Porto Vecchio Trieste: ambiente, clima e rigenerazione urbana

09.09.2026

Oggi ho seguito in diretta streaming l'incontro organizzato dal Comitato Porto Chiaro al Circolo della Stampa di Trieste. Non potendo recarmi personalmente al Circolo, ho scelto comunque di seguire integralmente il confronto: mi sarebbe dispiaciuto molto interrompere il ciclo di articoli che sto dedicando agli incontri di Porto Chiaro e, soprattutto, perdere un ulteriore tassello del dibattito sul futuro del Porto Vecchio. Più ascolto tecnici, associazioni, cittadini e istituzioni confrontarsi su quest'area, più si consolida una mia convinzione: la sua riqualificazione deve partire da due presupposti ormai inderogabili, l'ambiente e il cambiamento climatico. Da essi deve discendere tutto il resto, compresa un'architettura che non tenti di piegare la natura alle esigenze del progetto, ma impari finalmente a progettare con la natura.

La serata del 9 settembre è stata l'occasione per presentare formalmente il Comitato di Porto Chiaro che prima era un "semplice" gruppo informale. Gli organizzatori hanno ribadito di non essere contrari alla rigenerazione del Porto Vecchio: considerano, al contrario, questa trasformazione un'occasione straordinaria e probabilmente irripetibile per Trieste, ma temono che possa prevalere una logica prevalentemente immobiliare priva di una strategia urbana complessiva. Secondo quanto illustrato dallo stesso Comitato, il partenariato pubblico-privato interessa un orizzonte molto lungo, con una concessione cinquantennale, investimenti indicati nell'ordine di 620 milioni di euro e lavori destinati a protrarsi per circa dieci anni. Il Comune di Trieste aveva già dichiarato nel 2024 la fattibilità e il pubblico interesse della proposta di partenariato pubblico-privato presentata da Costim, Impresa Percassi ed Elmet.

Ho trovato particolarmente importante una distinzione emersa fin dall'inizio della conferenza: criticare un progetto non significa necessariamente volerlo bloccare. Gioia Meloni ha rivendicato una posizione lontana dal disfattismo, mentre Paolo Luisi ha parlato esplicitamente di una critica che vorrebbe essere costruttiva. È una distinzione che condivido. Personalmente non desidero affatto che il Porto Vecchio rimanga congelato nella sua condizione attuale. Quegli edifici devono tornare a vivere. Ma proprio perché stiamo parlando di un patrimonio monumentale e urbano eccezionale, non credo che Trieste possa accontentarsi di ristrutturarlo: deve rigenerarlo.

Luisi ha formulato una critica che considero centrale quando ha sostenuto che al progetto mancherebbero un'"anima" e una strategia di lungo periodo. Ha inoltre denunciato, dal punto di vista del Comitato, una frammentazione degli interventi e l'assenza di una cabina di regia sufficientemente forte da ricondurre le diverse trasformazioni a un'unica idea di città. Il rischio prospettato è quello di un Porto Vecchio trasformato soprattutto in una enclave turistico-alberghiera, fisicamente collocata a Trieste ma non realmente integrata con la vita economica, sociale e culturale della città.

Su questo credo sia necessario evitare semplificazioni. Non considero un albergo, un investimento privato o una residenza di fascia alta qualcosa di negativo in sé. Il turismo produce lavoro, il capitale privato può concorrere alla conservazione di edifici che richiedono risorse enormi e una zona completamente rigenerata può accrescere l'attrattività internazionale di Trieste. Il problema nasce quando una funzione prevale su tutte le altre fino a determinare l'identità dell'intero quartiere. Una città non è un resort e la rigenerazione urbana non può essere misurata soltanto in metri quadrati recuperati o nel valore immobiliare generato.

Proprio per questo ho apprezzato le alternative richiamate durante la conferenza: ricerca, università, innovazione, attività produttive qualificate, artigianato, cultura, musei, musica, residenza, studentati e cohousing. Luisi ha immaginato un Porto Vecchio nel quale le persone lavorino durante il giorno ma possano anche abitarvi e dormirvi la notte. È una considerazione apparentemente semplice, ma urbanisticamente decisiva. Un quartiere nel quale nessuno vive diventa inevitabilmente dipendente dagli orari delle attività che ospita. Un quartiere abitato sviluppa invece relazioni, commercio di prossimità, servizi, sicurezza sociale e una propria identità.

La parte che considero più delicata dell'incontro è stata però quella relativa alla Valutazione di impatto ambientale. Nel luglio 2026 la Commissione tecnica regionale ha ritenuto che il progetto sottoposto a verifica non dovesse essere assoggettato alla procedura di VIA completa, pur prevedendo prescrizioni. La decisione ha provocato contestazioni politiche e ambientaliste e ha dato origine a interrogativi anche in Consiglio regionale.

Dario Predonzan ha sostenuto durante la conferenza che il problema fondamentale risiederebbe nella valutazione per parti degli interventi previsti nel Porto Vecchio. Secondo la sua ricostruzione, lo screening avrebbe preso in considerazione soltanto una porzione della trasformazione, mentre altri edifici e interventi sarebbero rimasti fuori da un esame ambientale complessivo. Il relatore ha parlato, in sostanza, del rischio dello "spezzettamento" di un progetto che, per dimensioni e interrelazioni, dovrebbe invece essere osservato come un unico sistema urbano.

È un problema giuridicamente rilevante, ma va affrontato con estrema precisione. La verifica di assoggettabilità disciplinata dall'art. 19 del d.lgs. n. 152/2006 non è una VIA ridotta né una procedura priva di valore: è lo strumento attraverso il quale l'autorità competente verifica se un determinato progetto possa produrre impatti ambientali significativi e debba quindi essere sottoposto alla valutazione completa. Ne consegue che la scelta dello screening non può essere considerata di per sé illegittima. Il punto giuridico è un altro: occorre verificare se l'oggetto sottoposto all'esame, l'istruttoria svolta, le interazioni con gli altri interventi e gli impatti cumulativi siano stati correttamente individuati e valutati.

Il diritto europeo attribuisce particolare importanza proprio a questa prospettiva. La direttiva 2011/92/UE, come modificata dalla direttiva 2014/52/UE, ha rafforzato la considerazione di fattori quali sostenibilità delle risorse, biodiversità, cambiamento climatico e rischi di calamità all'interno delle procedure di valutazione ambientale. Non si tratta più di concepire l'ambiente come un capitolo separato dal progetto: il clima e la vulnerabilità dell'opera devono entrare nella decisione progettuale stessa.

Predonzan ha inoltre collegato la mancata VIA completa alla possibilità di confrontare vere alternative. Ha richiamato, per esempio, la mobilità all'interno del Porto Vecchio, sostenendo che sarebbe stato opportuno esaminare modelli differenti rispetto a una significativa presenza di viabilità automobilistica, comprese soluzioni fondate maggiormente sul trasporto pubblico elettrico. Anche questo punto, a mio avviso, va molto oltre il semplice problema dei trasporti.

Se oggi progettiamo quasi ex novo una parte della città, non possiamo riprodurre automaticamente lo schema urbanistico del Novecento nel quale lo spazio disponibile viene prevalentemente organizzato intorno all'automobile. Il Porto Vecchio dovrebbe essere raggiungibile e attraversabile mediante un sistema integrato di trasporto pubblico, mobilità pedonale e ciclabile, veicoli collettivi a basse emissioni e percorsi universalmente accessibili. L'automobile potrà naturalmente continuare ad avere una funzione, ma non dovrebbe essere il principio ordinatore dello spazio.

Un'altra contestazione emersa riguarda la partecipazione. Predonzan ha lamentato che una procedura più ampia avrebbe consentito un confronto pubblico maggiormente articolato e ha inoltre sollevato la questione del coinvolgimento della Soprintendenza, considerate le caratteristiche storico-monumentali degli edifici interessati. Anche su questo terreno occorre verificare precisamente gli atti amministrativi e le competenze esercitate, ma la domanda sottostante rimane importante: come possono essere separate tutela ambientale e tutela storico-culturale in un luogo nel quale patrimonio architettonico e paesaggio marittimo costituiscono un'unica identità?

Il d.lgs. n. 42/2004 impone la tutela del patrimonio culturale e paesaggistico; il d.lgs. n. 152/2006 disciplina la valutazione ambientale; la Costituzione, dopo la riforma dell'art. 9, riunisce idealmente questi due mondi, tutelando da una parte il paesaggio e il patrimonio storico e artistico e dall'altra l'ambiente, la biodiversità e gli ecosistemi, espressamente anche nell'interesse delle future generazioni. In Porto Vecchio questa disposizione costituzionale sembra quasi materializzarsi: edifici storici, paesaggio, mare e futuro climatico insistono sul medesimo spazio.

La partecipazione pubblica trova inoltre un riferimento particolarmente significativo nella Convenzione di Aarhus, ratificata dall'Italia con legge n. 108/2001. I suoi tre pilastri sono l'accesso alle informazioni ambientali, la partecipazione ai processi decisionali e l'accesso alla giustizia in materia ambientale. È una concezione moderna di democrazia ambientale: il cittadino non deve essere semplicemente informato di una scelta già compiuta, ma deve poter intervenire quando le alternative sono ancora concretamente praticabili.

Per me, però, il passaggio più importante della conferenza è stato quello dedicato al cambiamento climatico. L'ingegnere Sergio Persoglia ha posto una domanda che dovrebbe precedere qualunque decisione: abbiamo valutato il Porto Vecchio guardando alle condizioni climatiche nelle quali dovrà esistere nei prossimi decenni oppure lo stiamo progettando sulla base del clima che conoscevamo nel passato?

La differenza è enorme. Una concessione che si sviluppa su cinquant'anni e una rigenerazione destinata a produrre effetti per un periodo ancora più lungo non possono essere progettate ignorando il mutamento delle condizioni marine e climatiche. Persoglia ha richiamato in particolare l'innalzamento del livello del mare e la necessità di utilizzare dati specifici dell'Alto Adriatico anziché limitarsi a scenari globali.

È significativo che proprio l'edizione 2026 di "Segnali dal Clima in FVG", realizzata dal Gruppo di lavoro tecnico-scientifico coordinato da ARPA FVG, dedichi uno speciale alla costa e alla laguna e agli scenari futuri di innalzamento del mare. ARPA ricorda inoltre che il 2025 è stato il terzo anno più caldo mai registrato in Friuli Venezia Giulia e dedica uno specifico approfondimento alle ondate di calore marine, particolarmente rilevanti nel Nord Adriatico. La Regione ha nel frattempo avviato il percorso per una Strategia e un Piano Clima FVG destinati a integrare mitigazione e adattamento.

Questi dati non autorizzano catastrofismi, ma impongono prudenza progettuale. È esattamente qui che il principio di precauzione assume un significato concreto. L'art. 191 TFUE colloca tra i principi della politica ambientale europea la precauzione e l'azione preventiva; analogamente, il d.lgs. n. 152/2006, agli artt. 3-ter e 3-quater, richiama i principi dell'azione ambientale e dello sviluppo sostenibile. La sostenibilità non consiste quindi nel collocare alcuni elementi verdi all'interno di un progetto già deciso. Significa modificare il progetto perché possa funzionare in un ambiente che cambia.

Per questo considero profondamente sbagliata l'idea di un'architettura che combatta contro la natura. Nel Porto Vecchio la natura non dovrebbe essere la decorazione posta alla fine del rendering, qualche albero sistemato intorno a grandi superfici impermeabili o una fila di aiuole destinata a rendere più gradevole una piazza. Dovrebbe diventare una vera infrastruttura urbana.

Significa progettare ombra. Significa realizzare superfici permeabili ogni volta che sia tecnicamente possibile, conservare e incrementare il suolo capace di assorbire acqua, utilizzare sistemi di drenaggio urbano sostenibile, prevedere raccolta e riutilizzo delle acque meteoriche, creare corridoi verdi, favorire biodiversità e vegetazione compatibile con il contesto climatico e salmastro. Significa progettare gli spazi esterni affinché rimangano vivibili anche durante ondate di calore più frequenti e intense.

Significa anche recuperare il patrimonio costruito con intelligenza. Riutilizzare un grande magazzino storico, quando tecnicamente possibile, significa conservare memoria e ridurre il consumo di nuovo suolo e di nuovi materiali. Efficientamento energetico, ventilazione, schermature solari, pompe di calore, gestione intelligente dell'energia e soluzioni bioclimatiche devono essere integrate rispettando i vincoli storico-architettonici. Non si tratta di scegliere tra tutela del patrimonio e sostenibilità: l'obiettivo deve essere farle dialogare.

E soprattutto significa prepararsi al mare. Se il Porto Vecchio è per definizione un quartiere costiero, la sua relazione con l'acqua deve diventare una delle variabili fondamentali del progetto. Quote, impianti, reti tecnologiche, piani interrati, materiali, vie di evacuazione e spazi pubblici devono essere pensati tenendo conto dell'evoluzione climatica e non soltanto delle condizioni attuali. È precisamente questo il senso dell'adattamento climatico: non aspettare il danno per costruire una difesa, ma progettare oggi riducendo la vulnerabilità di domani.

Trovo inoltre significativo che ARPA FVG sottolinei come le soluzioni ai cambiamenti climatici richiedano un approccio partecipativo e interdisciplinare. Porto Vecchio potrebbe essere il luogo ideale per realizzarlo: Trieste dispone di università, OGS, ICTP, centri di ricerca e competenze scientifiche di livello internazionale. Sarebbe un paradosso avere questa concentrazione di conoscenza e non utilizzarla per realizzare uno dei più importanti progetti urbani della città.

Ma ambiente e clima non possono essere separati dalle persone. Una città sostenibile che non sia anche accessibile e abitabile sarebbe una contraddizione.

Durante l'incontro ho posto personalmente una domanda sull'edilizia agevolata. Ho spiegato che ho scelto di stabilirmi a Trieste anche perché mi sono innamorata degli enormi edifici del Porto Vecchio, di quelle architetture maestose che custodiscono la memoria della città e sembrano attendere una nuova vita. Quando li guardo, non riesco a immaginare soltanto alberghi, uffici o attività commerciali. Riesco a immaginare persone che vi abitano.

Ho quindi chiesto se una parte degli immobili possa essere destinata all'edilizia agevolata e se ciò possa significare anche permettere l'acquisto di abitazioni a prezzi equi da parte di persone che non dispongono di grandi disponibilità economiche. Ho inoltre chiesto quali strumenti possano garantire la presenza di alloggi accessibili alle persone con disabilità.

La risposta, a mio giudizio, è stata piuttosto blanda. Mi è stato sostanzialmente fatto osservare che Trieste non è affatto una città adeguata a una persona con disabilità. Posso comprendere perfettamente questa constatazione e, vivendo la città, conosco bene il problema. Ma proprio da questa risposta ricavo la conclusione opposta: se sappiamo che Trieste presenta ancora profonde criticità in materia di accessibilità, allora il Porto Vecchio deve rappresentare l'occasione per partire dalle basi.

Non dobbiamo costruire oggi le barriere architettoniche che qualcuno dovrà eliminare domani.

Il Friuli Venezia Giulia dispone già di una disciplina che considera l'accessibilità dello spazio aperto e dell'ambiente costruito un prerequisito per la fruizione in sicurezza e autonomia; la normativa nazionale continua inoltre ad avere come riferimenti fondamentali la legge n. 13/1989 e il D.M. n. 236/1989. La stessa normativa regionale richiama espressamente accessibilità, adattabilità e visitabilità degli edifici.

Ma l'accessibilità che immagino per Porto Vecchio deve andare oltre il rispetto formale delle misure minime. Una porta larga il numero di centimetri previsto dalla norma non rende automaticamente una casa adeguata alla vita di una persona che usa una carrozzina. Servono spazi di manovra, distribuzioni interne razionali, ascensori realmente utilizzabili, accessi senza dislivelli, impianti e comandi raggiungibili, bagni adeguati e percorsi esterni continui.

Aggiungo un tema che spesso viene completamente ignorato: per una persona in carrozzina una casa grande non è necessariamente uno sfizio. Può essere una necessità.

Io, per esempio, riesco già a immaginare la mia vita in un quadrilocale del Porto Vecchio. Un'abitazione sufficientemente ampia da consentirmi di muovermi agevolmente con la carrozzina, senza trasformare ogni spostamento in una manovra; con doppi servizi, così da garantire sia a me sia alla persona che mi assiste spazi distinti e la necessaria privacy; e con uno studio dedicato alla mia attività professionale. Non sto descrivendo una casa di lusso né una metratura dettata da un capriccio: sto descrivendo un'abitazione dimensionata sulle esigenze concrete della mia vita quotidiana, della mia autonomia e dell'assistenza di cui necessito. Per una persona in carrozzina, infatti, avere più spazio non è necessariamente un privilegio: può essere una necessità funzionale.

A questo si aggiunge un altro aspetto spesso trascurato quando si parla di abitazioni accessibili: non basta eliminare le barriere architettoniche. Ho bisogno anche di arredi, soluzioni ergonomiche e ausili specificamente pensati per permettermi di utilizzare al massimo la mia autonomia residua. Altezze e disposizione dei mobili, spazi di accostamento, piani di lavoro utilizzabili dalla carrozzina e sistemi che rendano raggiungibili oggetti e attrezzature possono determinare concretamente la differenza tra dover chiedere assistenza e riuscire a compiere autonomamente un'attività quotidiana.

In questa prospettiva, anche la domotica assume per me un valore sostanziale. Poter controllare in autonomia porte, luci, tapparelle, temperatura, videocitofono, dispositivi elettronici e altri elementi dell'abitazione attraverso sistemi accessibili non rappresenta un vezzo tecnologico, ma uno strumento capace di ampliare concretamente gli spazi della mia indipendenza. Una casa realmente accessibile dovrebbe quindi essere progettata fin dall'origine come un ambiente adattabile alle differenti necessità della persona, integrando accessibilità fisica, ausili e tecnologie assistive invece di aggiungerli successivamente come correttivi.

Lo studio, in particolare, per me avrebbe un'importanza fondamentale. Il lavoro in smart working non rappresenta una semplice comodità, ma uno strumento essenziale per esercitare la mia professione, organizzare i tempi di lavoro in maniera compatibile con le mie esigenze e consolidare la mia autonomia personale ed economica. Anche questo dovrebbe entrare in una concezione moderna dell'abitare inclusivo. La casa contemporanea non è più soltanto il luogo nel quale si mangia e si dorme: può essere anche uno spazio di lavoro, studio, relazione e partecipazione alla vita sociale. Nel mio caso, poter disporre di un ambiente professionale separato dal resto dell'abitazione significherebbe poter lavorare da casa senza rinunciare né alla qualità della vita privata né alla dignità della dimensione professionale.

Non credo quindi che il bisogno abitativo possa essere sempre misurato applicando meccanicamente l'equazione "una persona uguale piccolo appartamento". Una persona sola che utilizza una carrozzina, necessita di assistenza e lavora da casa può avere un fabbisogno spaziale oggettivamente diverso da quello di un'altra persona sola. L'uguaglianza sostanziale dell'art. 3, secondo comma, della Costituzione serve precisamente a ricordarci che trattare tutti allo stesso modo, quando le condizioni di partenza sono differenti, può produrre nuove disuguaglianze.

In materia di edilizia agevolata, naturalmente, servirebbe poi tradurre questa idea in strumenti giuridici ed economici concreti. Quote di edilizia convenzionata, canoni calmierati, eventuali prezzi massimi di cessione, diritto di superficie, accordi pubblico-privati, social housing e specifici vincoli nelle convenzioni urbanistiche sono strumenti che possono essere studiati, nel rispetto delle competenze comunali e regionali e della disciplina applicabile al progetto. Non sostengo che una particolare formula sia già oggi giuridicamente dovuta: sostengo che la questione debba entrare seriamente nel tavolo della progettazione.

Ed è qui che il riferimento di Paolo Luisi al cohousing mi ha fatto pensare a un'altra possibilità.

Perché non immaginare nel Porto Vecchio una forma di cohousing intergenerazionale e interculturale? Non una struttura assistenziale, non un residence per persone con disabilità, non un complesso destinato esclusivamente agli anziani e nemmeno uno spazio separato per migranti. Penso a qualcosa di esattamente opposto: abitazioni autonome nelle quali possano vivere giovani, anziani, persone con disabilità, studenti, lavoratori e giovani migranti che hanno deciso di costruire a Trieste una parte della propria vita.

Anche i giovani migranti esistono nella Trieste reale, sebbene troppo spesso scompaiano dalla Trieste immaginata nei grandi progetti urbanistici. Alcuni attraversano la città, altri rimangono, lavorano, studiano, chiedono protezione o cercano semplicemente una stabilità abitativa e professionale. E vi sono persone che ancora oggi possono trovarsi in condizioni di grave precarietà e degrado abitativo. Se parliamo di creare un nuovo pezzo di città, non possiamo fingere che questa popolazione non esista.

Immagino allora appartamenti completamente autonomi affiancati da spazi comuni facoltativi: lavanderie, sale di incontro, aree per studiare e lavorare, cucine comuni per chi desidera utilizzarle, giardini e luoghi di socialità. L'elemento decisivo deve rimanere la libertà. Cohousing non significa essere obbligati a vivere collettivamente. Significa poter vivere autonomamente sapendo di avere intorno una comunità.

E bisogna stabilire un confine netto: un giovane migrante non deve diventare il caregiver gratuito dell'anziano o della persona con disabilità e una persona anziana non deve essere trasformata nella nonna collettiva del condominio. La solidarietà di vicinato è preziosa proprio quando è spontanea. L'assistenza professionale è invece un diritto e un lavoro, e come tale deve essere organizzata e retribuita.

Per le persone con disabilità questa visione trova un riferimento di particolare forza nell'art. 19 della Convenzione ONU sui diritti delle persone con disabilità, ratificata dall'Italia con legge n. 18/2009, che riconosce il diritto alla vita indipendente e all'inclusione nella comunità. Vivere nella comunità significa precisamente poter scegliere dove e con chi vivere, senza essere costretti verso modelli abitativi segreganti.

Questo, a mio avviso, è il Porto Vecchio che potrebbe veramente diventare un laboratorio europeo: ricerca scientifica, imprese innovative, cultura, turismo, residenza, edilizia economicamente accessibile, cohousing, universal design, infrastrutture verdi e adattamento climatico nello stesso quartiere. Non una somma casuale di funzioni, ma un sistema.

Sul piano strettamente giuridico, ritengo quindi necessario mantenere distinti tre livelli: le criticità tecniche denunciate dai relatori, le valutazioni dell'amministrazione e gli eventuali profili di illegittimità che potranno essere accertati soltanto attraverso l'esame degli atti e, se sarà instaurato un contenzioso, dalle autorità giurisdizionali competenti.

Un eventuale ricorso al TAR dovrà individuare specifici vizi del procedimento o del provvedimento, nel rispetto delle condizioni dell'azione e dei termini previsti dal Codice del processo amministrativo, d.lgs. n. 104/2010. Potrebbero venire in rilievo, a seconda di quanto emergerà dagli atti, profili relativi alla violazione di legge, all'adeguatezza dell'istruttoria, alla valutazione degli impatti cumulativi o ad altri eventuali vizi dell'azione amministrativa. Ma ciascun profilo dovrà essere dimostrato nelle sedi competenti.

Non è possibile anticipare l'esito di un eventuale giudizio sulla base della sola convinzione che una VIA completa sarebbe stata preferibile. Né ritengo corretto trasformare una valutazione tecnico-politica, per quanto argomentata, in una dichiarazione di illegittimità pronunciata al di fuori della sede giurisdizionale. La critica giuridica è tanto più autorevole quanto più distingue ciò che è documentato da ciò che resta da dimostrare.

Questa cautela non rende tuttavia meno legittima una domanda politica e amministrativa molto precisa: davanti a una trasformazione di questa dimensione e durata, è stato fatto tutto ciò che ragionevolmente poteva essere fatto per conoscere gli impatti ambientali complessivi prima che essi diventino irreversibili? Sono state considerate adeguatamente le interazioni tra i diversi interventi? Sono state studiate le alternative? È stata incorporata nella progettazione la vulnerabilità climatica dell'Alto Adriatico? E quanto spazio effettivo è rimasto alla partecipazione quando le decisioni potevano ancora essere modificate?

La mia posizione personale, invece, è chiara. Vorrei che il Porto Vecchio fosse recuperato, ma vorrei che lo fosse bene. Vorrei che la tutela del patrimonio storico dialogasse con la sicurezza ambientale, che gli investimenti producessero lavoro di qualità, che la ricerca incontrasse l'impresa, che gli spazi culturali fossero aperti alla città e che una parte di questo straordinario patrimonio potesse diventare anche un luogo in cui abitare.

Non considero il diritto alla casa un ostacolo allo sviluppo: lo considero uno dei criteri attraverso i quali misurare la qualità dello sviluppo stesso.

Non considero nemmeno ambiente e crescita economica necessariamente incompatibili. Al contrario, credo che nel 2026 un progetto economicamente serio debba essere anche climaticamente resiliente. Un'opera che fra qualche decennio richiedesse costosi interventi per rimediare a rischi che oggi potevano essere previsti sarebbe semplicemente un'opera progettata male. La sostenibilità è anche razionalità economica.

Per questo non vorrei vedere nel Porto Vecchio l'ennesima contrapposizione tra chi vuole "fare" e chi vuole "proteggere". È una dicotomia vecchia. La questione contemporanea è fare proteggendo e proteggere progettando meglio.

Ambiente e cambiamento climatico devono essere le due fondamenta. Da esse deve nascere un'architettura alleata della natura, non sua antagonista; un'urbanistica capace di convivere con il mare, non di fingere che il mare rimarrà immutabile; una mobilità che restituisca spazio alle persone; un patrimonio storico che torni a vivere senza perdere la propria identità; abitazioni che non siano soltanto belle da fotografare, ma economicamente e fisicamente accessibili.

Gli edifici del Porto Vecchio hanno già attraversato più di un secolo di storia. Sarebbe paradossale restaurarli magnificamente e consegnarli a una città progettata senza interrogarsi sul secolo che viene.

La vera sfida non è riportare il Porto Vecchio al suo antico splendore. È dargli una nuova vita senza sacrificare il mare che lo circonda, la natura con la quale deve convivere e le persone che dovranno abitarlo.

Per me, è questa la differenza tra ristrutturare e rigenerare.

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