Quando la notizia non è lo stupro ma il passaporto dello stupratore

07.06.2026

Violenza sessuale, media e immigrazione: perché concentrarsi sulla nazionalità dell'aggressore rischia di alimentare pregiudizi e distorcere il dibattito sulla violenza contro le donne.

C'è un aspetto del racconto mediatico della violenza sessuale che da tempo mi lascia profondamente perplessa. Ogni volta che leggo un titolo o ascolto un servizio televisivo in cui si parla di una donna violentata, noto come molto spesso l'attenzione venga immediatamente spostata sulla nazionalità dell'autore del reato. "Donna stuprata da un marocchino", "ragazza aggredita da un tunisino", "violenza sessuale commessa da un migrante". Quasi sempre la provenienza geografica viene inserita già nelle prime righe, come se fosse il dettaglio più importante dell'intera vicenda. Eppure io continuo a chiedermi perché. Perché la prima informazione che dovrebbe interessarci è che una persona ha subito una gravissima violazione della propria libertà e della propria dignità, non il passaporto di chi l'ha commessa.

Questo modo di raccontare i fatti produce un effetto molto preciso sull'opinione pubblica. Suggerisce, più o meno consapevolmente, che la violenza sessuale sia un fenomeno che arriva dall'esterno, che appartenga soprattutto allo straniero, al migrante, al diverso. Si alimenta così una percezione distorta della realtà, nella quale il pericolo sembra avere sempre il volto dell'altro. Ma basta osservare i dati e ascoltare le testimonianze delle vittime per comprendere quanto questa rappresentazione sia lontana dalla realtà. La maggior parte delle donne non viene violentata da sconosciuti incontrati casualmente per strada. Molto più spesso l'autore della violenza è una persona conosciuta: un fidanzato, un marito, un ex partner, un amico, un collega, un vicino di casa o perfino un familiare. Persone che appartengono allo stesso contesto sociale, culturale e nazionale della vittima.

Per questo motivo ritengo che insistere continuamente sulla nazionalità dell'aggressore finisca per spostare il dibattito dal vero problema. La violenza sessuale non è una questione etnica. Non è una questione religiosa. Non è una questione legata al colore della pelle. È una questione di potere, di controllo e di sopraffazione. È la manifestazione estrema di una cultura che, ancora oggi, porta alcuni uomini a considerare il corpo femminile come qualcosa di disponibile, negoziabile o addirittura possedibile. Una cultura che attraversa confini, lingue, religioni e classi sociali senza fare distinzioni.

Dal punto di vista giuridico, del resto, il reato di violenza sessuale previsto dall'articolo 609-bis del codice penale non conosce nazionalità. La norma punisce chiunque, mediante violenza, minaccia o abuso di autorità, costringa una persona a compiere o subire atti sessuali contro la propria volontà. Il legislatore non distingue tra italiani e stranieri, tra ricchi e poveri, tra credenti e non credenti. La ragione è semplice: ciò che viene tutelato è la libertà sessuale della persona, uno dei diritti fondamentali dell'individuo. Quando questo diritto viene violato, la nazionalità dell'autore non modifica la gravità del fatto né il dolore della vittima.

Ciò non significa negare la realtà dei reati commessi da cittadini stranieri né censurare informazioni rilevanti. Significa però interrogarsi sul modo in cui le notizie vengono costruite e presentate. Se la provenienza dell'autore diventa l'elemento centrale del racconto, il rischio è quello di trasformare un fenomeno strutturale e universale in uno strumento di contrapposizione sociale. Si crea l'illusione che eliminando lo straniero si eliminerebbe anche la violenza contro le donne. Ma sappiamo bene che non è così. Se domani sparissero tutti i migranti dall'Italia, continueremmo purtroppo a registrare femminicidi, stupri, maltrattamenti e stalking commessi da uomini italiani contro donne italiane.

La verità è che il consenso violato non ha cittadinanza. L'abuso non ha passaporto. La sopraffazione non appartiene a una sola cultura. Esistono uomini rispettosi e uomini violenti in ogni parte del mondo, così come esistono società più o meno capaci di contrastare questi fenomeni. Ridurre tutto alla nazionalità dell'autore significa semplificare una realtà molto più complessa e, in definitiva, impedire una riflessione seria sulle radici profonde della violenza di genere.

Vorrei che ogni volta che si parla di una violenza sessuale l'attenzione si concentrasse prima di tutto sulla vittima, sui suoi diritti, sulle responsabilità dell'autore e sugli strumenti necessari per prevenire nuovi abusi. Vorrei che si parlasse di educazione al consenso, di parità tra uomini e donne, di affettività, di prevenzione e di tutela delle persone vulnerabili. Vorrei che ci si ricordasse che nessuna donna viene violentata perché l'aggressore appartiene a una determinata nazionalità, ma perché qualcuno ha deciso di ignorare la sua volontà e la sua libertà.

Il giorno in cui comprenderemo davvero questo concetto forse smetteremo di cercare il problema nel passaporto dello stupratore e inizieremo a combatterlo dove si trova realmente: nella cultura della prevaricazione, del possesso e della disuguaglianza che continua ad alimentare la violenza contro le donne in ogni parte del mondo.

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