Senegal: fino a 10 anni di carcere per omosessualità. Stretta del governo Sonko e crisi dei diritti umani

10.03.2026

La recente stretta legislativa annunciata in Senegal rappresenta uno degli episodi più significativi, e preoccupanti, della crescente repressione dei diritti delle persone LGBT in diverse aree del mondo. Dal 1° marzo il quadro normativo senegalese si è ulteriormente irrigidito: chiunque venga accusato di aver compiuto "atti innaturali" con una persona dello stesso sesso rischia ora una pena detentiva da cinque a dieci anni di reclusione. Non solo. Il nuovo testo prevede anche sanzioni penali da tre a sette anni per chiunque "faciliti" relazioni tra persone dello stesso sesso, una formulazione volutamente ampia che può colpire amici, familiari, attivisti o semplicemente chi offra supporto alla comunità LGBT.

La riforma è stata sostenuta pubblicamente dal primo ministro Ousmane Sonko, leader del partito Pastef, formazione politica che combina nazionalismo, retorica anticolonialista e una forte critica all'influenza culturale occidentale. In questo contesto politico l'omosessualità viene spesso presentata come un fenomeno "importato" dall'Occidente e incompatibile con la tradizione africana. Tale narrazione, tuttavia, ignora la complessità storica delle società africane e soprattutto il fatto che molte leggi penali contro l'omosessualità derivano proprio dall'epoca coloniale, quando furono introdotte nei codici penali dalle amministrazioni europee.

La dimensione giuridica della vicenda non può essere separata dal contesto sociale. Secondo i dati di Afrobarometer, il 97% dei cittadini senegalesi dichiarerebbe di non voler avere persone omosessuali come vicini di casa. Questo clima di forte stigmatizzazione sociale contribuisce a creare un ambiente nel quale la repressione penale trova consenso politico. Manifestazioni pubbliche e discorsi religiosi spesso associano in modo confuso l'omosessualità a fenomeni come l'AIDS o addirittura agli abusi sui minori, alimentando paure collettive prive di fondamento scientifico e rafforzando una narrativa moralistica che legittima l'inasprimento delle pene.

Le conseguenze pratiche di queste norme sono profonde. Quando il diritto penale interviene in modo così invasivo nella sfera privata della persona, il rischio è quello di generare vere e proprie "cacce alle streghe". In contesti simili non è raro che familiari, vicini di casa o conoscenti denuncino presunti comportamenti omosessuali alle autorità. Il risultato è un clima di sospetto diffuso che spinge molte persone a vivere nella clandestinità o a scegliere l'esilio. Numerose testimonianze raccontano di cittadini senegalesi costretti ad abbandonare il proprio paese per evitare persecuzioni o violenze.

Dal punto di vista del diritto internazionale dei diritti umani, tali legislazioni sollevano interrogativi molto seri. Sebbene gli Stati mantengano una certa autonomia nella definizione del diritto penale, esistono standard internazionali che limitano la criminalizzazione dell'identità o della vita privata delle persone. La Dichiarazione universale dei diritti dell'uomo del 1948 afferma all'articolo 1 che tutti gli esseri umani nascono liberi ed eguali in dignità e diritti. L'articolo 2 vieta discriminazioni basate su qualsiasi condizione personale, mentre l'articolo 12 tutela la vita privata da interferenze arbitrarie dello Stato.

Anche il Patto internazionale sui diritti civili e politici, ratificato da numerosi Stati africani, protegge il diritto alla privacy (art. 17) e il principio di uguaglianza davanti alla legge (art. 26). La giurisprudenza internazionale ha più volte chiarito che la criminalizzazione dei rapporti consensuali tra adulti dello stesso sesso può costituire una violazione di tali principi. In diverse decisioni, organismi delle Nazioni Unite hanno sottolineato come tali normative producano discriminazione sistemica e favoriscano violenze e persecuzioni.

Il caso del Senegal si inserisce inoltre in una dinamica regionale più ampia. In diversi paesi africani si assiste negli ultimi anni a un rafforzamento delle leggi anti-omosessualità, spesso accompagnato da campagne politiche che presentano la difesa dei "valori tradizionali" come una forma di resistenza culturale all'Occidente. Questa retorica, tuttavia, rischia di trasformare i diritti fondamentali in terreno di scontro geopolitico, mentre le persone coinvolte diventano bersaglio di repressioni, discriminazioni e violenze.

Non mancano tuttavia segnali di resistenza civile. In alcune realtà africane movimenti per i diritti umani e organizzazioni della società civile continuano a mobilitarsi per chiedere maggiore libertà e protezione giuridica per le minoranze sessuali. Manifestazioni recenti in paesi come Namibia e iniziative di solidarietà regionale dimostrano che il dibattito è tutt'altro che chiuso e che anche all'interno del continente africano esistono voci diverse, spesso coraggiose, che chiedono un'evoluzione del diritto verso modelli più inclusivi.

In definitiva, la vicenda senegalese mostra come il diritto penale possa diventare uno strumento di costruzione dell'identità politica e culturale di uno Stato. Ma ricorda anche che la funzione ultima del diritto dovrebbe essere la tutela della dignità della persona. Quando la legge viene utilizzata per perseguitare identità o orientamenti, il rischio è quello di trasformare l'ordinamento giuridico da garanzia di libertà a strumento di paura. Ed è proprio in questi momenti che il diritto internazionale dei diritti umani assume il suo ruolo più importante: ricordare che la dignità umana non può essere subordinata né alla maggioranza sociale né alle convenienze della politica.

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