Rotta balcanica e diritto d’asilo: il racconto di un migrante tra Pakistan e Italia

Scendendo sempre più spesso nella piazza del mondo a Trieste, Linea d'Ombra ha cessato, per me, di essere soltanto un presidio di assistenza per divenire un vero e proprio spazio etico, quasi un crocevia dell'umano in cui il diritto prende forma nella realtà concreta delle relazioni. Tra volontari instancabili e sguardi attraversati da geografie che nessuna carta saprebbe restituire con fedeltà, ho incontrato una forma di accoglienza rara: silenziosa, essenziale, profondamente rispettosa, capace di esprimersi senza retorica e senza bisogno di essere dichiarata. In questo contesto, che sfugge alle semplificazioni mediatiche, ho percepito una qualità dell'incontro umano che, con una punta di disarmante sincerità, mi è parsa talvolta più autentica di quella sperimentata altrove. Quando comprendono che comunico scrivendo, si fermano, attendono, sospendono il ritmo della conversazione per adattarsi al mio tempo, e in quel gesto — apparentemente minimo — si manifesta una reciprocità che trascende la dimensione individuale e assume il valore di un principio: il riconoscimento dell'altro nella sua interezza, nella sua fragilità e nella sua dignità, prima ancora che nella sua funzione sociale.
È in questo spazio, insieme umano e giuridico, che ho scelto consapevolmente di fermarmi ad ascoltare, non per costruire narrazioni, ma per restituire complessità a storie che troppo spesso vengono ridotte a categorie astratte, numeri, flussi. Ho deciso di raccogliere alcune testimonianze, consapevole che il diritto, per essere realmente tale, deve sapersi confrontare con la realtà viva delle persone. Ho iniziato da un ragazzo pakistano, scegliendo deliberatamente di non indicarne il nome né la città di provenienza: non si tratta di un'omissione, ma di una scelta giuridica e deontologica, volta a garantire tutela a una persona che si trova in una condizione di vulnerabilità strutturale. La protezione dell'identità, in questi contesti, non è solo una cautela narrativa, ma un'estensione concreta del principio di non esposizione al rischio, che permea l'intero sistema della protezione internazionale.
E vi è un dato che impone di essere affermato con chiarezza, anche a costo di incrinare narrazioni consolidate e spesso strumentali: vivendo nei pressi di Piazza della Libertà, e rientrando anche nelle ore notturne, non ho mai riscontrato alcuna situazione di pericolo o di insicurezza. La sicurezza reale non si nutre di percezioni amplificate o di costruzioni discorsive, ma si fonda sull'esperienza concreta e verificabile. E l'esperienza, qui, restituisce un'immagine diversa, più complessa e più vera: quella di una convivenza possibile, fatta di rispetto reciproco, di silenzi condivisi e di una quotidianità che resiste alle semplificazioni e merita di essere osservata senza filtri ideologici, con quello sguardo lucido che il diritto dovrebbe sempre mantenere quando si confronta con la realtà sociale.
La testimonianza raccolta si colloca in uno spazio giuridico di straordinaria complessità, nel quale il diritto dell'asilo incontra — e talvolta fatica a contenere — la realtà concreta delle rotte migratorie, delle vulnerabilità stratificate e delle condizioni di rischio sistemico che caratterizzano ampie aree del contesto internazionale contemporaneo. Un giovane di 24 anni, originario del Pakistan, racconta di aver lasciato il proprio Paese nel 2021, non per scelta, ma per necessità, sospinto da una duplice pressione che annulla ogni margine di autodeterminazione: da un lato gruppi terroristici che tentavano di reclutarlo con la forza, dall'altro un contesto statale incapace — o non disposto — a garantire protezione effettiva. In una simile configurazione, il rifiuto di collaborare non costituisce una scelta libera, ma un rischio concreto e permanente, poiché negare supporto espone alla violenza armata, mentre offrirlo, anche sotto costrizione, espone alla repressione statale. Si realizza così una condizione di persecuzione incrociata che incide direttamente sul nucleo essenziale della sicurezza giuridica e che trova pieno riconoscimento nel perimetro della protezione internazionale delineata dalla Convenzione di Ginevra del 1951 e dalla Direttiva Qualifiche 2011/95/UE.
Il percorso migratorio si snoda lungo Pakistan, Iran, Turchia, Bulgaria, Serbia, Bosnia ed Erzegovina, Croazia, Slovenia e infine Italia, ma ridurlo a una mera sequenza geografica significherebbe tradirne la portata esistenziale e giuridica. Si tratta, piuttosto, di un itinerario complesso e prolungato nel tempo, durato anni, nel quale il movimento nello spazio si intreccia con una progressiva erosione delle condizioni minime di dignità. Il viaggio, compiuto prevalentemente a piedi e solo marginalmente attraverso mezzi di fortuna, si caratterizza per attraversamenti clandestini, soste forzate, condizioni di sopravvivenza estrema e una costante esposizione a forme di vulnerabilità che assumono rilevanza giuridica. In Iran e in Turchia, il lavoro si trasforma in sfruttamento, con prestazioni non retribuite e totale assenza di tutela; in Bulgaria, la sospensione diventa condizione permanente, con gruppi numerosi costretti a vivere in contesti boschivi, in attesa di proseguire, talvolta trasferiti in container in condizioni che sollevano interrogativi rilevanti alla luce dell'art. 3 della Convenzione europea dei diritti dell'uomo, che sancisce il divieto assoluto di trattamenti inumani e degradanti.
Le tappe in Serbia e Bosnia ed Erzegovina confermano la natura sistemica delle criticità lungo la rotta balcanica, trasformando l'attesa in una dimensione esistenziale e giuridica sospesa, caratterizzata da immobilità forzata, assenza di tutela effettiva e continua esposizione a precarietà e violenza. Anche il passaggio in Croazia e Slovenia si inserisce in un contesto europeo segnato da tensioni irrisolte tra esigenze di controllo delle frontiere e obblighi di tutela dei diritti fondamentali, evidenziando una frattura tra diritto proclamato e diritto applicato.
L'arrivo in Italia, nell'ottobre 2022, lungi dal rappresentare una cesura netta con il passato, si configura come una continuità sotto altra forma, nella quale la vulnerabilità assume nuove modalità di manifestazione. I primi mesi trascorsi tra silos e campi informali restituiscono una condizione di marginalità estrema, seguiti dall'inserimento nel centro di prima accoglienza di Campo Sacro, nei pressi di Trieste, che tuttavia, secondo la testimonianza, non ha offerto alcuna reale prospettiva di inclusione sociale né un adeguato accesso alle cure mediche, lasciando il richiedente in una situazione che si avvicina pericolosamente a una forma di abbandono istituzionale.
Dopo circa quattro mesi, il giovane è stato trasferito in un'altra struttura, nel comune di Piovera, dove ha trascorso oltre un anno in una condizione sospesa, priva di reale progettualità e di strumenti concreti per costruire un percorso di autonomia. In quel contesto, il tempo si è trasformato in attesa improduttiva: nessuna prospettiva di inclusione, nessun accesso effettivo alla formazione, né un adeguato supporto sanitario, nonostante le richieste di aiuto legate anche al proprio stato di salute. È proprio in questa fase di immobilità istituzionale che emerge un elemento decisivo e, al contempo, profondamente rivelatore delle carenze del sistema: l'intervento di una volontaria, una cittadina italiana che lo ha preso a cuore e che, al di fuori di ogni obbligo formale, ha scelto di accompagnarlo. Attraverso un sostegno costante e paziente, lo ha aiutato nello studio della lingua italiana, lo ha contattato con regolarità, lo ha guidato nella comprensione e nell'apprendimento, restituendogli, passo dopo passo, strumenti minimi di autonomia. Grazie a questo intervento, il giovane è riuscito ad acquisire competenze linguistiche essenziali e, successivamente, ad accedere a un primo lavoro stagionale a Legnano, della durata di sette mesi, che ha rappresentato il suo unico reale ingresso nel mercato del lavoro fino a quel momento. Terminata tale esperienza, è rientrato a Trieste, dove attualmente vive con la stessa volontaria, che continua a sostenerlo in un percorso ancora fragile ma finalmente orientato.
Sul piano procedurale, la sua vicenda appare segnata da tempi estremamente dilatati: dopo due o tre anni dall'arrivo in Italia, è stato convocato dinanzi alla Commissione territoriale di Torino per il riconoscimento della protezione internazionale, ma l'esito è stato negativo. La successiva fissazione di una nuova audizione addirittura al 2030 lo colloca in una condizione di incertezza giuridica protratta, difficilmente conciliabile con il principio di ragionevole durata del procedimento sancito dall'art. 111 della Costituzione e disciplinato dal D.Lgs. 25/2008. Nel frattempo, nonostante una permanenza nel territorio italiano di quasi quattro anni, le opportunità lavorative sono rimaste limitate e discontinue, circoscritte a esperienze temporanee. Eppure, oggi si affaccia una nuova possibilità lavorativa, che egli stesso descrive con una speranza misurata ma autentica: un segnale, fragile ma significativo, di possibile ricostruzione.
Questa esperienza individuale si innesta in un quadro territoriale più ampio, caratterizzato da criticità strutturali nella gestione dell'accoglienza lungo la rotta balcanica, in cui l'approccio emergenziale tende a sostituire una progettualità stabile e conforme agli obblighi normativi. Tale situazione si pone in evidente tensione con quanto previsto dal D.Lgs. 142/2015, che impone standard minimi inderogabili, tra cui l'assistenza sanitaria, l'accesso all'informazione e percorsi di integrazione, e con i principi sanciti dall'art. 32 della Costituzione e dall'art. 3 della Convenzione europea dei diritti dell'uomo.
Dalle ulteriori testimonianze emerge con forza una dimensione che il diritto fatica spesso a catturare nella sua pienezza: quella psicologica. Il viaggio, definito lungo la rotta balcanica come "game", si rivela, nella sua realtà, una prova estrema di sopravvivenza, in cui ogni scelta è determinata dalla necessità di restare vivi e in cui fame, freddo, paura e incertezza cessano di essere eventi contingenti per divenire condizioni permanenti dell'esistenza.
E tuttavia, all'interno di questo quadro segnato da vulnerabilità e fratture, si apre uno spazio inatteso, quello della relazione umana, che diventa veicolo di ricostruzione. Il percorso di integrazione del giovane è stato reso possibile grazie all'intervento di una cittadina italiana che, ben oltre ogni obbligo, ha scelto di farsi carico di una parte di quella tutela che il sistema avrebbe dovuto garantire. Non si è limitata a un sostegno formale o episodico: gli ha offerto un alloggio di sua proprietà, sottraendolo a una condizione di precarietà abitativa che rischiava di diventare permanente, e lo ha accompagnato concretamente nella ricerca di un lavoro dignitoso, consentendogli di accedere a opportunità lavorative più stabili e rispettose della sua persona.
Un gesto individuale che illumina, per contrasto, una criticità sistemica: quando i diritti fondamentali — dall'abitare al lavoro, fino all'inclusione linguistica e sociale — finiscono per dipendere dall'iniziativa e dalla sensibilità del singolo, il sistema ha già fallito una parte essenziale della propria funzione.
La vicenda descritta non costituisce un'eccezione, ma un paradigma che interroga la tenuta stessa del diritto internazionale dei diritti umani e la capacità degli ordinamenti nazionali di darvi concreta attuazione. Tra Pakistan, Iran, Turchia, Bulgaria, Serbia, Bosnia ed Erzegovina, Croazia, Slovenia e Italia si snoda un itinerario che non è soltanto fisico, ma giuridico e umano, segnato da fratture, ritardi e discontinuità nella tutela. Se il diritto vuole restare fedele alla propria funzione, non può limitarsi a classificare o a decidere: deve sapersi porre in ascolto, riconoscendo che dietro ogni procedimento, ogni diniego e ogni attesa vi è una vita concreta, che non ha scelto di partire, ma ha scelto, semplicemente, di sopravvivere.
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