Saman Abbas, sentenza definitiva della Cassazione: ergastolo ai familiari e il valore dell’autodeterminazione

15.07.2026

Il 15 luglio 2026 la Corte di cassazione ha posto il sigillo definitivo sul processo per l'omicidio di Saman Abbas, respingendo i ricorsi degli imputati e confermando la decisione pronunciata dalla Corte d'assise d'appello di Bologna. Sono divenute irrevocabili le condanne all'ergastolo nei confronti dei genitori, Shabbar Abbas e Nazia Shaheen, e dei cugini Ijaz Ikram e Noman Ul Haq, mentre allo zio Danish Hasnain sono stati confermati ventidue anni di reclusione. Le responsabilità sono state riconosciute, secondo le differenti posizioni, per il concorso nell'omicidio volontario della giovane e per l'occultamento del suo cadavere.

La conclusione del giudizio di legittimità assume un significato processuale preciso. La Cassazione non celebra un nuovo processo sui fatti e non sostituisce la propria ricostruzione a quella dei giudici di merito, ma verifica, entro i limiti dell'articolo 606 del codice di procedura penale, la corretta applicazione della legge e la tenuta giuridica della motivazione impugnata. Con il rigetto dei ricorsi, la sentenza diviene irrevocabile ai sensi dell'articolo 648 c.p.p. Soltanto oggi, pertanto, nel rispetto dell'articolo 27, secondo comma, della Costituzione, le responsabilità penali possono essere considerate definitivamente accertate. Le motivazioni della Cassazione consentiranno di comprendere più approfonditamente le questioni giuridiche esaminate; sino al loro deposito occorre attenersi al dispositivo, senza attribuire alla Suprema Corte argomentazioni non ancora conoscibili.

Saman aveva diciotto anni quando, nella notte tra il 30 aprile e il 1º maggio 2021, venne uccisa a Novellara. Aveva rifiutato il matrimonio che la famiglia intendeva imporle e rivendicava il diritto di scegliere la propria relazione affettiva, il proprio modo di vivere e il proprio futuro. Il corpo, nascosto in una fossa vicino all'abitazione familiare, venne ritrovato soltanto nel novembre 2022. Nel giudizio di primo grado la Corte d'assise di Reggio Emilia aveva condannato all'ergastolo i genitori, inflitto quattordici anni allo zio e assolto i due cugini; la sentenza d'appello del 18 aprile 2025 aveva poi confermato gli ergastoli dei genitori, condannato all'ergastolo anche i cugini e aumentato a ventidue anni la pena dello zio.

È improprio descrivere questa vicenda mediante la formula attenuante e quasi assolutoria del "delitto d'onore". L'onore non può essere associato alla violenza esercitata per controllare il corpo, gli affetti e le decisioni di una donna. Si è trattato, secondo l'accertamento processuale, di un progetto familiare diretto a punire una ragazza perché aveva rivendicato la propria autonomia. La Convenzione di Istanbul, ratificata dall'Italia con la legge 27 giugno 2013, n. 77, è inequivocabile: l'articolo 42 esclude che cultura, religione, tradizione, consuetudine o presunto onore possano giustificare o attenuare gli atti di violenza contro le donne. L'articolo 37 impone inoltre agli Stati di criminalizzare la condotta di chi costringe un adulto o un minore a contrarre matrimonio, così come quella di chi conduce una persona all'estero allo scopo di imporle un'unione.

Occorre distinguere con rigore il matrimonio concordato o "combinato", nel quale le famiglie possono svolgere un ruolo ma le persone conservano una libertà effettiva di accettare o rifiutare, dal matrimonio forzato, caratterizzato dall'assenza di un consenso autentico. Nel secondo caso non vi è esercizio di una tradizione familiare meritevole di protezione, ma compressione della libertà personale. L'articolo 558-bis del codice penale, introdotto dalla legge 19 luglio 2019, n. 69, il cosiddetto Codice rosso, punisce chi, mediante violenza o minaccia, costringe una persona a contrarre matrimonio o unione civile e chi, abusando delle relazioni familiari o di una condizione di vulnerabilità, la induce a sposarsi contro la propria volontà. La tutela opera anche in presenza di determinate condotte commesse all'estero e viene rafforzata quando la vittima è minorenne.

La storia di Saman costituisce inoltre un caso emblematico di femminicidio, inteso come uccisione di una donna finalizzata a reprimere la sua libertà e a ristabilire un dominio patriarcale ritenuto minacciato dalle sue scelte. Dal dicembre 2025 l'ordinamento italiano contempla espressamente il delitto di femminicidio nell'articolo 577-bis c.p., introdotto dalla legge 2 dicembre 2025, n. 181, che punisce con l'ergastolo l'uccisione di una donna commessa, tra l'altro, come atto di controllo, possesso o dominio oppure per limitare le sue libertà individuali. Tale disposizione non poteva naturalmente essere applicata al processo Abbas, perché successiva ai fatti e soggetta al principio costituzionale di irretroattività della legge penale sfavorevole sancito dall'articolo 25, secondo comma, della Costituzione e dall'articolo 2 c.p. Essa offre però una precisa chiave di lettura politico-criminale: Saman è stata uccisa proprio perché pretendeva di decidere autonomamente della propria vita.

I diritti violati non riguardano soltanto la vita, tutelata dall'articolo 2 della Convenzione europea dei diritti dell'uomo, ma anche la dignità, l'eguaglianza, la libertà personale e l'autodeterminazione affettiva riconosciute dagli articoli 2, 3 e 13 della Costituzione. Anche il matrimonio, secondo l'ordinamento costituzionale, non può fondarsi sull'assoggettamento di uno dei suoi componenti. L'articolo 29 della Costituzione riconosce l'eguaglianza morale e giuridica dei coniugi; l'articolo 16 della Convenzione ONU sull'eliminazione di ogni forma di discriminazione contro le donne esige che uomini e donne possano scegliere liberamente il coniuge e contrarre matrimonio esclusivamente con il proprio pieno consenso. Quando la pressione familiare era già stata denunciata, Saman era ancora minorenne: entravano quindi in gioco anche il principio del superiore interesse del minore e l'obbligo pubblico di proteggerlo da ogni forma di violenza fisica o psicologica, sanciti dagli articoli 3 e 19 della Convenzione ONU sui diritti dell'infanzia.

La sentenza definitiva non elimina le domande che il caso pone alle istituzioni. Saman aveva chiesto aiuto ed era stata accolta in una comunità protetta, ma nell'aprile 2021 era tornata presso l'abitazione familiare anche per recuperare i propri documenti. Questo passaggio non deve essere trasformato in una colpevolizzazione della vittima. Chi vive sotto minaccia può tornare più volte nell'ambiente violento per ragioni affettive, economiche, burocratiche o materiali. La protezione non può dipendere dalla capacità di una ragazza spaventata di comportarsi sempre secondo un percorso lineare e privo di ripensamenti. Deve essere il sistema a costruire intorno alla persona una rete sufficientemente solida da resistere anche alle oscillazioni, alle paure e ai condizionamenti prodotti dalla violenza.

Servono valutazioni del rischio continuative, équipe specializzate, mediazione linguistica e culturale indipendente dalla famiglia, collegamenti immediati tra servizi sociali, autorità giudiziaria, forze di polizia, scuola e centri antiviolenza. Occorre inoltre garantire che la vittima possa recuperare documenti, beni personali e strumenti di comunicazione senza essere costretta a rientrare da sola nel luogo dal quale è fuggita. La Direttiva UE 2024/1385 sulla lotta alla violenza contro le donne e alla violenza domestica rafforza proprio una concezione integrata e centrata sulla vittima, fondata su prevenzione, protezione effettiva, assistenza specialistica e formazione degli operatori.

Questo processo non autorizza alcuna generalizzazione contro una comunità nazionale o religiosa. La responsabilità penale è personale, come stabilisce l'articolo 27 della Costituzione, e riguarda gli autori delle condotte accertate, non un popolo, una fede o un'intera comunità migrante. Dopo la scomparsa di Saman, anche organizzazioni islamiche italiane condannarono espressamente i matrimoni forzati. Contrastare la violenza patriarcale significa difendere le donne anche dentro le comunità minoritarie, senza trasformare la loro sofferenza in uno strumento di stigmatizzazione razziale o religiosa.

La giustizia penale è arrivata e le condanne sono definitive. Ma la giustizia non può esaurirsi nell'ergastolo pronunciato dopo che una giovane è stata strangolata e nascosta sotto terra. Giustizia significa intervenire prima, credere alle richieste di aiuto, riconoscere il controllo familiare come possibile indicatore di pericolo, proteggere concretamente chi rifiuta un matrimonio e garantire che nessuna ragazza debba scegliere tra la propria libertà e la propria sopravvivenza. Saman non è morta perché aveva scelto una cultura diversa da quella della sua famiglia. È stata uccisa perché aveva scelto se stessa. Ed è precisamente questa libertà che lo Stato, il diritto e la società hanno il dovere inderogabile di proteggere.

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