Sassonia-Anhalt 2026: la destra avanza e la sinistra perde il suo popolo

07.09.2026

In questo articolo desidero condividere la mia personale analisi politica delle elezioni regionali in Sassonia-Anhalt, interrogandomi sul significato del risultato e sulle sue possibili ripercussioni per l'Europa. Non intendo limitarmi ai numeri, ma riflettere sulle ragioni dell'avanzata della destra e sulla crescente difficoltà della sinistra di rappresentare il disagio sociale e riconquistare la fiducia degli elettori.

Il risultato delle elezioni regionali del 6 settembre 2026 in Sassonia-Anhalt non può essere liquidato come l'ennesima affermazione di un partito di protesta. Alternative für Deutschland ha ottenuto il 43,8% dei voti, più del doppio rispetto al 20,8% del 2021, conquistando 39 seggi su 83. La CDU si è fermata al 17,2%, mentre SPD, Verdi e Linke hanno raccolto rispettivamente il 9,3%, l'8,9% e l'8,6%. Il BSW, la formazione fondata da Sahra Wagenknecht, è entrato nel Landtag con il 5,3%. L'AfD non dispone dunque della maggioranza assoluta e la formazione del governo rimane aperta. Ma il dato politicamente più significativo, a mio avviso, è un altro: l'affluenza è passata dal 60,3% del 2021 al 77,8%. Una parte consistente dell'elettorato che aveva smesso di partecipare è tornata alle urne, e la destra radicale è riuscita a trasformare questa disponibilità al voto in consenso.

Per comprendere meglio il risultato, è utile spiegare come funziona il sistema elettorale tedesco. La Germania è uno Stato federale composto da sedici Länder, ciascuno con un proprio Parlamento e un proprio governo. I cittadini votano quindi sia per il Bundestag, il Parlamento federale, sia per il Parlamento del proprio Land. A livello federale, ogni elettore dispone di due voti: il primo serve a scegliere un candidato nel proprio collegio, mentre il secondo viene attribuito a un partito ed è decisivo per stabilire quanti seggi gli spettano complessivamente. Si tratta di un sistema proporzionale personalizzato, disciplinato dalla legge elettorale federale, che prevede una soglia di sbarramento del 5%, fatte salve le eccezioni previste dall'ordinamento. Le elezioni regionali seguono invece le leggi dei singoli Länder. In Sassonia-Anhalt, anche l'elettore dispone di due voti, uno per il candidato del collegio e uno per la lista di partito, con una ripartizione dei seggi fondata principalmente sul voto di lista e una soglia del 5%. Il Parlamento regionale elegge successivamente il Ministro-presidente, che guida il governo. Questo significa che il partito arrivato primo non governa automaticamente: deve ottenere una maggioranza parlamentare oppure trovare altre forze disposte a sostenerlo. È proprio per questa ragione che, anche dopo un risultato elettorale molto rilevante, la formazione del governo può richiedere negoziati complessi e accordi tra partiti.

Le prime analisi dei flussi elettorali confermano la portata del fenomeno. Secondo le stime preliminari di infratest dimap diffuse dall'ARD, l'AfD ha attratto circa 157.000 persone che nel 2021 non avevano votato e 83.000 precedenti elettori della CDU. Si tratta di stime statistiche, non di un censimento individuale delle scelte di voto, e sarebbe scorretto sostenere che tutti gli ex astenuti appartenessero storicamente alla sinistra. Tuttavia, il dato dimostra che la crescita dell'AfD non deriva soltanto dal trasferimento di voti tra partiti già rappresentati: essa riesce a mobilitare anche persone che avevano interrotto il proprio rapporto con la partecipazione democratica. È questo il fatto che dovrebbe interrogare più profondamente le forze progressiste.

La Sassonia-Anhalt, inoltre, non è semplicemente un territorio nel quale la destra ha intercettato un malessere momentaneo. È un Land dell'ex Germania orientale, segnato da una storia economica e sociale peculiare, dalla trasformazione successiva alla riunificazione e da persistenti percezioni di disparità rispetto all'Ovest. Le difficoltà economiche, il rapporto con Berlino, il costo dell'energia e la sfiducia verso le istituzioni federali hanno contribuito al contesto politico nel quale l'AfD ha costruito il proprio consenso. Ridurre tutto all'immigrazione sarebbe pertanto un errore; sarebbe altrettanto sbagliato, però, negare che immigrazione e sicurezza costituiscano elementi centrali della sua proposta e delle motivazioni dei suoi sostenitori. Le rilevazioni indicano infatti che, tra gli elettori AfD, questi temi hanno avuto un peso particolarmente rilevante, mentre sicurezza sociale e pace sono risultate più importanti per gli elettori di altri partiti. Comprendere il voto significa riconoscere questa complessità, non sostituirla con una spiegazione ideologicamente rassicurante.

Ciò che mi preoccupa maggiormente, tuttavia, è il quadro europeo nel quale questo risultato si inserisce. Da anni nel nostro continente soffiano venti di destra sempre più impetuosi, e sarebbe ingenuo considerarli una parentesi destinata a chiudersi spontaneamente. Il Rassemblement national ha raggiunto il 31,37% alle elezioni europee francesi del 2024; nello stesso anno, in Austria, l'FPÖ è arrivato primo alle elezioni legislative con il 28,8%. Non si tratta di esperienze identiche, né è corretto assimilare indiscriminatamente conservatori, nazionalisti, populisti e formazioni di estrema destra: le loro storie, i programmi e il rapporto con le istituzioni democratiche sono differenti. Esiste però una tendenza politica che non possiamo ignorare. In molti Paesi, forze della destra radicale riescono a presentarsi come interpreti del disagio sociale, della richiesta di protezione e della sfiducia nei confronti delle élite, mentre una parte della sinistra appare incapace di ricostruire un rapporto credibile con chi si sente escluso dai benefici della crescita economica e dalle decisioni pubbliche. Ed è proprio questo, per me, l'aspetto più sconvolgente: la sinistra, che storicamente ha dato rappresentanza ai lavoratori, alle persone economicamente fragili e a chi non aveva voce, oggi non riesce più, in misura sufficiente, a intercettare neppure il voto di molti cittadini che avevano smesso di recarsi alle urne. Non perché quegli elettori siano necessariamente diventati tutti di destra, ma perché altri partiti hanno saputo offrire loro una narrazione politica più immediata, un'identità riconoscibile e la sensazione di poter incidere nuovamente sul proprio destino. La destra parla di salari, pensioni, casa, costo della vita, territori dimenticati, sicurezza del lavoro e protezione delle famiglie: questioni che appartengono alla storia stessa del movimento operaio e della socialdemocrazia europea. Il punto non è che tali temi siano diventati di destra, perché i bisogni sociali non hanno un proprietario ideologico. Il punto è che la sinistra rischia di perdere la capacità di rappresentarli, lasciando che vengano reinterpretati attraverso una contrapposizione fra cittadini e stranieri, fra appartenenti e non appartenenti, fra chi sarebbe meritevole di protezione e chi dovrebbe esserne escluso. È qui che la questione sociale può trasformarsi in una questione identitaria, e la richiesta legittima di maggiore giustizia può essere indirizzata contro altri soggetti vulnerabili anziché verso le cause strutturali delle disuguaglianze. Una politica progressista che si limiti a denunciare il pericolo della destra, senza affrontare concretamente il costo degli affitti, la precarietà, la crisi dei servizi pubblici, le disuguaglianze territoriali e l'insicurezza economica, rischia di parlare soltanto a chi è già convinto. Non basta chiedere agli elettori di votare contro qualcuno: occorre offrire loro una ragione convincente per votare a favore di un progetto. E non basta neppure rivendicare la propria superiorità morale. Chi fatica ad arrivare alla fine del mese, chi vive in un territorio privo di servizi, chi teme di perdere il lavoro o non riesce a immaginare un futuro per i propri figli ha diritto a risposte verificabili, non a essere giudicato per il proprio voto. La sinistra deve tornare a essere riconoscibile come forza capace di migliorare materialmente la vita delle persone, senza rinunciare alla tutela delle minoranze, alla solidarietà internazionale e ai diritti fondamentali. Sono convinta che giustizia sociale e diritti civili non siano due battaglie concorrenti: diventano tali soltanto quando la politica rinuncia a costruire una visione complessiva della società.

Sarebbe comunque un errore attribuire alla destra radicale il monopolio della questione sociale o presumere che le sue proposte siano necessariamente più efficaci. Il programma dell'AfD in Sassonia-Anhalt contiene richiami alla protezione sociale, all'abitazione accessibile e al sostegno alle famiglie, ma presenta anche orientamenti fortemente restrittivi in materia di immigrazione e proposte controverse riguardanti istruzione, inclusione e pluralismo culturale. Il problema, dunque, non è soltanto quali bisogni vengano evocati, ma attraverso quali strumenti si intenda soddisfarli, con quali risorse e a beneficio di chi. Una promessa di sicurezza economica deve essere valutata alla luce della sua sostenibilità, delle competenze effettive del Land e delle conseguenze sui diritti delle persone. In particolare, considero necessario interrogarsi sulle proposte che privilegiano la separazione scolastica degli alunni con disabilità o provenienti da famiglie rifugiate: l'istruzione inclusiva non è un dettaglio amministrativo, ma un principio che trova riconoscimento nell'art. 24 della Convenzione ONU sui diritti delle persone con disabilità.

La mia preoccupazione per l'avanzata dell'AfD non comporta, naturalmente, la negazione della legittimità del voto espresso dai cittadini. In uno Stato democratico il risultato elettorale deve essere rispettato, anche quando è politicamente sgradito. Occorre però distinguere il consenso democraticamente ottenuto dalla compatibilità costituzionale di ogni singola proposta. In Sassonia-Anhalt, il servizio di tutela della Costituzione classifica dal 2023 la sezione regionale dell'AfD come formazione di estrema destra accertata; tale classificazione è distinta dall'eventuale dichiarazione di incostituzionalità di un partito, che nell'ordinamento tedesco spetta alla Corte costituzionale federale secondo l'art. 21, comma 4, della Legge fondamentale. Gli artt. 1 e 20 della stessa Legge fondamentale pongono al centro la dignità umana, il principio democratico e la soggezione dei poteri pubblici alla Costituzione e alla legge. Il principio è essenziale: la democrazia non consiste soltanto nel riconoscere chi ottiene più voti, ma anche nel garantire che l'esercizio del potere rimanga sottoposto ai limiti dello Stato di diritto.

Anche il cosiddetto cordone sanitario nei confronti dell'AfD merita un'analisi priva di semplificazioni. CDU, SPD, Verdi e Linke hanno escluso una collaborazione con il partito, mentre il BSW si è mostrato disponibile al confronto, rendendo complessa la formazione di una maggioranza. Non esiste un obbligo democratico di includere al governo il partito più votato: nei sistemi parlamentari la legittimazione dell'esecutivo deriva dalle regole costituzionali e dalla fiducia della maggioranza parlamentare. Al tempo stesso, le forze che scelgono di non collaborare con l'AfD devono essere capaci di costruire alternative politicamente comprensibili e amministrativamente efficaci. Un accordo fondato esclusivamente sull'opposizione a un avversario, senza una visione condivisa, rischia di alimentare ulteriormente la percezione di un sistema chiuso e autoreferenziale.

Il richiamo ai valori europei non deve essere ridotto a una formula retorica. L'art. 2 del Trattato sull'Unione europea individua nella dignità umana, nella democrazia, nell'uguaglianza, nello Stato di diritto, nel rispetto dei diritti umani e delle minoranze i fondamenti dell'Unione; l'art. 10 riconosce la democrazia rappresentativa e il diritto dei cittadini a partecipare alla vita democratica. Questi principi non impongono un'unica ideologia economica né impediscono il legittimo confronto fra destra e sinistra. Impongono, però, che il dissenso politico non si traduca nella negazione dell'eguale dignità delle persone. È una distinzione che ritengo imprescindibile anche per il dibattito italiano: si può discutere di immigrazione, sicurezza, politiche sociali e organizzazione dei servizi pubblici con posizioni profondamente differenti, ma senza trasformare l'appartenenza nazionale, l'origine, la religione o la disabilità in criteri di minore titolarità dei diritti fondamentali.

Per la sinistra europea, a mio giudizio, la risposta non può essere né l'imitazione della destra né il ripiegamento in una dimensione puramente testimoniale. Deve essere la ricostruzione di una proposta politica capace di coniugare lavoro dignitoso, redistribuzione, servizi pubblici, diritto all'abitare, transizione ecologica socialmente equa e tutela delle libertà. In Italia, questa impostazione trova un riferimento particolarmente significativo negli artt. 2 e 3 della Costituzione, che collegano i diritti inviolabili ai doveri di solidarietà e affidano alla Repubblica il compito di rimuovere gli ostacoli economici e sociali che limitano di fatto libertà e uguaglianza. Gli artt. 4, 35, 36 e 38 completano questa prospettiva attraverso il diritto al lavoro, la tutela dei lavoratori, la retribuzione dignitosa e la protezione sociale. Non sono soltanto enunciazioni da celebrare nelle ricorrenze istituzionali: devono tornare a orientare scelte di bilancio, politiche industriali, organizzazione dei servizi e priorità legislative. Una sinistra che voglia recuperare credibilità deve dimostrare, nella concretezza dell'azione pubblica, che tali principi possono ancora produrre risultati.

Il voto in Sassonia-Anhalt è dunque un avvertimento, non una sentenza definitiva sul futuro dell'Europa. Le società democratiche non sono condannate a un'unica traiettoria politica, e l'aumento della partecipazione elettorale dimostra che esiste ancora una domanda di rappresentanza. La questione è chi saprà darle una risposta. Personalmente, non considero accettabile rassegnarsi all'idea che la protezione dei più deboli debba essere affidata a chi propone di restringere il perimetro della solidarietà. Ma non considero sufficiente neppure denunciare questa contraddizione senza interrogarsi sugli errori della propria parte politica. La sinistra deve ritrovare il coraggio di parlare di giustizia sociale con la stessa forza con cui difende i diritti civili, di ascoltare chi si è allontanato senza rinunciare ai propri principi e di tornare nei territori con proposte concrete. Perché il modo migliore per contrastare l'avanzata della destra radicale non è limitarsi ad avere paura del suo successo: è ricostruire una politica capace di meritare nuovamente la fiducia delle persone.

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