Trieste e rotta balcanica: accoglienza, migranti e respingimenti alle frontiere europee

Ieri sera, in piazza, ho conosciuto del tutto casualmente due ragazze che si occupano di migrazione in due ambiti diversi. Con la mia solita intraprendenza, che spesso tende a semplificare le cose, ho chiesto loro se fosse possibile intervistarle. Hanno accettato. Da quell'incontro sono nate due testimonianze raccolte nella Piazza del Mondo: una sull'accoglienza e sui percorsi di autonomia, l'altra sulle frontiere europee, sui respingimenti e sulle violenze lungo le rotte migratorie.
Dentro gli appartamenti dell'accoglienza diffusa e lungo le frontiere che separano Turchia e Grecia, Bosnia-Erzegovina e Croazia, Francia e Regno Unito emergono due facce della stessa Europa: quella che accoglie e tenta di costruire percorsi di autonomia, e quella in cui il viaggio continua tra precarietà, respingimenti, violenza e nuovi ostacoli. A Trieste parlare di migrazioni significa inevitabilmente confrontarsi con una realtà concreta. Non è soltanto una questione di statistiche sugli arrivi, regolamenti europei o dichiarazioni politiche: qui la rotta balcanica arriva fisicamente dentro la città, nelle stazioni, nelle piazze, negli appartamenti dell'accoglienza e nelle vite di chi lavora quotidianamente con richiedenti asilo e rifugiati. Le due ragazze che ho incontrato lavorano in ambiti diversi, ma le loro esperienze finiscono per incontrarsi nello stesso punto: una persona può riuscire ad attraversare migliaia di chilometri e arrivare finalmente in un sistema di accoglienza senza che ciò significhi essere realmente arrivata alla possibilità di costruire una vita autonoma.
Undici anni nell'accoglienza: «Oggi lavorare è più complesso»
La prima intervistata lavora nell'accoglienza da undici anni. Ha cominciato nel 2015, negli anni in cui la cosiddetta rotta balcanica entrava con forza nel dibattito europeo. Ha lavorato prima nei CAS, poi per diversi anni negli allora SPRAR e oggi nuovamente in un Centro di accoglienza straordinaria, occupandosi tanto di giovani adulti quanto di nuclei familiari. Dal suo punto di vista professionale, il cambiamento è diventato particolarmente evidente dopo le riforme avviate nel 2018. La sua valutazione è molto concreta: meno risorse, meno operatori e minori possibilità di costruire percorsi che vadano oltre la soddisfazione dei bisogni immediati. Quando si riescono a garantire alfabetizzazione, formazione o altre attività, racconta, spesso è necessario ricorrere a ulteriori progettualità finanziate attraverso bandi e fondi europei.
Il passaggio legislativo del 2018 rappresentò effettivamente una cesura rilevante. Il decreto-legge n. 113 del 2018 modificò profondamente il precedente sistema SPRAR, restringendone l'accesso e incidendo sui servizi rivolti ai richiedenti protezione internazionale. Successivamente il decreto-legge n. 130 del 2020 riformò nuovamente il sistema, che assunse la denominazione di SAI, Sistema di accoglienza e integrazione. Il quadro è stato poi ulteriormente modificato negli anni successivi. Oggi il Ministero dell'Interno distingue la prima accoglienza, comprendente i centri disciplinati dagli articoli 9 e 11 del decreto legislativo n. 142 del 2015, tra cui i CAS, dalla rete SAI, caratterizzata da una diversa impostazione dei percorsi di accoglienza e integrazione. I CAS, tuttavia, non costituiscono una categoria autonoma di centri prevista direttamente dagli articoli 9 e 11: sono strutture di accoglienza straordinaria attivate dalle prefetture ai sensi dell'articolo 11 del decreto legislativo n. 142 del 2015, quando non è possibile accogliere le persone nelle strutture di prima accoglienza o nel sistema ordinario. Ed è precisamente nella distanza tra queste due dimensioni che la testimonianza diventa particolarmente interessante.
Sopravvivere non significa integrarsi
L'operatrice utilizza un'immagine molto efficace. Quando una persona vive in una grande struttura, le necessità tendono inevitabilmente a concentrarsi sull'immediato: mangiare, dormire, curarsi, ottenere i documenti necessari. Quando quella stessa persona viene trasferita in un appartamento, qualcosa cambia. Non scompare la precarietà, ma cambia lo spazio mentale nel quale immaginare la propria vita. «È comunque sempre sopravvivenza, ma è un po' meno sopravvivenza», osserva.
Vivere in una casa, condividere un appartamento con poche persone, confrontarsi con la gestione quotidiana degli spazi e con il quartiere significa far emergere bisogni ulteriori: imparare la lingua, trovare un lavoro migliore, comprendere la burocrazia, costruire relazioni, cercare successivamente una propria abitazione. Il problema, secondo l'operatrice, è che gli strumenti formalmente disponibili all'interno di un CAS non sempre crescono insieme a questi bisogni. Il nucleo essenziale dell'accoglienza rimane concentrato sull'assistenza materiale, sanitaria e abitativa. Il SAI, invece, nasce proprio con una logica maggiormente orientata verso progetti individualizzati e autonomia.
La distinzione non è meramente terminologica. Decidere se una persona debba essere soltanto ospitata oppure accompagnata verso l'autonomia significa scegliere quale funzione attribuire all'accoglienza. Un letto protegge qualcuno dalla notte, ma non gli costruisce automaticamente un futuro.
L'accoglienza diffusa e la convivenza reale
Gli appartamenti raccontati nell'intervista sono anche piccoli laboratori di convivenza. In una delle case seguite dall'operatrice vivono, o hanno vissuto, persone provenienti da Egitto, Bangladesh, Afghanistan, Pakistan e Marocco. Nei progetti sono presenti inoltre persone provenienti da Iraq, Georgia e Ucraina. In questa fase, racconta, la presenza numericamente maggiore riguarda soprattutto Bangladesh e Pakistan.
È interessante anche ciò che l'operatrice dice sui conflitti. Gli attriti esistono, ma nella sua esperienza non sono prevalentemente etnici. Sono le difficoltà estremamente comuni di persone che non si sono scelte reciprocamente e vengono improvvisamente chiamate a condividere la stessa casa, magari con venti o trent'anni di differenza, provenienze differenti, abitudini diverse e, soprattutto, mentre attraversano uno dei periodi più complessi delle rispettive vite. La migrazione viene spesso descritta pubblicamente attraverso categorie collettive — afghani, pakistani, bengalesi, africani, musulmani — mentre dentro un appartamento tornano ad apparire soprattutto individui, con caratteri, abitudini, pregi e difetti differenti. Secondo l'esperienza dell'intervistata, i litigi che incontra sono quelli della convivenza: non lo scontro inevitabile tra identità nazionali che talvolta viene immaginato dall'esterno.
Il lavoro c'è. Ma poi manca una casa
Uno dei passaggi più significativi dell'intervista riguarda un cambiamento rispetto a dieci anni fa. «Adesso c'è molto più lavoro», osserva l'operatrice. Eppure proprio qui nasce un nuovo paradosso. Alcuni ragazzi riescono a lavorare anche senza una buona conoscenza dell'italiano, soprattutto nei settori della ristorazione, dell'agricoltura e in altre occupazioni poco qualificate. Ma l'assenza di una sufficiente alfabetizzazione linguistica riduce le possibilità di scelta e può aumentare l'esposizione a lavori poveri o allo sfruttamento. L'intervistata cita esplicitamente il rischio del caporalato.
Non è una preoccupazione priva di riscontri più generali. Il Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali continua a indicare il contrasto allo sfruttamento lavorativo e al caporalato, in particolare nel comparto agricolo, tra le priorità istituzionali. I dati relativi al 2024 citati nel testo devono però essere attribuiti con precisione alla fonte statistica utilizzata: le percentuali del 20% per l'agricoltura e del 18,5% per alberghi e ristorazione non sono qui sufficientemente contestualizzate per poter essere presentate senza indicare l'universo statistico, l'indicatore e il rapporto di riferimento.
Ma nella testimonianza triestina il problema che sembra aver soppiantato persino quello del lavoro è un altro: la casa. Una persona arriva dopo mesi o anni di viaggio, dorme all'aperto, entra finalmente nel circuito dell'accoglienza, trova un appartamento e magari anche un lavoro. Poi arriva il momento in cui deve uscire dal progetto e non trova un alloggio. Il risultato descritto dall'operatrice è quasi circolare: «Sono per strada quando arrivano, hanno un periodo in cui hanno una casa e poi tornano sulla strada».
È probabilmente uno dei punti più duri dell'intera conversazione, perché misura il successo dell'accoglienza non al momento dell'ingresso nel sistema, ma a quello dell'uscita. Il problema abitativo, inoltre, non riguarda esclusivamente chi arriva attraverso le migrazioni. Per rifugiati e titolari di protezione, tuttavia, si somma a barriere linguistiche, fragilità economica, discriminazione e assenza di reti familiari. Uno studio UNHCR sulle condizioni socioeconomiche dei rifugiati in Italia individua infatti casa, lavoro, conoscenza linguistica e accesso ai servizi tra le principali dimensioni che condizionano i percorsi di integrazione.
Quando l'immigrazione diventa argomento politico permanente
Alla domanda su cosa dovrebbe cambiare, l'intervistata offre anche una lettura politica molto netta. Secondo lei, destra e sinistra dovrebbero smettere di utilizzare l'immigrazione come un terreno permanente di contrapposizione elettorale. Nella sua interpretazione, il tema finisce troppo spesso per assorbire il dibattito pubblico e diventare il contenitore nel quale scaricare problemi che appartengono anche alla sanità, all'istruzione, alle infrastrutture e alle politiche sociali.
È un giudizio politico dell'intervistata, e come tale va considerato. Ma contiene una domanda che merita di essere posta indipendentemente dalle appartenenze: quanto spazio rimane alla valutazione concreta delle politiche migratorie quando l'immigrazione viene trattata soprattutto come simbolo identitario? Per un'operatrice il problema quotidiano non è astratto: è trovare un corso di italiano, riuscire a interpretare una pratica amministrativa, aiutare qualcuno a trovare una stanza, capire come evitare che un lavoratore vulnerabile finisca sfruttato. Ed è farlo, racconta, sentendosi spesso «con le mani legate», schiacciata tra bisogni che non hanno confini rigidi e un ruolo professionale che invece ne ha molti.
Poi c'è l'altra Europa: quella delle frontiere
La seconda intervistata ha maturato esperienza direttamente su numerose frontiere europee: Lesbo e il confine greco-turco, Ioannina e l'area prossima all'Albania, la Bosnia, infine Calais e il confine franco-britannico, dove ha lavorato soprattutto con donne e bambini. La sua testimonianza sposta improvvisamente la prospettiva: dall'appartamento si torna sulla strada, anzi sulle strade — Grecia, Bosnia-Erzegovina, Croazia, Francia, Regno Unito.
Il primo confine raccontato è quello tra Grecia e Turchia. Le isole greche dell'Egeo si trovano in alcuni punti a pochi chilometri dalla costa turca. Per anni migliaia di persone hanno tentato l'attraversamento via mare. A questo si aggiunge la frontiera terrestre lungo il fiume Evros. L'intervistata parla di un territorio pesantemente militarizzato e racconta testimonianze di respingimenti verso la Turchia, persone intercettate e riportate oltre il confine, talvolta dopo violenze o privazioni dei propri beni.
Su questo punto è indispensabile distinguere tra la sua testimonianza personale e quanto è stato accertato dalle istituzioni. Nel caso A.R.E. contro Grecia, deciso con sentenza del 7 gennaio 2025, la Corte europea dei diritti dell'uomo ha riscontrato violazioni degli articoli 3 e 13 della Convenzione in relazione al respingimento di una cittadina turca verso la Turchia senza un esame preventivo del rischio al quale sarebbe stata esposta. La Corte ha inoltre affermato che esistevano «forti indizi» dell'esistenza, nel periodo preso in esame, di una pratica sistematica di respingimenti dalla regione dell'Evros verso la Turchia. Questo non consente naturalmente di considerare automaticamente dimostrato ogni singolo episodio raccontato lungo quella frontiera, ma impedisce altrettanto chiaramente di liquidare il fenomeno dei pushback come una semplice narrazione priva di riscontri.
Bosnia e Croazia: telefoni distrutti, percosse, ritorni sommari
La testimonianza diventa ancora più dura quando il racconto arriva alla frontiera tra Bosnia-Erzegovina e Croazia. L'intervistata riferisce di avere incontrato, durante l'anno trascorso in Bosnia, persone respinte dalla Croazia che presentavano ferite, lividi, fratture e raccontavano percosse. Descrive inoltre testimonianze di telefoni distrutti, denaro e documenti sottratti e persone costrette ad attraversare corsi d'acqua in condizioni estremamente difficili.
Anche in questo caso occorre evitare ogni generalizzazione, ma il problema dei respingimenti lungo la frontiera croato-bosniaca è stato oggetto di segnalazioni da parte di organizzazioni non governative, organismi internazionali e istituzioni europee. Prima della pubblicazione, ogni riferimento numerico deve però essere verificato direttamente sulla fonte originale. La denominazione, la numerazione e le date del documento eventualmente citato devono essere riportate con precisione, così come l'ente autore e la natura dei dati. Se i numeri provengono da Save the Children o da un'altra organizzazione, devono essere presentati come segnalazioni dell'organizzazione e non come conteggi autonomamente verificati dall'Agenzia dell'Unione europea per i diritti fondamentali.
Anche il riferimento a un rapporto della FRA del 2025 sulle indagini relative ai maltrattamenti alle frontiere esterne dell'Unione va mantenuto solo se il titolo, la data e il contenuto della pubblicazione sono verificati direttamente. La formulazione deve distinguere tra casi documentati, segnalazioni ricevute e conclusioni dell'Agenzia, evitando di attribuire alla FRA accertamenti giudiziari che non le competono. Non tutto ciò che viene raccontato da una persona incontrata lungo una rotta può essere verificato individualmente. Ma quando testimonianze provenienti da luoghi e persone differenti iniziano a coincidere con documentazioni istituzionali, il problema non può più essere considerato soltanto episodico.
I documenti come identità
Tra le cose sottratte o distrutte durante alcuni respingimenti, l'intervistata cita anche i documenti. Potrebbe sembrare un particolare minore rispetto alle violenze fisiche, ma non lo è. Per chi attraversa una frontiera senza una rete diplomatica o familiare alla quale fare immediatamente riferimento, un documento può essere l'unico elemento materiale attraverso il quale dimostrare identità, nazionalità e storia personale.
L'intervistata richiama, per esempio, la particolare importanza che la documentazione può assumere per chi deve dimostrare la propria provenienza. Racconta anche un altro aspetto della realtà migratoria: alcune persone partono senza documenti, altre li perdono, altre ancora possono fornire dichiarazioni non corrette sulla propria età o provenienza. È precisamente per questo che l'accertamento dell'identità, della minore età e della necessità di protezione non può essere trasformato in un giudizio sommario basato sull'aspetto o sulla presunzione che una persona dica necessariamente la verità o necessariamente menta. Servono procedure. E le procedure, quando riguardano diritti fondamentali, esistono proprio per impedire che un'impressione sostituisca un accertamento.
Calais: quando l'Europa finisce davanti alla Manica
L'ultima tappa raccontata è probabilmente la più straniante: Calais. A poche decine di chilometri dal Regno Unito e nel cuore dell'Europa occidentale, l'intervistata racconta di aver lavorato principalmente con donne e bambini che vivevano in accampamenti informali e tende, in una condizione di estrema precarietà. Descrive sgomberi, persone malate, paura, traumi accumulati durante il viaggio, minori non accompagnati e separazioni familiari: figli riusciti ad arrivare nel Regno Unito mentre le madri restano dall'altra parte della Manica.
Il problema delle condizioni di vita nell'area di Calais e Dunkerque non appartiene soltanto al passato della celebre "Jungle". Una delegazione dell'Assemblea parlamentare del Consiglio d'Europa ha documentato la presenza di accampamenti informali e carenze nell'alloggio e nella protezione, sottolineando in particolare la vulnerabilità di donne e minori. Nel 2025 il Comitato dei Ministri del Consiglio d'Europa ha inoltre chiuso la supervisione del caso Khan contro Francia, relativo all'abbandono di un minore straniero non accompagnato nella zona di Calais, prendendo atto dei miglioramenti introdotti ma anche della necessità di proseguire gli interventi di protezione.
Le donne e il prezzo più alto del viaggio
È soprattutto parlando di Calais che la seconda intervista cambia tono. «Tanta violenza di genere», ripete. Racconta donne sole esposte alla tratta o allo sfruttamento sessuale e situazioni nelle quali la dipendenza da un trafficante o da un uomo capace di offrire protezione può trasformarsi in un ulteriore rapporto di potere.
La vulnerabilità non deriva dal fatto di essere migranti in quanto tali. Nasce dall'intersezione di più condizioni: essere donna, essere sola, non avere un luogo sicuro dove dormire, non conoscere il territorio, dipendere da altri per proseguire il viaggio, non poter ricorrere facilmente alla polizia o ai servizi e temere che fermarsi significhi non riuscire più a raggiungere la propria destinazione. È un terreno nel quale violenza sessuale, sfruttamento, tratta e ricatto possono prosperare.
L'Agenzia dell'Unione europea per i diritti fondamentali, la FRA, richiama nei propri rapporti e comunicati le difficoltà nell'individuazione tempestiva delle vulnerabilità nei sistemi migratori, comprese quelle legate alla tratta e alla violenza di genere. La formulazione va però riferita al contenuto preciso della pubblicazione citata e non deve trasformare un richiamo generale dell'Agenzia in un accertamento specifico relativo a Calais.
L'intervistata, che ha dedicato la propria tesi agli stupri di guerra in Cecenia, compie inoltre una distinzione interessante. Lo stupro utilizzato deliberatamente in un conflitto può assumere la funzione di arma di guerra: uno strumento diretto a terrorizzare, punire, disgregare o dominare una comunità. La violenza incontrata lungo una rotta migratoria può avere dinamiche diverse. Non necessariamente esiste una strategia organizzata dietro ogni abuso. Può trattarsi piuttosto di una violenza favorita dall'impunità, dalla dipendenza, dall'isolamento e dall'enorme squilibrio di potere tra chi ha bisogno di protezione e chi è nella posizione di concederla, venderla o negarla. È questa la distinzione proposta dall'intervistata. Cambiano le categorie interpretative, ma non cambia la vittima.
Il trauma che non può ancora essere affrontato
C'è infine un elemento meno visibile delle ferite o delle tende: quello psicologico. L'intervistata racconta persone terrorizzate, ansiose, traumatizzate, ma descrive anche una sorta di sospensione. Durante il viaggio, dice, molte persone non possono permettersi di crollare. Devono continuare a muoversi, trovare il prossimo passaggio, il prossimo posto dove dormire, la prossima frontiera. Il trauma resta lì. Affrontarlo significa fermarsi e fermarsi, per chi sente di non essere ancora al sicuro, può sembrare impossibile.
È una considerazione che permette di comprendere anche ciò che accade successivamente nei sistemi di accoglienza. Una persona che finalmente ottiene una stanza non arriva mai soltanto con una valigia. Può portare con sé mesi o anni di violenza, paura, lutti, sfruttamento, detenzione, respingimenti, notti all'aperto e separazioni familiari. Pretendere che tutto questo scompaia nel momento in cui viene consegnata una chiave significa non comprendere cosa sia realmente l'accoglienza.
Dalla frontiera alla casa, e dalla casa di nuovo alla strada
Alla fine le due testimonianze si ricongiungono. Da una parte c'è chi ha visto persone respinte alle frontiere europee. Dall'altra c'è chi le incontra quando riescono finalmente a entrare nel sistema italiano. Il viaggio sembra finito, ma comincia un'altra forma di precarietà: documenti, italiano, lavoro, casa, burocrazia, salute, relazioni sociali, autonomia.
Ed è forse qui che il termine integrazione dovrebbe recuperare il proprio significato concreto. Integrare non significa chiedere a qualcuno di rinunciare alla propria identità e non significa nemmeno prolungare indefinitamente l'assistenza. Significa creare le condizioni perché una persona possa progressivamente non avere più bisogno dell'accoglienza.
Da questo punto di vista, il passaggio dell'intervista sul problema abitativo è decisivo. Se una persona arriva dalla strada, entra in un progetto, trova un lavoro e, terminato il progetto, torna a dormire sulla strada perché non riesce ad accedere a un affitto, qualcosa nel percorso si è interrotto. Non è necessariamente il fallimento del singolo operatore e non è necessariamente il fallimento della persona migrante. È un punto nel quale le politiche migratorie incontrano politiche che apparentemente migratorie non sono: casa, lavoro, formazione, contrasto allo sfruttamento, sanità, servizi sociali.
Ed è forse anche per questo che ridurre tutta la discussione a essere semplicemente "favorevoli" o "contrari" all'immigrazione serve a poco. Le persone sono già qui, altre stanno attraversando le frontiere e altre ancora arriveranno attraverso canali regolari o irregolari. La domanda concreta non è soltanto quante ne arriveranno. È che cosa accade dopo.
Il Patto dell'Unione europea sulla migrazione e l'asilo, adottato nel maggio 2024, comprende dieci atti legislativi e, salvo specifiche disposizioni, è destinato a diventare applicabile dal 12 giugno 2026. È quindi più preciso dire che nel 2026 l'Unione si trova nella fase di attuazione e preparazione all'applicazione del nuovo quadro, non che il Patto sia già integralmente entrato nella fase applicativa. L'Europa sta ridisegnando procedure di frontiera, accoglienza e gestione delle domande di protezione; anche l'Italia sta adeguando strutture e procedure alla nuova disciplina europea. Il riferimento alla Gazzetta Ufficiale deve essere mantenuto soltanto se il provvedimento citato è effettivamente pertinente e già pubblicato alla data dell'articolo.
Per una città di confine come Trieste non è una discussione distante. È qualcosa che passa davanti alla stazione, entra negli appartamenti dell'accoglienza, attraversa la Piazza del Mondo e continua sulle strade verso il Nord Europa. Dietro parole come flussi, CAS, SAI, pushback, frontiera e integrazione ci sono persone che devono mangiare e dormire, certamente, ma che prima o poi hanno anche bisogno di smettere semplicemente di sopravvivere e cominciare a costruire una vita.
Le testimonianze contenute nell'articolo sono nate da due interviste realizzate a Trieste dopo un incontro casuale con le protagoniste. Le persone intervistate sono state mantenute anonime. Le fonti istituzionali citate sono state utilizzate per distinguere e contestualizzare le esperienze e le valutazioni personali rispetto ai fatti documentati. I riferimenti normativi e istituzionali sono stati verificati e formulati in modo da distinguere tra fatti accertati, dati riportati da organizzazioni e testimonianze individuali.
