Sciopero generale a Trieste: libertà, diritti e solidarietà

Tra sciopero generale, solidarietà ai migranti, diritto al lavoro e vita indipendente: il racconto di una giornata di protesta che, per me, rappresenta molto più di una manifestazione politica.
Ci sono giornate nelle quali partecipare a una manifestazione significa molto più che aderire a una protesta sindacale o esprimere il proprio dissenso nei confronti di un governo. Sono giornate nelle quali la partecipazione politica diventa un'affermazione di esistenza, una rivendicazione della propria libertà e, soprattutto, la dimostrazione concreta che i diritti non possono rimanere confinati nelle disposizioni costituzionali o nei trattati internazionali, ma devono trovare piena attuazione nella vita quotidiana. Oggi, 30 ottobre, è stata una di quelle giornate. Mi sono inserita nel corteo dello sciopero generale, indetto dall'Unione Sindacale di Base, all'altezza della Galleria Sandrinelli, attraversando il centro di Trieste fino a raggiungere piazza Libertà. Ero sulla mia sedia a rotelle, con il mio dispositivo di comunicazione, circondata da lavoratori, studenti, attivisti, associazioni e persone che hanno deciso di manifestare contro le disuguaglianze sociali, il carovita, l'economia di guerra e le politiche del governo Meloni. Non ero lì per dimostrare che anche una persona con disabilità può partecipare a una manifestazione, perché considero questa narrazione profondamente paternalistica. Ero lì perché sono una cittadina, una donna, una giurista, un'antifascista, una persona che possiede convinzioni politiche, ambizioni professionali, desideri e un progetto di vita che intende realizzare senza chiedere il permesso a nessuno. Ero lì perché non condivido l'impostazione politica ed economica dell'attuale esecutivo e perché ritengo che il grado di civiltà di uno Stato non debba essere misurato esclusivamente attraverso la crescita economica, la competitività dei mercati o la capacità di mantenere l'ordine pubblico, ma soprattutto attraverso la libertà sostanziale che riesce a garantire alle persone, specialmente a quelle che incontrano maggiori ostacoli nell'esercizio dei propri diritti.
L'arrivo del corteo in piazza Libertà ha assunto per me un significato politico e umano particolarmente intenso. Non si tratta, infatti, di una piazza qualsiasi, ma di quella che molti volontari e attivisti chiamano affettuosamente piazza del Mondo, uno dei luoghi più emblematici della solidarietà verso le persone migranti che raggiungono Trieste attraverso la rotta balcanica. Parliamo di uomini, poche donne e molti ragazzi che hanno attraversato confini, affrontato respingimenti, violenze, privazioni, freddo e condizioni spesso disumane, arrivando in città dopo viaggi estenuanti, talvolta con ferite, problemi di salute e un bisogno immediato di assistenza. Proprio in questa piazza, grazie all'impegno di associazioni come Linea d'Ombra e di numerose altre realtà solidali, nel corso degli anni si è sviluppata un'esperienza straordinaria di accoglienza e prossimità, capace di restituire un volto umano a un fenomeno che troppo spesso viene ridotto a una questione di confini, statistiche e sicurezza. Eppure, nelle ultime settimane, le attività umanitarie sono state oggetto di prescrizioni sempre più restrittive da parte della Questura di Trieste, con limitazioni degli orari nei giorni feriali e l'impossibilità di svolgere le attività interessate dai provvedimenti durante il fine settimana. Le motivazioni richiamano esigenze di ordine pubblico, sicurezza, tutela della libera circolazione, delle attività economiche e della fruibilità della piazza. Ed è proprio qui che nasce la mia profonda contrarietà: perché, pur riconoscendo la legittimità dell'interesse pubblico alla sicurezza, considero estremamente discutibile una concezione dell'ordine urbano nella quale le attività di assistenza verso persone vulnerabili finiscono per essere trattate come un elemento problematico da contenere anziché come una risorsa da valorizzare.
Non nego che in piazza Libertà possano verificarsi episodi di criminalità, aggressioni, spaccio o altre situazioni che richiedono un intervento delle autorità competenti. Sarebbe intellettualmente disonesto sostenere che qualsiasi criticità sia frutto di una costruzione propagandistica. Ma proprio perché considero la sicurezza un diritto fondamentale, ritengo necessario distinguere rigorosamente le condotte penalmente rilevanti dalle attività umanitarie e solidaristiche. Se qualcuno commette un reato, deve essere individuato e perseguito secondo le garanzie previste dall'ordinamento; se una persona è vittima di violenza, deve essere protetta; se esistono situazioni di degrado, devono essere affrontate attraverso interventi efficaci, proporzionati e rispettosi della dignità umana. Non comprendo, invece, perché la presenza di volontari che distribuiscono cibo, offrono coperte, medicano ferite o aiutano persone in condizioni di estrema vulnerabilità debba essere considerata parte del problema. La sicurezza non si costruisce allontanando chi presta soccorso, ma contrastando chi commette reati e intervenendo sulle condizioni sociali che favoriscono marginalità e sfruttamento.Anzi, sarebbe opportuno domandarsi se ridurre la presenza delle reti solidali non possa determinare conseguenze opposte rispetto a quelle dichiarate, lasciando persone già vulnerabili maggiormente esposte ai rischi della strada. La prevenzione non coincide necessariamente con l'allontanamento, così come il decoro urbano non può diventare sinonimo di invisibilità della sofferenza. Una città non è più sicura semplicemente perché riesce a nascondere la povertà agli occhi dei passanti; diventa realmente più sicura quando affronta le cause dei problemi, protegge le persone e costruisce risposte istituzionali adeguate.
Trovo altrettanto discutibile il riferimento alla necessità di salvaguardare le attività economiche e ricreative della piazza. Chi conosce Trieste sa perfettamente che piazza Libertà non è piazza Unità d'Italia, non rappresenta il cuore della passeggiata cittadina e non è storicamente uno dei principali luoghi nei quali i triestini scelgono di trascorrere il proprio tempo libero. È soprattutto la piazza della stazione ferroviaria, uno spazio di arrivi, partenze, collegamenti e transito, attraversato quotidianamente da viaggiatori, lavoratori, studenti e cittadini diretti verso altre zone della città. Già molto prima che diventasse un punto di riferimento per le persone migranti, la sua funzione prevalente era quella di collegamento, piuttosto che di aggregazione stabile. Naturalmente esistono attività commerciali e persone che frequentano l'area, e nessuno intende negare il loro diritto a lavorare e vivere in condizioni di sicurezza. Ma ritengo quantomeno forzato descrivere le attività di solidarietà come il principale ostacolo alla piena fruizione di uno spazio che, nella sua storia urbana, ha sempre avuto una vocazione prevalentemente di passaggio. Soprattutto, mi domando cosa significhi realmente l'espressione restituire la piazza ai cittadini. Restituirla a chi, esattamente? Ai residenti, ai viaggiatori, ai commercianti, ai turisti? E perché dovrebbero essere esclusi da questa idea di spazio pubblico i migranti che vi transitano o le persone che prestano loro assistenza? Una piazza non è un salotto privato riservato a chi possiede capacità di consumo, né può essere considerata pienamente vivibile soltanto quando vi scompaiono le manifestazioni più evidenti della marginalità sociale. Lo spazio pubblico appartiene alla collettività e la sua amministrazione deve contemperare interessi diversi, senza trasformare automaticamente la vulnerabilità umana in un elemento di disturbo.
Da giurista, ritengo inoltre indispensabile affrontare questa vicenda attraverso una lettura costituzionalmente orientata delle misure adottate. L'articolo 2 della Costituzione riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell'uomo e richiede l'adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale; l'articolo 3 attribuisce alla Repubblica il compito di rimuovere gli ostacoli economici e sociali che limitano concretamente la libertà e l'eguaglianza delle persone; l'articolo 17 tutela il diritto di riunione, stabilendo precise garanzie e condizioni per le limitazioni delle riunioni in luogo pubblico. Queste disposizioni non significano che qualsiasi iniziativa umanitaria sia automaticamente sottratta alle regole amministrative o alle esigenze di sicurezza, ma impongono di verificare la natura effettiva delle attività, la base giuridica delle restrizioni, la loro necessità e la proporzionalità rispetto agli obiettivi perseguiti. Occorre, inoltre, evitare di equiparare automaticamente un'attività di soccorso a una manifestazione politica soltanto perché si svolge in uno spazio pubblico o perché chi la organizza esprime una determinata visione della società. Anche la Camera degli Avvocati per i Diritti Umani e degli Stranieri ha sollevato interrogativi su questi profili. La legittimità dei singoli provvedimenti deve naturalmente essere valutata nelle sedi competenti, ma ciò non esclude il diritto dei cittadini di criticarne la ratio e le conseguenze concrete. Personalmente, considero la solidarietà un valore costituzionale irrinunciabile, non un comportamento da guardare con sospetto. E se qualcuno sostiene che aiutare le persone migranti costituisca anche un gesto politico, non vedo quale sia lo scandalo: la solidarietà può certamente esprimere una concezione della società, ma questo non cancella il bisogno al quale risponde. Una persona affamata ha bisogno di mangiare indipendentemente dalle convinzioni politiche di chi le offre un pasto. Una ferita deve essere medicata indipendentemente dalla nazionalità di chi la porta. La dignità umana non dovrebbe essere subordinata alla convenienza politica del momento.
La mia partecipazione allo sciopero generale nasce da convinzioni politiche precise, che non ho alcuna intenzione di nascondere dietro una presunta neutralità. Sono antifascista e mi riconosco nei principi democratici, pluralisti e solidaristici sui quali si fonda la Repubblica italiana. Per me l'antifascismo non rappresenta un semplice riferimento storico o una formula identitaria, ma una responsabilità civile che si traduce nella difesa delle libertà fondamentali, nel contrasto alle discriminazioni, nella tutela delle minoranze e nel rifiuto di qualsiasi concezione autoritaria del potere. Per queste ragioni sono profondamente in disaccordo con l'impostazione politica ed economica del governo Meloni. Contesto una visione della sicurezza che, a mio giudizio, tende a privilegiare gli strumenti repressivi rispetto agli interventi di prevenzione sociale; contesto politiche migratorie che considero eccessivamente orientate al contenimento e insufficientemente attente alla protezione dei diritti fondamentali; contesto un modello economico nel quale il lavoro non garantisce necessariamente la possibilità di vivere dignitosamente e nel quale troppe persone, pur impegnandosi quotidianamente, incontrano difficoltà crescenti nel sostenere il costo dell'abitazione, dell'energia, dei trasporti e dei servizi essenziali. Contesto, inoltre, le priorità politiche che attribuiscono una crescente centralità alla spesa militare mentre il sistema sanitario pubblico, l'assistenza alle persone non autosufficienti, la scuola, l'università e le politiche sociali necessitano di investimenti strutturali. Non sostengo che la difesa nazionale sia irrilevante o che il complesso delle scelte di bilancio possa essere ridotto a uno slogan, ma ritengo che ogni decisione sulla destinazione delle risorse pubbliche esprima una precisa idea di società. E quella che desidero io è una società nella quale la dignità, il lavoro, la salute, l'istruzione e la possibilità di costruire il proprio futuro non vengano sacrificati sull'altare di un'economia che sembra talvolta dimenticare le persone alle quali dovrebbe servire.
Non mi interessa una politica che si limiti a promettere sicurezza, crescita e stabilità attraverso formule ripetute durante le campagne elettorali. Mi interessa una politica che sappia spiegare quali condizioni concrete intenda garantire ai cittadini, quali strumenti voglia utilizzare per ridurre le disuguaglianze e quale futuro stia realmente preparando alle nuove generazioni e a tutte quelle persone che, pur non essendo più giovani, non hanno ancora avuto la possibilità di raggiungere una piena autonomia economica. Credo che il benessere collettivo non possa essere valutato soltanto attraverso il prodotto interno lordo o gli equilibri dei conti pubblici, per quanto importanti, ma debba comprendere anche la qualità dei servizi, l'accessibilità delle opportunità professionali, il livello delle retribuzioni, la disponibilità di abitazioni e la capacità del sistema di protezione sociale di rispondere ai bisogni effettivi delle persone. Quando un cittadino deve scegliere tra pagare l'affitto e sostenere una spesa sanitaria, quando una famiglia è costretta a rinunciare a servizi essenziali o quando una persona con disabilità deve dipendere economicamente dai propri familiari perché i sostegni pubblici risultano insufficienti, non possiamo limitarci a parlare di responsabilità individuale. Esistono problemi strutturali che richiedono risposte strutturali. Ed è anche per questo che considero lo sciopero uno strumento democratico fondamentale: perché permette di sottrarre determinate questioni all'invisibilità e di riportare al centro del confronto pubblico le condizioni materiali dell'esistenza. Uno Stato non dovrebbe chiedere ai cittadini di accontentarsi continuamente di meno, ma creare le condizioni affinché possano aspirare legittimamente a qualcosa di più.
A questo punto, però, desidero abbandonare per un momento il piano generale della critica politica e parlare della mia esperienza personale, perché le ragioni che mi hanno portata oggi in piazza attraversano direttamente il mio progetto di vita. Sono una donna adulta, laureata in Giurisprudenza, con una profonda passione per il diritto penale, i diritti fondamentali e la giustizia sociale. Ho studiato, continuo a formarmi, coltivo interessi professionali e desidero costruire una carriera che mi permetta non soltanto di mettere a frutto le mie competenze, ma anche di raggiungere una piena indipendenza economica. Vorrei trovare un lavoro adeguatamente retribuito, possibilmente compatibile con le mie esigenze organizzative e assistenziali, che mi consenta di affrancarmi dal mio nucleo familiare, acquistare una casa, pagare le bollette, sostenere le spese quotidiane e vivere con serenità. Non voglio essere costretta a dipendere economicamente dalla mia famiglia per tutta la vita, né considero accettabile che le opportunità professionali di una persona vengano valutate principalmente in funzione della sua condizione fisica anziché delle competenze che possiede. Desidero essere riconosciuta per ciò che so fare, per le mie capacità di analisi, per la preparazione giuridica, per l'impegno e per il contributo che posso offrire alla società. E desidero che il mio lavoro sia retribuito in modo tale da permettermi di costruire un futuro stabile, senza dover vivere costantemente nell'incertezza economica. Non pretendo privilegi: rivendico la possibilità di competere, lavorare e realizzarmi in condizioni di effettiva eguaglianza.
Non ambisco a una vita lussuosa, né pretendo privilegi economici. Desidero semplicemente un'esistenza dignitosa, serena e sufficientemente agiata da consentirmi di coltivare le mie passioni senza dover continuamente fare i conti con le difficoltà economiche. Vorrei poter viaggiare, partecipare a conferenze e iniziative culturali, frequentare teatri e musei, acquistare libri, dedicarmi ai miei hobby, trascorrere del tempo con gli amici e concedermi qualche vacanza, senza che ogni esperienza debba trasformarsi in una preoccupazione finanziaria. Non considero queste aspirazioni superflue, ma componenti essenziali di una vita pienamente vissuta. Troppo spesso, quando si affronta il tema della disabilità, il dibattito pubblico si concentra esclusivamente sulla soddisfazione dei bisogni primari, quasi che una persona con disabilità debba ritenersi fortunata quando dispone di un'abitazione, di assistenza e delle risorse strettamente necessarie alla sopravvivenza. Io rifiuto questa concezione riduttiva della dignità umana. Non voglio limitarmi a sopravvivere: voglio poter vivere, coltivare interessi, costruire relazioni, continuare a formarmi e partecipare attivamente alla società. L'articolo 36 della Costituzione riconosce il diritto del lavoratore a una retribuzione proporzionata alla quantità e alla qualità del lavoro svolto e comunque sufficiente ad assicurare a sé e alla famiglia un'esistenza libera e dignitosa. È proprio questa espressione, esistenza libera e dignitosa, che dovrebbe orientare le politiche economiche e sociali. Perché la dignità non si esaurisce nella possibilità di pagare le bollette o acquistare generi alimentari, ma comprende anche la libertà di disporre del proprio tempo, sviluppare la propria personalità e perseguire le proprie aspirazioni. Non chiedo allo Stato di finanziarmi gli hobby o il tempo libero: chiedo che mi siano garantite condizioni effettive di accesso al lavoro, alla salute e ai sostegni necessari, affinché possa costruire autonomamente una vita che non sia fatta soltanto di necessità, ma anche di passioni, opportunità e soddisfazioni personali.
Naturalmente, per me il raggiungimento dell'indipendenza economica presenta difficoltà ulteriori rispetto a quelle incontrate da molte altre persone, perché la mia condizione neurologica comporta la necessità di un'assistenza personale continuativa e organizzata. Per poter vivere autonomamente, infatti, ho bisogno di costruire una rete stabile di tre o quattro assistenti personali, in grado di garantirmi il sostegno necessario nelle diverse attività quotidiane, negli spostamenti, negli impegni professionali e nella gestione della mia vita privata. Non si tratta di avere qualcuno che decida al posto mio, né di delegare la mia esistenza a un'altra persona, ma di poter disporre di un'organizzazione assistenziale sufficientemente flessibile da permettermi di esercitare concretamente la mia autodeterminazione. Le persone che lavorano con me devono essere adeguatamente retribuite, avere contratti regolari, godere delle tutele previste dalla normativa e poter contare su condizioni professionali dignitose. Tutto questo, naturalmente, comporta costi molto elevati, soprattutto quando si considera la necessità di coprire più turni, i giorni festivi, le sostituzioni e gli imprevisti. Anche qualora riuscissi a ottenere finanziamenti pubblici più consistenti per l'assistenza domiciliare, e attualmente non posso certo affermare di disporre di risorse sufficienti, resterebbe il problema della possibile insufficienza dei contributi rispetto alle spese effettive. È anche per questo che desidero trovare un lavoro ben retribuito: vorrei poter contribuire in maniera significativa al costo della mia assistenza e, se le mie condizioni economiche me lo consentissero, arrivare persino a sostenerlo interamente. Ma sarebbe profondamente sbagliato interpretare questa mia aspirazione come una rinuncia al diritto di ricevere un adeguato sostegno pubblico, perché l'assistenza personale non è un lusso che una persona con disabilità deve meritarsi attraverso il proprio reddito: è uno degli strumenti fondamentali per rendere effettivo il diritto alla vita indipendente.
La Convenzione delle Nazioni Unite sui diritti delle persone con disabilità, ratificata dall'Italia con la legge n. 18 del 2009, riconosce all'articolo 19 il diritto delle persone con disabilità a vivere nella società, con la stessa libertà di scelta delle altre persone, prevedendo l'accesso ai servizi di sostegno necessari, compresa l'assistenza personale. L'articolo 27 riconosce, invece, il diritto al lavoro in un mercato e in un ambiente lavorativo aperti, inclusivi e accessibili. Sono due disposizioni che devono essere lette congiuntamente, perché il lavoro e l'assistenza personale non rappresentano soluzioni alternative, ma condizioni complementari dell'autodeterminazione. Il lavoro deve consentirmi di raggiungere l'indipendenza economica; l'assistenza deve permettermi di esercitare l'indipendenza personale. Nessuno dovrebbe essere costretto a scegliere tra questi due diritti. E soprattutto non dovrebbe essere considerato normale che la possibilità di vivere autonomamente dipenda dalla disponibilità economica della famiglia o dal sacrificio quotidiano dei parenti. L'amore familiare è prezioso, ma non può trasformarsi nell'obbligo implicito di garantire indefinitamente ciò che dovrebbe essere sostenuto da un sistema pubblico adeguato. Io amo la mia famiglia, ma desidero avere una casa mia, organizzare liberamente le mie giornate, scegliere quando uscire, chi frequentare, a quali conferenze partecipare e quando concedermi una serata fuori. Voglio poter decidere senza dover continuamente subordinare le mie esigenze alla disponibilità di mia madre o di altre persone vicine. Questo non significa rifiutare l'aiuto degli altri, bensì rivendicare il diritto di organizzarlo secondo le mie scelte. L'indipendenza non consiste necessariamente nel fare tutto da soli, ma nel mantenere il controllo delle decisioni che riguardano la propria esistenza.
Esiste poi una dimensione della mia vita che considero indispensabile affrontare senza imbarazzi, perché troppo spesso viene ignorata quando si parla di donne con disabilità: quella affettiva e sessuale. Attualmente non ho un partner stabile e questa condizione, almeno fino a questo momento, è legata anche alle mie scelte personali. Vivo la mia sessualità liberamente, secondo i miei desideri, senza considerare il matrimonio, la convivenza o una relazione sentimentale tradizionale come obiettivi obbligatori. Non ritengo che una donna debba necessariamente trovare un compagno per sentirsi completa, così come non penso che la costruzione di una vita indipendente debba passare attraverso una relazione di coppia. Soprattutto, non voglio che un eventuale partner venga considerato automaticamente la soluzione ai miei bisogni assistenziali. Un uomo con cui decidessi di condividere una relazione dovrebbe essere, prima di tutto, una persona scelta per amore, desiderio, affinità o attrazione reciproca, non qualcuno al quale affidare implicitamente il compito di occuparsi della mia assistenza quotidiana. Ho bisogno di un'organizzazione professionale che mi permetta di vivere anche da single, di frequentare liberamente chi desidero e di mantenere la mia autonomia indipendentemente dalle relazioni sentimentali. Questa distinzione mi sembra fondamentale, perché troppo spesso il corpo delle donne con disabilità viene interpretato esclusivamente attraverso la vulnerabilità, la necessità di cura e la dipendenza dagli altri, dimenticando che siamo anche persone desideranti, con una sessualità, una vita intima e il diritto di autodeterminarci. Io non voglio essere definita soltanto attraverso la mia patologia. Voglio essere una donna libera, anche nelle mie scelte più private, e considero questa rivendicazione profondamente femminista.
Alla questione dell'autonomia economica e dell'assistenza personale si aggiunge un altro tema che considero fondamentale: il diritto alla salute. Io voglio vivere in uno Stato che mi permetta di effettuare visite specialistiche entro tempi clinicamente appropriati, che garantisca cure adeguate alla mia condizione e che mi assicuri una presa in carico continuativa, senza costringermi a rincorrere prestazioni frammentate o a ricorrere sistematicamente alla sanità privata per ottenere ciò di cui ho bisogno. Desidero poter accedere a percorsi riabilitativi appropriati, ricevere assistenza sanitaria qualificata e ottenere dispositivi e ausili realmente rispondenti alle caratteristiche della mia patologia, senza dover sostenere continuamente spese aggiuntive per adattamenti e strumenti indispensabili. Una carrozzina adeguata, un sistema di comunicazione, una tecnologia assistiva o un dispositivo necessario alla mobilità non sono oggetti di lusso, ma strumenti che possono determinare la possibilità di studiare, lavorare, uscire di casa e partecipare pienamente alla società. Trovo inaccettabile che l'effettività di questi diritti possa dipendere, in misura così rilevante, dalla disponibilità economica individuale o dalla capacità della famiglia di supplire alle insufficienze dei servizi. L'articolo 32 della Costituzione tutela la salute come fondamentale diritto dell'individuo e interesse della collettività, ma questa garanzia rischia di perdere parte del proprio significato quando le persone incontrano ostacoli sistematici nell'accesso alle prestazioni necessarie. Non voglio che la sanità privata diventi la risposta ordinaria alle carenze di quella pubblica. Voglio una sanità pubblica efficiente, universalistica, accessibile e capace di garantire continuità assistenziale, soprattutto a chi convive con condizioni croniche e complesse.
Ritengo inoltre necessario superare una concezione delle politiche sulla disabilità ancora troppo spesso concentrata sull'erogazione di contributi economici, senza una valutazione sufficientemente ampia delle condizioni concrete che permettono alla persona di costruire il proprio progetto di vita. Naturalmente le prestazioni economiche sono importanti, ma non sono sufficienti quando mancano assistenti personali, trasporti accessibili, abitazioni adattabili, servizi sanitari coordinati e opportunità professionali effettive. La disabilità non può continuare a essere affrontata esclusivamente attraverso una prospettiva assistenzialistica, perché ciò finisce per relegare le persone in una condizione di dipendenza strutturale anziché favorirne l'autodeterminazione. Una barriera architettonica può impedirmi di entrare in un edificio; l'assenza di assistenza può impedirmi di uscire di casa; un ausilio inadeguato può compromettere la mia possibilità di lavorare; una retribuzione insufficiente può rendere irrealizzabile il mio desiderio di acquistare un'abitazione. Sono ostacoli differenti, ma concorrono tutti a limitare la libertà sostanziale. Ed è proprio qui che l'articolo 3, secondo comma, della Costituzione assume una portata straordinaria, impegnando la Repubblica a rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l'effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all'organizzazione politica, economica e sociale del Paese. Non si tratta di una dichiarazione retorica, ma di un principio fondamentale che dovrebbe orientare concretamente le scelte del legislatore e delle amministrazioni pubbliche. Non esiste vera inclusione quando una persona possiede formalmente un diritto, ma non dispone degli strumenti necessari per esercitarlo.
In questa giornata c'è stato anche un episodio particolarmente significativo dal punto di vista personale, che desidero raccontare e condividere con gratitudine. Oggi ho potuto partecipare al corteo senza la presenza della mia assistente personale e senza quella di mia madre, grazie alla disponibilità e alla solidarietà di alcune compagne di Non Una di Meno Trieste, alle quali rivolgo un ringraziamento sincero. Per chi non vive una condizione di dipendenza fisica importante, questa circostanza potrebbe apparire ordinaria, quasi insignificante; per me, invece, ha rappresentato un'esperienza di libertà concreta. Ho potuto condividere una manifestazione politica insieme ad altre donne, partecipando a un momento collettivo nel quale mi sono sentita pienamente parte di una comunità, senza che la presenza di una figura familiare o assistenziale costituisse necessariamente il punto di riferimento della mia partecipazione. Non desidero trasformare questa esperienza nell'ennesima storia edificante della persona con disabilità che compie qualcosa di straordinario, perché partecipare a una manifestazione non dovrebbe essere considerato un'impresa eccezionale. Il punto fondamentale è comprendere quali condizioni rendano possibile esercitare un diritto che, sulla carta, appartiene a tutti. Oggi quelle condizioni sono state favorite dalla solidarietà e dall'attenzione di alcune compagne, che mi hanno permesso di vivere il corteo con una libertà che considero preziosa. Ma questa esperienza mi ricorda anche quanto sia necessario costruire sistemi assistenziali che rendano l'autonomia una possibilità stabile e non un'occasione subordinata alla disponibilità di qualcuno. La solidarietà spontanea è una risorsa straordinaria, ma non può sostituire un diritto esigibile a sostegni adeguati.
Quello che ho sperimentato oggi, tuttavia, possiede anche un significato politico che va oltre la mia condizione personale. Da tempo considero il femminismo una prospettiva indispensabile per comprendere le molteplici forme attraverso le quali si producono e si perpetuano disuguaglianze, dipendenze e rapporti di potere. E credo che un femminismo autenticamente intersezionale debba riconoscere anche le esperienze delle donne con disabilità, senza relegarle ai margini delle proprie battaglie. L'autodeterminazione femminile riguarda il lavoro, la libertà sessuale, il diritto di scegliere se avere figli, l'indipendenza economica e la possibilità di sottrarsi a relazioni oppressive, ma riguarda anche il diritto di una donna con disabilità a disporre dei sostegni necessari per uscire di casa, partecipare alla vita politica, frequentare persone e vivere la propria intimità. Quando alcune compagne di Non Una di Meno Trieste mi hanno consentito di manifestare senza mia madre e senza la mia assistente personale, hanno reso possibile un'esperienza che esprime concretamente questa concezione della solidarietà femminista. Non si è trattato di una concessione benevola, ma della costruzione di una relazione nella quale ho potuto esercitare la mia autonomia all'interno di una comunità. La solidarietà più preziosa non è quella che sostituisce la volontà di una persona, ma quella che le permette di realizzarla. Ed è proprio questa dimensione della partecipazione collettiva che considero uno dei valori più importanti delle esperienze politiche e sociali che sto vivendo a Trieste.
Da quando mi sono trasferita a Trieste ho maturato una consapevolezza sempre più profonda: questa è la città nella quale desidero costruire il mio futuro. Non perché sia priva di contraddizioni, problemi o barriere architettoniche, che purtroppo conosco bene, ma perché qui ho cominciato a sperimentare una dimensione della libertà personale che considero essenziale per la mia crescita e la mia indipendenza. Trieste mi offre opportunità culturali, occasioni di confronto politico, iniziative sociali, incontri, amicizie e relazioni attraverso le quali riesco a sentirmi maggiormente parte della vita collettiva. Posso partecipare a conferenze, assemblee, manifestazioni, eventi culturali e momenti di socialità che alimentano la mia curiosità intellettuale e il mio desiderio di essere attiva nella società. Soprattutto, qui ho cominciato a percepire con maggiore intensità la possibilità di uscire anche "da sola", espressione che utilizzo volutamente tra virgolette perché, nel mio caso, non coincide necessariamente con l'assenza fisica di altre persone. Uscire da sola significa poter decidere autonomamente dove andare, con chi trascorrere il tempo e quali esperienze vivere, senza dover essere necessariamente accompagnata da un familiare o subordinare continuamente le mie scelte alla disponibilità di mia madre. Significa poter vivere la città come una donna adulta, con una propria identità, una rete di relazioni e interessi che non ruotano esclusivamente attorno alla disabilità. È una sensazione che considero preziosa e che ha contribuito in maniera determinante alla mia decisione di stabilirmi definitivamente a Trieste.
Il mio progetto è quindi molto concreto: trovare un lavoro che valorizzi le mie competenze, raggiungere un'indipendenza economica sufficiente a sostenere una vita autonoma, acquistare un'abitazione adatta alle mie esigenze e organizzare un sistema di assistenza personale che mi consenta di gestire liberamente il mio tempo. Voglio continuare a coltivare la mia passione per il diritto, approfondire le questioni che riguardano la giustizia sociale, i diritti umani, le migrazioni e la violenza di genere, partecipare al dibattito pubblico e contribuire, attraverso il mio lavoro e la mia attività di divulgazione, alla costruzione di una società più inclusiva. Voglio anche avere una vita privata ricca di interessi, viaggiare quando le mie possibilità me lo consentiranno, dedicarmi alla lettura, alla cultura e alle attività che amo, costruire amicizie, innamorarmi se e quando lo desidererò e vivere liberamente la mia sessualità. Non sogno un'esistenza caratterizzata dal lusso, ma una quotidianità economicamente sostenibile, nella quale il costo dell'assistenza e le esigenze legate alla mia disabilità non assorbano tutte le risorse disponibili, costringendomi a rinunciare sistematicamente ai miei hobby e alla partecipazione sociale. Non considero queste aspirazioni separate dalle mie convinzioni politiche, perché la possibilità di costruire il proprio progetto di vita è precisamente ciò che dovrebbe costituire il fine ultimo delle politiche pubbliche. Non desidero semplicemente abitare una città: voglio viverla pienamente, contribuire alle sue trasformazioni e sentirmene cittadina a tutti gli effetti. E proprio per questo, pur amando Trieste e avendo scelto di stabilirmi qui, continuerò a criticarne le contraddizioni, le barriere e le decisioni amministrative che considero ingiuste. L'appartenenza a una comunità non richiede acquiescenza nei confronti delle sue istituzioni; al contrario, può tradursi nella volontà di partecipare attivamente al miglioramento della vita collettiva.
Ripensando alla giornata di oggi, mi colpisce quanto siano intimamente connesse questioni che, a una prima lettura, potrebbero apparire lontane tra loro. Le persone migranti che arrivano dalla rotta balcanica, i lavoratori che chiedono retribuzioni dignitose, le famiglie che faticano a sostenere il costo della vita, i cittadini che attendono prestazioni sanitarie e le persone con disabilità che rivendicano il diritto alla vita indipendente vivono situazioni profondamente differenti, che non devono essere impropriamente sovrapposte. Eppure, tutte queste esperienze interrogano le istituzioni su una questione fondamentale: quanto valgono i diritti quando la loro effettiva realizzazione richiede risorse, servizi, organizzazione e volontà politica? La solidarietà verso chi attraversa le frontiere, la tutela del lavoro, l'accesso alla casa, il diritto alla salute, l'assistenza personale, l'autodeterminazione femminile e la libertà di manifestare non sono rivendicazioni isolate, ma espressioni differenti di una concezione della società che riconosce la dignità umana come valore primario. Una società nella quale la povertà non venga considerata una colpa, la disabilità non comporti necessariamente dipendenza familiare, la migrazione non cancelli il riconoscimento dei diritti fondamentali e il lavoro non si riduca a uno strumento di mera sopravvivenza. Una società nella quale la sicurezza non sia contrapposta alla solidarietà e nella quale l'efficienza economica non venga perseguita dimenticando la giustizia sociale.
Oggi ho manifestato perché sono antifascista, perché non condivido le politiche del governo Meloni e perché desidero uno Stato sociale più forte, una sanità pubblica efficiente, retribuzioni dignitose e una distribuzione delle risorse maggiormente orientata ai bisogni delle persone. Ho manifestato perché vorrei che chi arriva dalla rotta balcanica trovasse a Trieste un'accoglienza rispettosa della dignità umana e non dovesse assistere a una progressiva compressione degli spazi della solidarietà. Ho manifestato perché voglio trovare un lavoro, acquistare una casa, contribuire al pagamento delle persone che mi assistono e vivere senza essere costretta a dipendere permanentemente dalla mia famiglia. Ho manifestato perché desidero uno Stato capace di garantirmi cure tempestive, ausili adeguati e sostegni effettivi, anziché limitarsi a riconoscere formalmente diritti che poi diventano difficili da esercitare. Ho manifestato perché non considero eccessivo desiderare una vita economicamente dignitosa, nella quale possa continuare a coltivare le mie passioni senza dover scegliere continuamente tra le necessità legate alla disabilità e ciò che rende la mia esistenza ricca di significato. Ho manifestato perché sono una donna che vuole decidere autonomamente della propria vita, delle proprie relazioni, del proprio corpo e del proprio futuro. E ho manifestato perché sono convinta che l'indipendenza non coincida con l'assenza di bisogni, ma con la possibilità di soddisfarli senza rinunciare alla propria libertà di scelta. Attraversando Trieste dalla Galleria Sandrinelli fino alla piazza del Mondo, non ho dunque partecipato soltanto a una mobilitazione sindacale: ho riaffermato, insieme a tante altre persone, una precisa idea di cittadinanza, fondata sulla partecipazione, sulla solidarietà e sull'effettività dei diritti.
Per questo considero particolarmente significativo che il corteo si sia concluso proprio in piazza Libertà. In una città nella quale si discute sempre più spesso di sicurezza, controllo degli spazi pubblici e limitazioni delle attività solidaristiche, arrivare collettivamente nella piazza del Mondo ha rappresentato per me un gesto dal forte valore simbolico. Quella piazza, che qualcuno vorrebbe semplicemente più ordinata, più decorosa e maggiormente funzionale alle attività economiche, continua a raccontare le contraddizioni di una società che fatica a conciliare la tutela dell'ordine pubblico con il riconoscimento della vulnerabilità umana. Ma racconta anche la capacità delle persone di organizzarsi, aiutarsi reciprocamente e costruire relazioni che superano confini, nazionalità e condizioni sociali. Oggi, grazie anche alle compagne di Non Una di Meno Trieste, ho potuto attraversare quella piazza esercitando una libertà che non considero affatto scontata. E proprio mentre raggiungevo la conclusione del corteo, ho avuto ancora una volta la conferma di voler costruire qui il mio futuro, continuando a studiare, lavorare, partecipare e lottare per ciò in cui credo. Perché la libertà non dovrebbe essere una concessione amministrativa, una possibilità riservata a chi dispone di risorse economiche sufficienti o una condizione subordinata alla disponibilità degli altri. Dovrebbe essere un diritto concretamente esercitabile da tutti. E se la nostra Costituzione ci ha consegnato una promessa di libertà, eguaglianza e dignità, spetta anche a noi pretendere che quella promessa venga mantenuta. Piazza Libertà non dovrebbe essere soltanto il nome di un luogo: dovrebbe rappresentare una realtà vissuta quotidianamente. Ed è anche per questo che, a Trieste, ho deciso di restare e continuare a lottare.
