Referendum Islanda 2026: vince il No ai negoziati con l’UE

30.08.2026

L'Islanda ha scelto di non riaprire, almeno per ora, il negoziato per l'adesione all'Unione europea. Nel referendum del 29 agosto 2026 il No ha ottenuto il 52,8% dei voti, contro il 47,2% del Sì, mentre l'affluenza ha raggiunto l'82,5%, con oltre 225.000 elettori alle urne. Non si votava, tuttavia, sull'ingresso immediato nell'UE, ma soltanto sulla ripresa dei colloqui interrotti da oltre un decennio. Parlare di un rifiuto definitivo dell'Europa sarebbe quindi giuridicamente inesatto.

La consultazione, indetta ai sensi dell'articolo 2, paragrafo 2, della legge elettorale islandese n. 112/2021, aveva natura consultiva secondo l'articolo 123, paragrafo 3, della medesima legge. Il risultato non produce pertanto un vincolo giuridico assimilabile a quello di una legge, ma possiede una forza politica difficilmente eludibile, soprattutto considerando l'elevata partecipazione. Il Governo della prima ministra Kristrún Frostadóttir ha annunciato che rispetterà la volontà popolare e non riaprirà il dossier durante l'attuale legislatura.

Un'eventuale adesione avrebbe dovuto seguire il procedimento previsto dall'articolo 49 del Trattato sull'Unione europea: negoziazione dell'intero acquis europeo, decisione unanime del Consiglio, approvazione del Parlamento europeo e ratifica dell'accordo da parte di tutti gli Stati membri e dell'Islanda. Il Governo aveva inoltre previsto un secondo referendum sulle condizioni definitive. Il Sì, dunque, non avrebbe consegnato automaticamente il Paese a Bruxelles: avrebbe consentito agli islandesi di conoscere il contenuto di un possibile accordo prima di pronunciarsi definitivamente.

Il rapporto tra Reykjavík e l'Unione è già estremamente stretto. L'Islanda appartiene all'Associazione europea di libero scambio, partecipa dal 1994 allo Spazio economico europeo ed è associata a Schengen e al sistema di Dublino. Attraverso l'Accordo SEE recepisce una parte considerevole della normativa europea relativa alla libera circolazione di persone, merci, servizi e capitali, alla concorrenza, agli aiuti di Stato e agli appalti pubblici. Partecipa quindi al mercato unico, ma senza disporre del diritto di voto nelle istituzioni europee che adottano molte delle regole destinate a incidere anche sul suo ordinamento.

Il cuore della vittoria del No è stato soprattutto la pesca. La politica comune della pesca, disciplinata dagli articoli 38-43 del Trattato sul funzionamento dell'UE, implica una gestione condivisa delle risorse, attraverso regole europee, limiti di cattura e ripartizione delle possibilità di pesca. Per molte comunità costiere islandesi il controllo nazionale delle acque rappresenta non soltanto un interesse economico, ma un elemento identitario e una garanzia di sovranità. Non sorprende che il Sì abbia prevalso soltanto nelle due circoscrizioni di Reykjavík, mentre nelle regioni rurali il No abbia superato il 60%. Agricoltura e pesca, del resto, restano escluse dal nucleo principale dell'Accordo SEE.

Il fronte europeista sottolineava invece la maggiore stabilità economica, la possibilità di partecipare pienamente alle decisioni europee e la prospettiva futura dell'euro. Anche quest'ultima, però, non sarebbe stata immediata: l'adozione della moneta unica richiede il rispetto dei criteri di convergenza previsti dall'articolo 140 TFUE. Sullo sfondo pesavano inoltre la guerra in Ucraina, le tensioni nell'Artico e la necessità di rafforzare la cooperazione europea davanti a minacce che nessun piccolo Stato può affrontare isolatamente.

Il voto islandese non rappresenta quindi una scelta isolazionista, ma la difesa di un equilibrio particolare: massima integrazione economica e limitata integrazione politica. È una posizione comprensibile, sebbene non priva di contraddizioni, perché consente di beneficiare del mercato unico accettandone molte regole senza concorrere pienamente alla loro formazione. Con uno scarto inferiore a sei punti e quasi metà del Paese favorevole ai negoziati, la questione europea non è definitivamente chiusa. Il No del 2026 costituisce una pausa politica, non un divorzio dall'Europa.

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