Riccardo Magherini: la condanna della CEDU e il diritto alla vita sotto custodia dello Stato

La sentenza della Corte europea dei diritti dell'uomo sul caso Riccardo Magherini costituisce una delle più rilevanti pronunce degli ultimi anni in materia di responsabilità statale per la morte di una persona avvenuta durante un intervento delle forze dell'ordine. Con decisione Magherini c. Italia, ricorso n. 25385/19, sentenza del 15 gennaio 2026, la Corte di Strasburgo ha condannato l'Italia per violazione dell'articolo 2 della Convenzione europea dei diritti dell'uomo, riconoscendo sia una violazione sostanziale del diritto alla vita sia una violazione dell'obbligo procedurale di condurre un'indagine effettiva, indipendente e adeguata.
Riccardo Magherini morì a Firenze nella notte tra il 2 e il 3 marzo 2014, a seguito di un intervento dei Carabinieri. In stato di forte agitazione psicomotoria, verosimilmente legata all'assunzione di alcol e sostanze stupefacenti, venne immobilizzato a terra in posizione prona, ammanettato e mantenuto in quella posizione per un tempo prolungato. Durante l'immobilizzazione manifestò evidenti difficoltà respiratorie, perse conoscenza e morì poco dopo. L'autopsia accertò un decesso per asfissia posizionale, aggravata dallo stato di alterazione psicofisica.
La Corte EDU ha ritenuto che lo Stato italiano abbia violato l'articolo 2 della Convenzione sia sotto il profilo sostanziale sia sotto quello procedurale. Sul piano sostanziale, Strasburgo ha affermato che l'uso della forza da parte degli agenti non era "assolutamente necessario", parametro che la giurisprudenza europea utilizza per valutare la legittimità di qualsiasi azione statale potenzialmente letale. Una volta che Riccardo Magherini era stato reso inoffensivo e ammanettato, non sussisteva più alcuna esigenza tale da giustificare il protrarsi dell'immobilizzazione in posizione prona, soprattutto alla luce dei rischi noti di asfissia posturale.
La Corte ha sottolineato come il mantenimento di una persona a faccia in giù, con pressioni sul corpo, costituisca una pratica altamente pericolosa, in particolare quando il soggetto è in stato di agitazione, sotto effetto di sostanze o in condizione di vulnerabilità psicofisica. Proseguire tale condotta anche dopo la perdita di coscienza della vittima è stato ritenuto incompatibile con il dovere dello Stato di proteggere la vita delle persone sottoposte alla sua custodia.
Accanto alla violazione sostanziale, la Corte EDU ha accertato anche una violazione procedurale dell'articolo 2, rilevando gravi carenze nelle indagini svolte a livello nazionale. In particolare, è stato evidenziato un deficit di indipendenza delle investigazioni, poiché le prime fasi dell'inchiesta furono condotte da soggetti appartenenti allo stesso corpo delle forze dell'ordine coinvolte nei fatti. La giurisprudenza europea è costante nel ritenere che le indagini su decessi causati o potenzialmente causati da agenti statali debbano essere non solo effettive e approfondite, ma anche indipendenti sul piano istituzionale e gerarchico.
Il confronto con la giurisprudenza italiana è uno degli aspetti più problematici e significativi dell'intera vicenda. In sede penale, dopo una prima condanna in appello per omicidio colposo nei confronti di alcuni carabinieri, la Corte di Cassazione ha assolto definitivamente gli imputati, ritenendo che l'evento morte non fosse prevedibile e che gli agenti non disponessero delle competenze tecniche per comprendere il rischio letale della posizione prona. Questa motivazione, se letta alla luce della sentenza di Strasburgo, appare profondamente problematica.
La Corte EDU non ha rimesso in discussione le assoluzioni penali individuali, ma ha ribaltato l'impostazione di fondo: la mancanza di formazione non esclude la responsabilità dello Stato, bensì la fonda. Se gli agenti non erano in grado di riconoscere il pericolo, ciò è imputabile all'apparato statale che non li ha adeguatamente formati, istruiti e dotati di protocolli operativi idonei. In altri termini, ciò che per il diritto penale interno è stato considerato un limite soggettivo, per il diritto convenzionale costituisce una grave omissione sistemica.
La sentenza Magherini si inserisce in una linea giurisprudenziale europea già consolidata, che comprende casi analoghi verificatisi in altri Paesi, nei quali la Corte EDU ha condannato l'uso sproporzionato della forza e la cattiva gestione di soggetti vulnerabili da parte delle forze di polizia. In questo senso, Strasburgo ribadisce che il diritto alla vita non tollera zone grigie, né giustificazioni basate sull'assenza di dolo o sull'impreparazione operativa.
Le implicazioni della sentenza sono profonde e sistemiche. Essa impone allo Stato italiano un ripensamento serio delle modalità di intervento delle forze dell'ordine, in particolare nei confronti di persone in stato di agitazione psicofisica, con disturbi psichiatrici o sotto effetto di sostanze. La prevenzione della morte non può essere affidata alla buona volontà del singolo agente, ma deve poggiare su formazione obbligatoria, linee guida chiare, protocolli vincolanti e cooperazione immediata con il personale sanitario.
Sul piano istituzionale, la pronuncia rafforza il dibattito sull'opportunità di istituire un organismo investigativo realmente indipendente per i casi di morte o lesioni gravi causate dall'azione delle forze dell'ordine. L'indipendenza delle indagini non è un sospetto nei confronti degli agenti, ma una garanzia per tutti: per le vittime, per lo Stato e per la credibilità delle istituzioni democratiche.
La sentenza Magherini ha anche un valore simbolico e culturale. Essa restituisce dignità a una vittima la cui morte era stata, di fatto, normalizzata e assorbita da una narrazione di inevitabilità. Ricorda che il diritto alla vita non viene meno nei momenti di caos, di paura o di emergenza, e che proprio in quei momenti lo Stato è chiamato a dimostrare la sua adesione allo Stato di diritto.
In conclusione, la condanna dell'Italia da parte della Corte europea dei diritti dell'uomo nel caso Riccardo Magherini non è un atto contro le forze dell'ordine, ma un richiamo forte e necessario alla responsabilità dello Stato. È un monito affinché la sicurezza non diventi mai pretesto per l'arbitrio, e affinché la tutela dei diritti fondamentali non resti un principio astratto, ma si traduca in prassi concrete, formazione adeguata e giustizia effettiva. Questa sentenza segna un punto fermo: una persona sotto custodia dello Stato deve uscire viva da quell'incontro. Tutto il resto è una sconfitta del diritto.
