Trieste, Largo Santos e Porto Vecchio: sgomberi, accoglienza e rotta balcanica

20.09.2026

A Trieste, in questi giorni, il tema dell'accoglienza torna a concentrarsi attorno ai varchi monumentali di Largo Città di Santos e agli edifici del Porto Vecchio. Dopo l'intervento interforze del 17 settembre, l'area utilizzata come riparo notturno è stata bonificata e i grandi portoni sono stati riaperti. La scelta dichiarata dall'amministrazione comunale è rendere gli spazi maggiormente visibili e controllabili, impedendo che tornino a trasformarsi in insediamenti informali. È una decisione che può essere letta sul piano della sicurezza urbana e della tutela di edifici e cantieri; sul piano giuridico, tuttavia, apre una domanda ulteriore: dove devono andare le persone che da quei luoghi vengono allontanate?

Il 17 settembre le forze dell'ordine hanno rintracciato nell'area circa cento persone. Secondo i dati diffusi dalle autorità, una cinquantina risultava collegata a Questure di altre città, dove aveva già appuntamenti per le procedure amministrative; circa venti possedevano invece titoli rilasciati dalla Questura di Trieste, mentre le altre posizioni erano ancora da verificare. La comunicazione istituzionale indicava tra le finalità dell'operazione anche l'individuazione delle situazioni che consentissero l'inserimento nel sistema di accoglienza.

Su quanto avvenuto nelle ore successive esistono però ricostruzioni differenti. TGR Friuli Venezia Giulia ha raccolto la testimonianza di un giovane secondo il quale, dopo l'allontanamento, nessuno sarebbe stato trasferito immediatamente in una struttura; lo stesso servizio riferiva della richiesta di chiarimenti formulata da ICS, soprattutto rispetto alle persone che avevano già manifestato la volontà di chiedere protezione internazionale. Si tratta di elementi che devono essere tenuti distinti dalle comunicazioni ufficiali e che richiedono, proprio per questo, una ricostruzione puntuale delle singole posizioni amministrative.

Le testimonianze raccolte sul posto mostrano un dato essenziale: la chiusura di un luogo non coincide necessariamente con la soluzione del problema che quel luogo rendeva visibile. Alcuni raccontano di essersi spostati verso la stazione, altri verso edifici abbandonati, altri ancora di avere trascorso la notte seduti, sotto la pioggia o senza indumenti adeguati. Sono testimonianze, non accertamenti giudiziari, e come tali devono essere riportate. Ma ignorarle significherebbe rinunciare a comprendere una parte della realtà.

La storia, del resto, non nasce nel settembre 2026. Il Silos di Trieste era diventato negli anni un ricovero informale per centinaia di persone provenienti dalla rotta balcanica, in condizioni igienico-sanitarie estremamente precarie. Il 21 giugno 2024 fu sgomberato: parte delle persone presenti venne trasferita, anche fuori regione, e circa 170 migranti furono condotti in strutture della Lombardia secondo quanto riportato allora dalla TGR. Dopo la chiusura del Silos, tuttavia, il fenomeno non è scomparso: i ripari si sono progressivamente spostati verso Largo Santos e gli edifici inutilizzati del Porto Vecchio.

Qui occorre compiere una distinzione giuridica fondamentale, spesso assente dal dibattito pubblico. La parola "migranti" raccoglie situazioni profondamente diverse: persone semplicemente in transito, richiedenti protezione internazionale, titolari di protezione già riconosciuta, persone con altri titoli di soggiorno e persone prive di un titolo regolare. Non è giuridicamente corretto attribuire a tutti gli stessi diritti in materia di accoglienza; altrettanto scorretto sarebbe trattare tutte queste condizioni come se coincidessero con la mera irregolarità.

L'articolo 10, terzo comma, della Costituzione riconosce il diritto d'asilo allo straniero al quale sia impedito nel proprio Paese l'effettivo esercizio delle libertà democratiche garantite dalla nostra Carta. Il decreto legislativo 18 agosto 2015, n. 142 stabilisce inoltre un principio molto importante: le misure di accoglienza per il richiedente protezione internazionale si applicano, salve le specifiche eccezioni previste dalla legge, dal momento della manifestazione della volontà di chiedere protezione, non soltanto dal momento in cui la burocrazia abbia completato ogni successivo adempimento.

Il quadro europeo è stato nel frattempo aggiornato dalla direttiva (UE) 2024/1346 sulle condizioni di accoglienza, il cui termine di recepimento era fissato al 12 giugno 2026. La disciplina europea insiste sulla necessità che condizioni materiali di accoglienza adeguate siano effettivamente accessibili ai richiedenti e si inserisce nel sistema di garanzie della Carta dei diritti fondamentali dell'Unione europea, che all'articolo 18 tutela il diritto di asilo e all'articolo 4 proibisce trattamenti inumani o degradanti.

Questo non significa, naturalmente, che ogni persona straniera presente sul territorio italiano abbia automaticamente diritto a essere inserita nel circuito destinato ai richiedenti asilo. Significa, però, che le posizioni devono essere esaminate individualmente e che l'ordine pubblico non può sostituire la verifica dello status giuridico. Anche chi non possiede un regolare titolo di soggiorno rimane titolare di diritti fondamentali: basti ricordare che l'articolo 35 del Testo unico sull'immigrazione, decreto legislativo 25 luglio 1998, n. 286, garantisce agli stranieri irregolarmente presenti le cure ambulatoriali e ospedaliere urgenti o comunque essenziali e gli interventi di medicina preventiva. La Costituzione, all'articolo 32, parla infatti della salute come diritto fondamentale dell'"individuo", non esclusivamente del cittadino.

Anche la Corte europea dei diritti dell'uomo ha chiarito da tempo che, quando un richiedente asilo viene lasciato in condizioni di estrema indigenza, senza un riparo e senza possibilità concreta di soddisfare bisogni essenziali, la situazione può raggiungere, in circostanze particolarmente gravi, la soglia dell'articolo 3 della Convenzione europea dei diritti dell'uomo. È quanto avvenne nel noto caso M.S.S. c. Belgio e Grecia, nel quale la Grande Camera riscontrò una violazione anche in ragione delle condizioni di vita nelle quali era stato lasciato il richiedente. Naturalmente non è possibile trasferire automaticamente quella decisione alla situazione triestina: la rilevanza giuridica dipende sempre dalle circostanze concrete. Ma il precedente ricorda che l'accoglienza non è esclusivamente materia amministrativa; può diventare una questione di diritti fondamentali.

Oggi ho percorso personalmente il Porto Vecchio insieme al gruppo dei Fornelli Resistenti di Firenze, ad alcune persone che conoscono bene questi luoghi e a due giovani migranti che vi hanno dormito o che, nel corso del loro percorso, hanno conosciuto direttamente il Silos e gli edifici abbandonati dell'area. È stato un momento di ascolto e di testimonianza diretta, nel quale le vicende individuali hanno dato un volto concreto a ciò che troppo spesso viene raccontato soltanto attraverso numeri, sgomberi e provvedimenti amministrativi.

Le testimonianze di Hilal e Omar mi hanno colpita profondamente. Quella di Omar, in particolare, mi ha commossa fino alle lacrime: ci incontriamo quasi ogni giorno e, nel tempo, tra noi è nato un rapporto autentico. Ascoltare dalla sua voce ciò che ha attraversato significa inevitabilmente andare oltre la dimensione astratta della "rotta balcanica" e confrontarsi con la storia concreta di una persona che conosco. Le loro testimonianze vanno comunque riportate per ciò che sono: racconti diretti delle persone interessate, non accertamenti giudiziari. È una distinzione necessaria, soprattutto quando vengono riferiti episodi di violenza o comportamenti attribuiti alle autorità di diversi Paesi.

Hilal ha conosciuto il Porto Vecchio in due momenti differenti della propria vita. La prima volta vi arrivò dopo essere entrato in Italia ancora minorenne. Racconta di avere trascorso alcuni giorni in quegli edifici prima di essere inserito in una comunità per minori. Successivamente, raggiunta la maggiore età e conclusa quella fase dell'accoglienza, si sarebbe ritrovato nuovamente senza un posto nel quale dormire. Non era più il ragazzo appena arrivato alla frontiera: studiava, aveva già intrapreso un percorso di integrazione e, secondo quanto raccontato durante il nostro incontro, disponeva ormai di un titolo di protezione. Eppure, per un periodo, la sua casa tornò a essere il Porto Vecchio.

Hilal descrive edifici nei quali decine di persone dormivano per terra, riparandosi con coperte, mentre durante i periodi di pioggia l'acqua invadeva gli spazi utilizzati come dormitorio. Racconta anche controlli, allontanamenti e giornate nelle quali non era chiaro dove andare una volta costretti a lasciare un edificio. Alla domanda più semplice — «dove dormono?» — non sempre seguiva una risposta altrettanto semplice. In seguito Hilal ha trovato una sistemazione abitativa attraverso ICS. Il suo percorso mostra però quanto possa essere delicata la transizione dalla tutela riservata al minore alla condizione del neomaggiorenne: compiere diciotto anni modifica lo status giuridico e le forme di protezione disponibili, ma non cancella improvvisamente la vulnerabilità costruita durante anni di viaggio, né rende una persona immediatamente autonoma sotto il profilo abitativo, sociale ed economico.

Il racconto di Omar è ancora diverso. Oggi ha ventun anni, ma racconta di avere lasciato l'Afghanistan quando ne aveva appena quattordici. Avrebbe voluto studiare e diventare ingegnere. La guerra e l'assenza, nella sua prospettiva, di possibilità concrete di costruirsi un futuro lo hanno invece condotto lungo un viaggio durato anni: Afghanistan, Iran, Turchia, Bulgaria, Serbia, Bosnia, Croazia, Slovenia e infine Trieste.

Omar racconta nove mesi trascorsi cercando di superare il confine tra Iran e Turchia e la morte di un ragazzo di tredici anni che aveva conosciuto durante il viaggio, colpito da un'arma da fuoco. Riferisce poi di essere stato trasportato insieme a decine di altre persone all'interno di container quasi privi d'aria e di avere visto morire alcuni compagni di viaggio. In Turchia avrebbe lavorato per circa due anni in una fabbrica di scarpe, per dieci o undici ore al giorno. Quando decise di proseguire verso l'Europa, iniziò un'altra parte della rotta.

Particolarmente duro è il suo racconto del confine tra Turchia e Bulgaria. Omar riferisce che, dopo essere stato intercettato insieme a un gruppo di migranti, sarebbe stato picchiato e costretto a spogliarsi prima di essere respinto verso la Turchia. Racconta di essere rimasto per giorni nel bosco senza vestiti e praticamente senza cibo, sopravvivendo con ciò che riusciva a trovare. In un successivo tentativo riuscì a entrare in Bulgaria, dove afferma di essere stato detenuto per circa tre mesi dopo che la polizia aveva trovato nel suo telefono fotografie e video realizzati durante il viaggio e lo aveva sospettato di appartenere alla rete dei trafficanti. Sono accuse e circostanze riferite da Omar, che riporto come sua testimonianza personale.

Anche dopo la Bulgaria il viaggio non terminò. Omar racconta settimane trascorse nella neve, lunghissimi percorsi a piedi e persone morte per il freddo. Tra Serbia e Bosnia ricorda un attraversamento estremamente pericoloso di un fiume: non sapendo nuotare bene, gli amici avrebbero legato il suo corpo al loro con dei lacci per riuscire a portarlo dall'altra parte. Dalla Bosnia decise infine di non affidarsi più ai trafficanti. Insieme ad altri tre ragazzi partì con un telefono, alcuni power bank e una mappa, attraversando boschi e frontiere fino a raggiungere Trieste dopo altri mesi di cammino.

Quando arrivò qui era ancora minorenne. Per molti triestini il Silos rappresentava uno dei simboli più evidenti dell'abbandono e del degrado; per Omar, dopo anni trascorsi tra montagne, frontiere, container e boschi, significò qualcosa di completamente diverso. Nel suo racconto ricorda di aver pensato, entrando lì e vedendo altre persone cucinare, lavare i vestiti o costruirsi un riparo: finalmente esisteva un posto in cui fermarsi. È forse una delle testimonianze che meglio restituisce la distanza tra il nostro sguardo e quello di chi arriva attraverso la rotta balcanica: ciò che noi consideriamo un edificio inabitabile può apparire come un rifugio a chi viene da mesi trascorsi all'aperto.

Poco dopo Omar fu inserito in una comunità per minori. Ricorda ancora il momento in cui gli venne mostrata la propria stanza. Dopo anni di viaggio, sentirsi dire «questa è la tua camera» gli fece comprendere che, almeno per qualche tempo, avrebbe potuto smettere di spostarsi. Ha poi iniziato a studiare, ha seguito corsi e ha trovato lavoro nel settore della cantieristica navale. Il sogno di diventare ingegnere non è scomparso: lui stesso dice che oggi è più difficile realizzarlo, ma non impossibile. Nel raccontare il proprio lavoro sulle navi ha ricordato anche di avere inviato alla madre il certificato ottenuto in Italia, dicendole, con orgoglio, di essere in qualche modo riuscito a diventare qui quell'"ingegnere" che avrebbe voluto essere in Afghanistan.

Omar ha scelto consapevolmente di raccontare una storia che, in alcuni passaggi, gli provoca ancora una forte emozione. La sua testimonianza è rivolta soprattutto ai suoi coetanei europei: vorrebbe che comprendessero perché ragazzi della loro stessa età, e talvolta bambini di tredici o quattordici anni, lascino la propria famiglia e affrontino viaggi simili. Come dice lui, «la partenza la sai, l'arrivo non lo sai mai». Non significa sostenere che tutti i percorsi migratori siano uguali, né che ogni persona che arriva in Europa abbia la medesima storia. Significa ricordare che, prima di giudicare chi arriva, occorre almeno interrogarsi su ciò da cui è partito e su ciò che ha attraversato.

Ed è proprio confrontando le storie di Hilal e Omar che emerge un elemento essenziale anche dal punto di vista giuridico. Hilal racconta il problema di chi è già inserito in un percorso di protezione e integrazione ma, diventato maggiorenne, può attraversare una fase di estrema precarietà abitativa. Omar racconta invece il percorso precedente: il viaggio, le frontiere, l'arrivo e l'accesso iniziale alla protezione come minore. Sono due momenti diversi della stessa domanda: che cosa accade concretamente a una persona dopo che ha varcato una frontiera?

Per questo considero insufficiente discutere di Largo Santos e del Porto Vecchio esclusivamente in termini di cancelli aperti o chiusi. Quegli edifici non dovrebbero diventare dormitori: sono luoghi insalubri e, in alcuni casi, pericolosi. Ma sgomberarli senza affrontare contemporaneamente la posizione amministrativa e l'eventuale diritto all'accoglienza delle persone presenti rischia soltanto di trasferire l'emergenza qualche centinaio di metri più in là.

E durante quella visita ho voluto lasciare anch'io una breve testimonianza. Ho spiegato che frequento Piazza del Mondo perché vi ho incontrato persone capaci di aiutarmi con una naturalezza che mi ha colpita profondamente. Nella mia quotidianità, a causa della mia disabilità, ho bisogno dell'assistenza di altre persone anche per gesti semplici come mangiare o bere. In piazza mi è capitato molte volte che fossero proprio ragazzi arrivati attraverso la rotta balcanica ad aiutarmi spontaneamente, senza trasformare la mia disabilità nell'elemento attraverso cui definirmi. Questo non dimostra nulla sulla politica migratoria e non pretende di farlo. Dice però qualcosa sulle persone. E nel dibattito sull'immigrazione ricordarsi che dietro ogni categoria giuridica esiste innanzitutto una persona non dovrebbe essere considerato sentimentalismo: dovrebbe essere il punto di partenza di qualunque ordinamento che ponga la dignità umana tra i propri principi fondamentali.

È questo il punto nel quale Largo Santos smette di essere soltanto una questione urbanistica. Aprire i portoni può facilitare la sorveglianza e impedire che spazi pericolosi e insalubri tornino a trasformarsi in dormitori improvvisati. Chiudere edifici pericolanti può essere necessario per tutelare l'incolumità delle stesse persone che vi entrano. Ma la gestione amministrativa dell'area e la gestione giuridica delle persone sono due questioni diverse. Se un richiedente asilo ha diritto all'accoglienza, l'apertura di un cancello non estingue quel diritto; se una persona non ne ha diritto, la sua posizione deve comunque essere definita nel rispetto delle procedure e dei diritti fondamentali.

L'articolo 2 della Costituzione riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell'uomo e richiama i doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale. Non è una norma sentimentale. È una norma giuridica. E forse il modo più serio di affrontare ciò che accade a Trieste è proprio sottrarre la questione alla contrapposizione tra chi vorrebbe semplicemente "mandare via" e chi ritiene sufficiente tollerare accampamenti degradati. Né l'una né l'altra prospettiva descrive interamente il problema.

La domanda che rimane, guardando oggi quei grandi varchi aperti di Largo Santos, è quindi molto concreta: non soltanto come impedire che le persone tornino a dormire lì, ma come evitare che debbano semplicemente cercare un altro edificio abbandonato, un'altra pensilina o un altro marciapiede. Perché spostare una persona può liberare un luogo. Non necessariamente risolve la condizione giuridica e umana di quella persona.

Share