Starmer, Brexit e crisi politica: perché il Regno Unito è diventato ingovernabile?

23.06.2026

A dieci anni dal referendum del 23 giugno 2016, il Regno Unito appare come un Paese che ha riconquistato formalmente quote di sovranità, ma ha smarrito una parte essenziale della propria stabilità politica. La Brexit era stata presentata come un atto di liberazione: riprendere il controllo delle leggi, dei confini, del denaro pubblico e del destino nazionale. Dieci anni dopo, la domanda più seria non è se Londra abbia lasciato Bruxelles, perché questo è avvenuto. La domanda è se il Regno Unito sia diventato più governabile. La risposta, ad oggi, è negativa.

La vicenda di Keir Starmer è emblematica. Arrivato al potere nel 2024 con la promessa di chiudere la stagione del caos conservatore, Starmer incarnava la figura del giurista sobrio, del riformista pragmatico, dell'uomo chiamato a "riparare" il Paese dopo anni di turbolenze istituzionali. La sua leadership, tuttavia, non è riuscita a trasformare la maggioranza parlamentare in una vera maggioranza politica e sociale. Le sue dimissioni, annunciate il 22 giugno 2026, alla vigilia del decennale del referendum, hanno assunto così un valore quasi simbolico: non cade soltanto un primo ministro, ma l'ennesima illusione che basti cambiare leader per curare una crisi costituzionale più profonda.

Il Regno Unito si avvia verso il settimo primo ministro in dieci anni. In un ordinamento parlamentare ciò non è, di per sé, illegittimo. Il primo ministro britannico non è eletto direttamente dal popolo, ma viene nominato dal Sovrano nella persona che appare in grado di ottenere la fiducia della Camera dei Comuni. La successione interna al partito di maggioranza può quindi produrre un nuovo capo del governo senza elezioni generali immediate. È una dinamica perfettamente compatibile con la costituzione materiale britannica. Il punto, però, non è soltanto la legalità formale. Il punto è la tenuta democratica di un sistema nel quale governi dotati di maggioranze parlamentari ampie si rivelano incapaci di produrre indirizzi durevoli.

Qui sta il nodo dell'ingovernabilità britannica contemporanea: non l'assenza di numeri parlamentari, ma l'assenza di un consenso nazionale stabile. Il sistema elettorale maggioritario può consegnare a un partito una grande maggioranza alla Camera dei Comuni, ma non può più garantire, da solo, un mandato politico profondo. La società britannica è frammentata per età, territorio, reddito, identità nazionale e rapporto con l'Europa. La Brexit non ha creato tutte queste fratture, ma le ha rese incandescenti.

Il referendum del 2016, previsto dall'European Union Referendum Act 2015, fu giuridicamente corretto, ma politicamente devastante nella sua gestione. Chiedere al corpo elettorale di decidere su un tema di enorme complessità costituzionale, economica e internazionale senza aver prima definito quale modello di uscita si intendesse perseguire ha prodotto una torsione plebiscitaria della democrazia. Il voto popolare è sacro, ma la sovranità popolare non è uno slogan: richiede informazione, responsabilità, mediazione parlamentare e capacità di attuazione.

La sentenza Miller della Supreme Court del 2017 ricordò un principio essenziale: il Governo non poteva attivare l'articolo 50 del Trattato sull'Unione europea attraverso la sola prerogativa regia, perché la Brexit incideva su diritti conferiti dall'ordinamento interno e richiedeva quindi un atto del Parlamento. Fu una decisione di grande rilievo costituzionale. Essa mostrò che la sovranità parlamentare, tanto invocata dai sostenitori della Brexit, non coincide con la volontà immediata dell'esecutivo né con la pura acclamazione referendaria. La sovranità, in uno Stato di diritto, è procedura, limite, garanzia.

La successiva legislazione — dall'European Union (Notification of Withdrawal) Act 2017 all'European Union (Withdrawal) Act 2018, sino all'European Union (Withdrawal Agreement) Act 2020 — ha trasformato la Brexit in un gigantesco cantiere normativo. L'uscita dall'UE non è stata un singolo atto, ma una ristrutturazione dell'ordinamento. La promessa di "semplificare" si è scontrata con la necessità di conservare, adattare, sostituire o riformulare migliaia di norme derivate dal diritto europeo. È una lezione severa: l'interdipendenza giuridica non si cancella con una formula politica.

La questione nordirlandese ha poi rivelato l'impossibilità di concepire la Brexit come pura riaffermazione territoriale. Il Good Friday Agreement del 1998, il Northern Ireland Act 1998, gli obblighi derivanti dalla Convenzione europea dei diritti dell'uomo e la necessità di evitare un confine rigido sull'isola d'Irlanda hanno reso evidente che la sovranità britannica non poteva essere esercitata ignorando la pace, la cooperazione transfrontaliera e la tutela dei diritti fondamentali. Il Protocollo sull'Irlanda del Nord prima e il Windsor Framework poi sono stati tentativi di conciliare esigenze difficilmente conciliabili: uscire dal mercato unico e dall'unione doganale, ma non ricostruire un confine politico e materiale in un territorio segnato dalla memoria del conflitto.

Starmer aveva compreso una parte del problema. Il suo "reset" con l'Unione europea non era un ritorno nell'UE, né un superamento della Brexit, ma il tentativo di rendere meno irrazionale il post-Brexit. Cooperazione in materia di sicurezza, energia, controlli sanitari e fitosanitari, mobilità giovanile, Europol, giustizia civile e contrasto alla criminalità transnazionale: sono tutti settori nei quali l'isolamento è semplicemente inefficiente. La sovranità del XXI secolo non consiste nel fare tutto da soli, ma nel scegliere con chi cooperare e a quali condizioni.

Il problema politico di Starmer è stato proprio questo: dire una verità amministrativa senza riuscire a trasformarla in una narrazione nazionale. Il Regno Unito ha bisogno dell'Europa, ma una parte consistente dell'opinione pubblica continua a percepire ogni avvicinamento a Bruxelles come un tradimento. Al tempo stesso, una parte sempre più ampia della società considera la Brexit un errore storico e vorrebbe una relazione molto più stretta con l'UE. In mezzo, il governo resta paralizzato: troppo europeista per i sovranisti, troppo prudente per i filo-europei, troppo tecnico per chi chiede protezione sociale immediata.

L'economia ha aggravato questa crisi di legittimazione. La Brexit non è l'unica causa della stagnazione britannica: pesano la crisi finanziaria del 2008, l'austerità, la pandemia, l'inflazione, la guerra in Ucraina, le tensioni energetiche e il deterioramento dei servizi pubblici. Tuttavia, la Brexit ha aggiunto costi commerciali, incertezza regolatoria e perdita di attrattività per investimenti e settori produttivi. Quando un Paese cresce poco, ogni scelta distributiva diventa più dolorosa: finanziare il welfare, sostenere il sistema sanitario, investire nella difesa, ridurre il debito, abbassare le tasse. Starmer si è trovato intrappolato in questa contraddizione: promettere ricostruzione sociale senza disporre dello spazio fiscale e politico necessario per realizzarla.

Anche l'immigrazione mostra la distanza tra promessa e realtà. "Riprendere il controllo dei confini" è stato uno degli slogan più potenti della campagna referendaria. Ma il governo dei flussi migratori non dipende soltanto dalla volontà nazionale. Esistono obblighi internazionali, dalla Convenzione di Ginevra del 1951 alla Convenzione europea dei diritti dell'uomo, in particolare con riferimento al divieto di tortura e trattamenti inumani o degradanti di cui all'articolo 3 CEDU, come interpretato anche in materia di non-refoulement. Esistono economie che chiedono manodopera, crisi geopolitiche che producono fuga, reti criminali transnazionali che sfruttano la disperazione. Ridurre tutto al confine significa semplificare un fenomeno che richiede diritto, cooperazione e amministrazione efficiente.

La crisi britannica è dunque una crisi di promessa. La Brexit aveva promesso controllo, ma ha prodotto complessità. Aveva promesso unità, ma ha accentuato le fratture tra Inghilterra, Scozia, Galles e Irlanda del Nord. Aveva promesso centralità globale, ma ha costretto Londra a rinegoziare faticosamente spazi di influenza commerciale e diplomatica. Aveva promesso stabilità democratica, ma ha inaugurato un decennio di leadership fragili.

Questo non significa che il Regno Unito sia un Paese finito. Sarebbe un giudizio superficiale. Il Regno Unito conserva istituzioni robuste, università eccellenti, capacità diplomatica, forza militare, sistema giudiziario autorevole, pluralismo civile e un ruolo internazionale ancora significativo. Ma nessuna democrazia può vivere a lungo di nostalgia imperiale, alternanza di leader e retorica emergenziale. Governare richiede una direzione.

La lezione più importante riguarda tutta l'Europa. Una democrazia costituzionale non può essere ridotta alla contrapposizione tra "popolo" ed "élite", tra "volontà popolare" e "vincoli giuridici". I vincoli, quando sono fondati sul diritto, non sono catene: sono architetture di convivenza. Il Parlamento, i giudici, gli accordi internazionali, la tutela delle minoranze, la devolution e i diritti fondamentali non sono ostacoli alla democrazia; ne sono la struttura portante.

Starmer cade perché non è riuscito a dare al Regno Unito una nuova grammatica politica. Ma la sua caduta dice molto più del fallimento di un uomo. Dice che il post-Brexit non ha ancora trovato un equilibrio tra sovranità e interdipendenza, tra identità nazionale e cooperazione europea, tra consenso elettorale e responsabilità di governo. Dieci anni dopo, il Regno Unito non deve soltanto decidere che rapporto avere con Bruxelles. Deve decidere che rapporto avere con la verità.

La verità è che nessun Paese europeo, oggi, è davvero sovrano se è solo. La sovranità non è isolamento, ma capacità di incidere. Non è chiusura, ma forza negoziale. Non è negazione dei vincoli, ma governo intelligente dei vincoli. Se il Regno Unito vorrà uscire dall'ingovernabilità, dovrà smettere di trattare la Brexit come un mito identitario e cominciare a trattarla come ciò che è stata: una scelta politica enorme, con conseguenze giuridiche, economiche e sociali che non possono essere rimosse.

Il decennale della Brexit non è soltanto una ricorrenza. È un avvertimento. Le democrazie non crollano sempre per rotture improvvise. Talvolta si consumano lentamente, quando promettono soluzioni semplici a problemi complessi e poi non trovano il coraggio di spiegare ai cittadini il prezzo della realtà. Il Regno Unito può ancora ricostruire una stagione di stabilità. Ma dovrà farlo non contro l'Europa, non contro il diritto, non contro le proprie articolazioni interne. Dovrà farlo tornando a governare la complessità, invece di negarla.

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