Porto Vecchio, migranti e sgomberi: Trieste tra grandi progetti e diritti fondamentali negati

Trieste è una città che conosco camminandoci dentro, non solo studiandola sulle carte o leggendone i comunicati istituzionali. La conosco nel vento che taglia la pelle, nella Bora che rende il freddo più crudele di quanto dicano i gradi, nella stazione ferroviaria che è insieme porta d'Europa e punto di abbandono. E conosco il Porto Vecchio non come suggestione architettonica o rendering patinato, ma come spazio reale, attraversato ogni giorno da persone che cercano un riparo minimo, una coperta, un luogo dove non sentirsi invisibili. È da qui che nasce questa riflessione, ed è per questo che non può essere neutra.
Negli ultimi anni il Comune di Trieste ha investito energie, risorse politiche e progettuali enormi nella riqualificazione del Porto Vecchio. Accordi di programma, consorzi, varianti urbanistiche, masterplan, grandi opere: tutto formalmente legittimo, tutto inserito in una narrazione di sviluppo, attrattività, turismo, crescita economica. Io non sono contraria alla riqualificazione. Sarebbe intellettualmente disonesto negare che il Porto Vecchio sia un patrimonio straordinario e che il suo recupero possa rappresentare un'opportunità per la città. Ma il punto, oggi, non è se riqualificare o meno. Il punto è come e soprattutto per chi.
Perché mentre si progettano parchi lineari, poli museali, centri congressi e nuovi spazi per fare cassa con il turismo, nello stesso perimetro urbano – nello stesso Porto Vecchio – esseri umani vivono in condizioni che definire indegne non è un'esagerazione retorica che, ma una constatazione giuridica e morale. Magazzini fatiscenti, senza finestre, senza servizi igienici, senza riscaldamento, con teli e lenzuola al posto degli infissi per cercare almeno di schermare il freddo e la vista. Topi che girano a pochi metri dai giacigli. Persone che dormono su cartoni, esposte al gelo, alla pioggia, al vento. Non a caso, in questi mesi, a Trieste si è morti di freddo. E quando si muore di freddo in una città che dispone di spazi pubblici enormi inutilizzati, non siamo più nel campo dell'inevitabile, ma in quello della responsabilità politica.
Quello che più mi colpisce, e che mi indigna come cittadina e come giurista, è la sistematicità della risposta istituzionale: sgomberi. Sgomberi ripetuti, spesso presentati come necessari per ragioni di sicurezza, igiene, decoro, avvio dei cantieri. Ma uno sgombero, se non è accompagnato da una presa in carico immediata, non è una soluzione: è uno spostamento del problema. È una violenza amministrativa che non elimina la vulnerabilità, la spinge semplicemente qualche metro più in là. E quando durante questi sgomberi – come denunciato da associazioni e riportato da più testimonianze – vengono buttati via i pochi averi delle persone, coperte comprese, la situazione assume contorni ancora più gravi. Quelle persone sono costrette a ricominciare ogni volta da zero, a dipendere nuovamente dalla carità, a mendicare ciò che avevano già faticosamente ottenuto. È un meccanismo perverso che produce ulteriore marginalità e che, sul piano giuridico, pone seri interrogativi sulla proporzionalità e sulla legittimità dell'azione amministrativa.
Non stiamo parlando di numeri ingestibili o di un fenomeno imprevedibile. La rotta balcanica è una realtà strutturale, non un'emergenza improvvisa. Trieste è città di confine, storicamente luogo di passaggio, di arrivi e partenze. Eppure, anziché governare il fenomeno, lo si subisce o lo si reprime. Il risultato è che molti migranti – sia di passaggio sia "stanziali di fatto", cioè persone che hanno già manifestato la volontà di chiedere protezione o che sono in attesa di essere inserite nel sistema di accoglienza – finiscono in una zona grigia: fuori dall'accoglienza formale, fuori dalla legalità sostanziale, ma dentro il territorio comunale. Una illegalità prodotta dallo Stato stesso, che non garantisce l'accesso tempestivo ai diritti fondamentali.

Io ci passo davanti, a quegli edifici. Li vedo. E ogni volta penso alla sproporzione che grida vendetta: spazi vuoti immensi, patrimonio pubblico abbandonato, e persone costrette a vivere come se fossero un problema da nascondere. Mi si stringe il cuore, sì, ma non è solo una reazione emotiva. È la consapevolezza che questa scelta – perché di scelta si tratta – racconta una gerarchia di valori. E oggi quella gerarchia dice che l'attrattività turistica viene prima della dignità umana.
In questo quadro, la rete solidale supplisce alle mancanze istituzionali. I "Fornelli resistenti", insieme ad altre associazioni provenienti anche da fuori città, ogni sera servono la cena in Piazza Libertà. Con qualsiasi condizione meteorologica. Solo quando diluvia si riesce a usare uno spazio interno della stazione. Negli altri casi si mangia al freddo, sotto il vento, in piedi o seduti per terra. Io quell'esperienza l'ho fatta. Ho cenato con i migranti. E non lo dico per rivendicare nulla, ma perché chi non l'ha vissuta fatica a capire cosa significhi davvero. Certi giorni fa freddissimo anche solo restare lì mezz'ora, con il cappotto addosso. Loro, dopo la cena, restano. Dormono lì o poco distante. Quella cena, che dovrebbe essere un gesto straordinario di solidarietà, è diventata normalità. E quando la normalità è mangiare e vivere in piazza, qualcosa si è spezzato nel rapporto tra istituzioni e realtà.
È qui che nasce la proposta che considero non solo ragionevole, ma necessaria: il Comune di Trieste potrebbe – e dovrebbe – riqualificare uno degli enormi edifici oggi in disuso e fatiscenti del Porto Vecchio e destinarlo a struttura di accoglienza temporanea dignitosa per i migranti della rotta balcanica, sia di passaggio sia stanziali in attesa di inserimento. Non parlo di un ghetto, non parlo di una soluzione improvvisata. Parlo di una struttura pubblica, regolata, con standard igienico-sanitari adeguati, servizi igienici, docce, riscaldamento, un presidio sanitario di base, un punto di orientamento legale-amministrativo. Un luogo che consenta alle persone di non vivere nell'illegalità forzata e in condizioni disumane e degradanti.
Il Porto Vecchio lo consentirebbe senza difficoltà strutturali insormontabili: magazzini ampi, modulari, facilmente compartimentabili, in grado di ospitare spazi separati per diverse esigenze. E qui è necessario essere chiari: dividere "per etnie" non è una soluzione accettabile. È una scorciatoia pericolosa, che rischia di cristallizzare conflitti e violare principi di uguaglianza e non discriminazione. La gestione intelligente divide per bisogni e per tutela: nuclei familiari, donne sole, minori, uomini singoli, persone vulnerabili dal punto di vista sanitario o psichico. Servono mediatori culturali, regole chiare di convivenza, presenza costante di operatori, prevenzione dei conflitti. È così che si evitano i parapiglia, non creando recinti identitari.

Questa struttura dovrebbe essere un ponte, non un parcheggio. Con tempi di permanenza chiari, collegamenti immediati con il sistema nazionale di accoglienza, trasferimenti programmati verso altre regioni, presa in carico sanitaria in raccordo con l'azienda sanitaria locale, orientamento lavorativo e sociale per chi resta. In altre parole, una gestione pubblica responsabile, che trasformi un problema di ordine pubblico in una questione di amministrazione dei diritti.
Sul piano giuridico, non siamo nel vuoto. Gli obblighi sono chiari. La Costituzione impone la tutela della dignità umana e i doveri di solidarietà. Il diritto d'asilo non è una concessione discrezionale, ma un diritto fondamentale. Il diritto alla salute non conosce confini amministrativi. Il divieto di trattamenti inumani e degradanti non ammette deroghe per ragioni di decoro urbano. Quando lo Stato sa che persone dormono al freddo, senza servizi, e dispone di spazi e strumenti per intervenire, l'inerzia diventa responsabilità.
C'è poi una questione che riguarda l'identità stessa di Trieste. Non si può raccontare al mondo il Porto Vecchio come vetrina del futuro, come simbolo di rinascita, e accettare che nello stesso luogo si muoia di freddo. Questa non è solo una contraddizione morale. È una contraddizione istituzionale, che mina la credibilità dell'azione pubblica. La vera riqualificazione non è solo estetica, non è solo economica. È anche – e soprattutto – sociale.
Io credo che destinare un edificio del Porto Vecchio all'accoglienza temporanea non sarebbe un "favore ai migranti". Sarebbe un atto di responsabilità verso la città. Significherebbe affermare che lo sviluppo non può prescindere dai diritti, che la legalità non è fatta solo di sgomberi e ordinanze, ma di presa in carico concreta delle persone. Significherebbe, in definitiva, scegliere che tipo di città vogliamo essere: una città che lucida le vetrine mentre chiude gli occhi, o una città che usa il proprio patrimonio per non lasciare nessuno a vivere – e morire – nel gelo.
Quando penso alla cena condivisa in Piazza Libertà, al freddo che entrava nelle ossa, agli sguardi stanchi ma dignitosi delle persone sedute lì, so che questa non è una battaglia ideologica. È una battaglia di civiltà. E Trieste, con tutto lo spazio e le risorse che ha, può ancora scegliere da che parte stare.
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