assistenza umanitaria alle persone che arrivano lungo la rotta balcanica. Non dispongo di elementi che consentano di attribuire a questa associazione un coinvolgimento negli incidenti e ritengo indispensabile evitare qualsiasi accostamento improprio. Il mio timore, tuttavia, è che quanto accaduto possa ritorcersi mediaticamente e politicamente anche contro chi non ha partecipato all'occupazione e non condivide l'utilizzo della violenza. È un rischio concreto sul piano della comunicazione pubblica: l'attenzione potrebbe spostarsi dalle condizioni delle persone senza riparo, dalla morte dei due giovani e dall'insufficienza delle strutture disponibili verso una rappresentazione indistinta delle associazioni e dei manifestanti come soggetti ostili all'ordine pubblico. Sarebbe una conseguenza profondamente ingiusta, ma proprio per questo considero la scelta di forzare l'apertura dell'ex mercato una decisione strategicamente sbagliata. Una mobilitazione che rivendica diritti fondamentali dovrebbe cercare di rafforzare la propria credibilità, non esporsi al rischio che la condotta di alcuni oscuri le ragioni di tutti.
D'altra parte, sarebbe altrettanto sbagliato utilizzare gli incidenti del 6 novembre come argomento per eludere le responsabilità amministrative e politiche relative all'accoglienza. L'articolo 2 della Costituzione riconosce i diritti inviolabili della persona e richiede l'adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà, mentre l'articolo 3, secondo comma, impone alla Repubblica di rimuovere gli ostacoli che impediscono l'effettiva partecipazione alla vita sociale. L'articolo 10, terzo comma, tutela il diritto d'asilo nei termini previsti dall'ordinamento e l'articolo 32 riconosce la salute come diritto fondamentale dell'individuo. A livello sovranazionale assumono particolare rilievo gli articoli 2 e 3 della Convenzione europea dei diritti dell'uomo, relativi alla tutela della vita e al divieto di trattamenti inumani o degradanti, nonché gli articoli 1, 4 e 18 della Carta dei diritti fondamentali dell'Unione europea. Per i richiedenti protezione internazionale il decreto legislativo 18 agosto 2015, n. 142 disciplina le condizioni materiali di accoglienza e le relative garanzie, mentre il decreto legislativo 28 gennaio 2008, n. 25 regola aspetti fondamentali delle procedure di riconoscimento della protezione internazionale. Occorre distinguere attentamente la posizione di chi ha formalizzato una domanda d'asilo, di chi ha manifestato la volontà di presentarla e di chi si trova in una diversa condizione amministrativa, poiché non tutte le persone presenti sul territorio sono titolari delle medesime prestazioni. Tuttavia, la diversità dello status giuridico non cancella i diritti fondamentali. La Corte europea dei diritti dell'uomo, nella sentenza M.S.S. c. Belgio e Grecia del 21 gennaio 2011, ha riconosciuto che condizioni di estrema precarietà possono, in presenza di specifici presupposti, integrare una violazione dell'articolo 3 della Convenzione. Non ogni situazione di disagio abitativo determina automaticamente una violazione convenzionale, ma le autorità devono considerare concretamente la vulnerabilità delle persone, la gravità delle condizioni materiali e gli obblighi di protezione applicabili.
Anche le notizie relative ai presunti trasferimenti di persone migranti senza un'adeguata comprensione linguistica meritano attenzione. Qualora fosse confermato che alcuni interessati non abbiano potuto comprendere la natura dei provvedimenti adottati nei loro confronti, occorrerebbe verificare se siano state rispettate le garanzie procedurali previste dalla normativa applicabile, comprese quelle relative all'informazione, all'interpretazione e alla possibilità di esercitare i rimedi giurisdizionali. L'assistenza linguistica assume particolare rilievo nelle procedure di protezione internazionale e nei procedimenti che incidono sulla libertà personale o sulla permanenza nel territorio. Tuttavia, la semplice assenza di un interprete in un determinato momento non consente, da sola, di qualificare automaticamente come illegittimo ogni trasferimento. È necessario conoscere la natura del provvedimento, la posizione amministrativa dell'interessato, le informazioni effettivamente fornite e le garanzie previste per quella specifica procedura. Sarebbe quindi opportuno che le associazioni e i professionisti legali raccogliessero, con il consenso delle persone coinvolte, testimonianze e documentazione utili a verificare eventuali violazioni, senza trasformare indiscrezioni o racconti indiretti in accuse prive di riscontri.
Esistono, a mio avviso, alternative concrete all'occupazione arbitraria dell'ex mercato, e proprio su queste dovrebbe concentrarsi la mobilitazione. La prima consiste nell'attivazione immediata di un piano straordinario per il freddo, attraverso il coordinamento tra Comune, Prefettura, servizi sociali e organizzazioni impegnate nell'accoglienza. Non è indispensabile attendere il completamento di eventuali lavori nell'ex mercato per individuare strutture pubbliche già agibili, spazi temporaneamente disponibili, posti aggiuntivi presso strutture convenzionate o altre sistemazioni sicure. La seconda alternativa è la convocazione urgente di un tavolo istituzionale con la partecipazione delle associazioni umanitarie, dell'ICS, delle organizzazioni del terzo settore e dei rappresentanti delle amministrazioni competenti, affinché vengano chiariti il numero effettivo delle persone prive di riparo, la disponibilità di posti, i criteri di accesso e le misure previste per le emergenze climatiche. L'articolo 118, quarto comma, della Costituzione, attraverso il principio di sussidiarietà orizzontale, offre un importante riferimento per la collaborazione tra istituzioni e iniziative autonome dei cittadini nello svolgimento di attività di interesse generale. La terza alternativa riguarda la trasparenza amministrativa: attraverso gli strumenti previsti dalla legge n. 241 del 1990 e dal decreto legislativo n. 33 del 2013, nei rispettivi ambiti di applicazione, è possibile chiedere l'accesso alla documentazione relativa all'ex mercato, alle valutazioni tecniche, agli eventuali progetti di recupero e alle ragioni che ne impediscono l'utilizzo. Se l'edificio necessita di interventi strutturali, impiantistici o antincendio, l'amministrazione dovrebbe spiegare quali siano, quanto costino e quali tempi richiedano, valutando anche l'eventuale possibilità di utilizzare temporaneamente soltanto alcune porzioni dell'immobile, qualora tecnicamente e giuridicamente praticabile.
Un'ulteriore alternativa consiste nell'utilizzo sistematico degli strumenti di tutela giurisdizionale. Quando una persona richiedente protezione internazionale, in possesso dei requisiti previsti dalla legge, venga illegittimamente privata delle condizioni materiali di accoglienza, è possibile valutare, con l'assistenza di un avvocato, i rimedi previsti dall'ordinamento e, quando ne ricorrano i presupposti, forme di tutela urgente davanti al giudice competente. Non esiste naturalmente un ricorso generalizzato che consenta di imporre automaticamente l'apertura dell'ex mercato, ma possono esistere strumenti efficaci per tutelare situazioni individuali di mancata accoglienza. Parallelamente, la società civile può esercitare una pressione politica significativa attraverso presìdi pacifici, assemblee pubbliche, petizioni, interrogazioni consiliari, richieste di audizione e iniziative di informazione documentata. La protesta non deve essere necessariamente moderata nei contenuti per essere rispettosa della legalità: può essere incisiva, persistente, radicale nelle rivendicazioni e severissima nella critica alle istituzioni, purché non si traduca in violenza o in condotte illecite. Ritengo inoltre che sarebbe particolarmente utile costituire un gruppo di lavoro composto da giuristi, tecnici, professionisti della sicurezza e rappresentanti delle associazioni, capace di elaborare una proposta concreta e verificabile per l'utilizzo dell'ex mercato o per l'individuazione di strutture alternative. Una proposta corredata da valutazioni tecniche, indicazioni economiche e riferimenti normativi sarebbe politicamente più difficile da ignorare rispetto a una rivendicazione generica.
Rimane infine una questione fondamentale: la distinzione tra responsabilità politica, amministrativa e penale. È pienamente legittimo sostenere che le istituzioni avrebbero dovuto programmare meglio l'accoglienza, individuare soluzioni più tempestive e prevenire situazioni di rischio conosciute da anni. Diverso sarebbe affermare che determinati amministratori o funzionari abbiano commesso specifici reati omissivi. Una simile conclusione richiederebbe l'accertamento di un preciso obbligo giuridico di impedire l'evento, dell'eventuale posizione di garanzia, del nesso causale e degli ulteriori elementi costitutivi della fattispecie, secondo i principi degli articoli 40 e 43 del codice penale. La tragedia del Porto Vecchio impone dunque una riflessione rigorosa sulle politiche pubbliche, ma non autorizza attribuzioni automatiche di responsabilità penale. Allo stesso modo, gli incidenti di via Flavio Gioia devono essere accertati individualmente, senza trasformare l'intera mobilitazione in un soggetto collettivamente responsabile. Legalità costituzionale significa anche questo: pretendere il rispetto degli obblighi pubblici senza rinunciare alle garanzie fondamentali di chiunque sia coinvolto, indipendentemente dalle sue idee politiche, dalla sua condizione sociale o dal ruolo istituzionale ricoperto.
La vicenda dell'ex mercato di via Flavio Gioia rappresenta, in definitiva, una prova della capacità di Trieste di affrontare una questione che non può più essere gestita attraverso interventi episodici. Dal progetto ipotizzato nel 2022 al sopralluogo del 2024, dallo sgombero del Silos alla morte dei due giovani nel Porto Vecchio, fino agli scontri del 6 novembre 2026, emerge una successione di emergenze che richiede una risposta strutturale. Non condivido la scelta di occupare arbitrariamente un edificio, né considero accettabile che una mobilitazione umanitaria possa degenerare in episodi di violenza. Ma rifiuto con altrettanta fermezza l'idea che la tutela della legalità possa esaurirsi nella chiusura di cancelli e nell'impedire l'accesso a strutture pericolose, senza preoccuparsi di dove dormiranno le persone che ne vengono allontanate. La sicurezza degli edifici e la sicurezza delle persone non sono obiettivi contrapposti: devono essere perseguiti insieme. Le associazioni che operano quotidianamente sul territorio meritano di poter continuare il proprio lavoro senza essere associate a responsabilità altrui, le forze dell'ordine devono poter svolgere le proprie funzioni senza subire violenze e le persone migranti devono poter accedere alle garanzie e alle prestazioni previste dall'ordinamento. La mia convinzione è che una società democratica debba saper tenere insieme queste esigenze, senza sacrificare la dignità umana sull'altare dell'ordine pubblico e senza utilizzare la solidarietà come giustificazione indiscriminata dell'illegalità. Perché il vero fallimento non sarebbe soltanto lasciare inutilizzato un edificio potenzialmente recuperabile, ma continuare a discutere su chi abbia il diritto di aprirne la porta mentre altre persone rischiano la vita davanti a quella porta chiusa. E dopo quanto accaduto a Trieste, la domanda che le istituzioni dovrebbero finalmente porsi non è soltanto come impedire una nuova occupazione, ma come garantire che nessuno sia più costretto a scegliere tra il freddo della strada e il pericolo di un edificio abbandonato.
