Serbia e diritto d’asilo: come la rotta balcanica sta diventando un vicolo cieco per i rifugiati

21.06.2026

Nel dibattito europeo sulla migrazione esiste una narrazione ricorrente: meno migranti presenti lungo la rotta balcanica significherebbe maggiore controllo, maggiore sicurezza e una gestione più efficace delle frontiere. Ma osservando attentamente ciò che accade in Serbia e ai confini dell'Unione Europea emerge una realtà molto diversa. Il problema non è stato risolto. È stato semplicemente nascosto, esternalizzato, reso meno visibile agli occhi dell'opinione pubblica europea.

Secondo Nikola Kovačević, avvocato serbo esperto di diritti dei migranti e diritto d'asilo, la situazione delle persone in transito nei Balcani occidentali è peggiorata drasticamente dal 2015 a oggi. La Serbia non è mai stata un Paese con un sistema d'asilo realmente efficiente o strutturato secondo standard elevati di tutela. Anche negli anni della cosiddetta "crisi migratoria" ottenere protezione internazionale era complesso, lento e spesso arbitrario. Tuttavia oggi, secondo numerosi osservatori internazionali e organizzazioni umanitarie, la situazione sarebbe diventata ancora più grave.

Dopo la pandemia da Covid-19 il sistema serbo ha progressivamente assunto caratteristiche sempre più restrittive. Le procedure di asilo risultano difficilmente accessibili, i tempi sono lunghissimi e molti migranti rinunciano persino a formalizzare una richiesta di protezione internazionale perché convinti che non porterà ad alcun risultato concreto. Formalmente il diritto d'asilo esiste ancora. Materialmente, per moltissime persone, è diventato quasi irraggiungibile.

Questa trasformazione si inserisce in un quadro geopolitico più ampio. La Serbia è diventata uno dei principali territori-cuscinetto della politica migratoria europea. Pur non facendo parte dell'Unione Europea, svolge di fatto una funzione di contenimento. Negli ultimi anni Bruxelles ha progressivamente esternalizzato il controllo delle migrazioni verso Paesi terzi, finanziando strumenti di sorveglianza, rafforzamento delle frontiere e cooperazione securitaria. È una strategia che consente agli Stati membri di ridurre gli arrivi visibili sul proprio territorio, ma che produce un effetto collaterale enorme: lo spostamento della sofferenza umana lontano dallo sguardo europeo.

Il drastico calo del numero di migranti presenti in Serbia rispetto al 2015 viene spesso utilizzato come prova del successo delle politiche di contenimento. In realtà, secondo molti giuristi e operatori umanitari, quel calo non rappresenta una soluzione strutturale. Significa soltanto che le persone vengono respinte più velocemente, trattenute più duramente o costrette a percorsi ancora più pericolosi.

Ai confini dell'Unione Europea, infatti, continuano da anni le denunce relative ai cosiddetti pushback illegali. Si tratta di respingimenti collettivi effettuati senza valutazione individuale della situazione personale del migrante e senza accesso effettivo alla procedura d'asilo. Una pratica incompatibile con il diritto internazionale e con il diritto europeo.

L'articolo 33 della Convenzione di Ginevra del 1951 vieta chiaramente il principio di refoulement, ossia il respingimento di una persona verso territori nei quali potrebbe subire persecuzioni, torture o trattamenti inumani. Anche l'articolo 3 della Convenzione Europea dei Diritti dell'Uomo proibisce trattamenti degradanti e disumani, mentre l'articolo 18 della Carta dei diritti fondamentali dell'Unione Europea riconosce il diritto d'asilo.

Eppure negli ultimi anni numerose organizzazioni internazionali, tra cui Amnesty International, Human Rights Watch e Border Violence Monitoring Network, hanno documentato violenze sistematiche lungo i confini europei. Pestaggi, privazioni di acqua e cibo, distruzione dei telefoni cellulari, umiliazioni, detenzioni arbitrarie e respingimenti collettivi sono stati denunciati in particolare lungo le frontiere tra Croazia e Bosnia, Ungheria e Serbia, Bulgaria e Turchia.

La situazione ungherese rappresenta uno dei casi più emblematici. Negli ultimi anni il governo di Viktor Orbán ha costruito una politica apertamente ostile all'asilo e all'immigrazione, introducendo barriere fisiche e normative estremamente restrittive. La Corte di Giustizia dell'Unione Europea ha più volte condannato Budapest per violazione del diritto europeo in materia di protezione internazionale e detenzione illegittima dei richiedenti asilo.

Anche la Croazia è stata ripetutamente accusata di pratiche violente nei confronti dei migranti lungo la rotta balcanica. Per anni si sono susseguite testimonianze relative a pestaggi e respingimenti sommari verso Bosnia e Serbia. Una situazione particolarmente delicata perché riguarda uno Stato membro dell'Unione Europea e dell'area Schengen, teoricamente vincolato al rispetto rigoroso degli standard europei sui diritti fondamentali.

La Bulgaria rappresenta un altro punto critico. Organizzazioni umanitarie e giornalistiche hanno documentato condizioni detentive molto dure, soprattutto per persone vulnerabili e minori stranieri non accompagnati. In diversi casi sono emerse accuse relative a violenze da parte delle forze di polizia di frontiera e all'utilizzo sistematico della detenzione come strumento di deterrenza.

Il problema centrale è che il diritto d'asilo europeo sta vivendo una crisi profonda di credibilità. Formalmente i principi di tutela continuano a esistere. Le Convenzioni internazionali restano in vigore. I tribunali europei continuano a pronunciare sentenze importanti. Ma sul piano pratico molti Stati sembrano aver progressivamente trasformato la protezione internazionale in un meccanismo di esclusione preventiva.

Si assiste così a una progressiva "normalizzazione dell'emergenza". Misure eccezionali introdotte in nome della sicurezza diventano permanenti. La logica della deterrenza prevale sulla tutela della dignità umana. E i migranti finiscono intrappolati in una zona grigia giuridica e geografica nella quale i diritti esistono sulla carta ma diventano difficilmente esercitabili nella realtà.

Il paradosso è evidente: l'Europa continua a presentarsi come spazio fondato sullo Stato di diritto, sui diritti umani e sulla dignità della persona, ma lungo molte delle sue frontiere esterne si sviluppano pratiche che numerosi giuristi considerano incompatibili proprio con quei principi.

La questione migratoria non riguarda soltanto il controllo dei confini. Riguarda la tenuta democratica dell'Europa stessa. Perché il modo in cui uno Stato tratta le persone più vulnerabili dice molto anche sulla qualità reale del suo sistema giuridico e costituzionale.

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