Porto Vecchio di Trieste, altro che “club vacanze”: migranti, sgombero e diritto all’accoglienza

Definire il Porto Vecchio di Trieste un «mini club vacanze» per migranti non è soltanto una battuta infelice. È una rappresentazione che, a mio avviso, rovescia la realtà dei fatti e rischia di trasformare una grave questione di accoglienza, sicurezza e dignità umana in una caricatura. Perché nel momento in cui persone dormono in strutture abbandonate, senza servizi adeguati, cercando riparo dal caldo o dal freddo, parlare di villeggiatura significa guardare le conseguenze del disagio e fingere che ne siano la causa.
Il paradosso emerge perfino dall'articolo che riporta le dichiarazioni dell'assessore regionale Fabio Scoccimarro. Prima della definizione di «mini club vacanze», la stessa cronaca descrive persone accampate in condizioni igienico-sanitarie molto precarie, esposte al caldo torrido, che utilizzavano il bacino d'acqua presente nel cantiere per cercare refrigerio. Una piscina da resort non nasce dal crollo della copertura di un torrente all'interno di un cantiere. Una spa non è un magazzino abbandonato. Una grigliata fatta da chi non dispone di una cucina non trasforma l'indigenza in turismo.
Che quelle persone non potessero rimanere all'interno di un cantiere attivo è un altro discorso, e su questo occorre essere seri. Un cantiere deve essere messo in sicurezza. La presenza di persone estranee ai lavori può costituire un rischio per loro stesse e per lavoratori, tecnici e imprese. Lo sgombero dell'area interessata dai lavori può dunque rispondere a una necessità concreta di sicurezza. Ma proprio qui passa il confine tra amministrare un problema e irriderlo: si può dire che nessuno deve vivere dentro un cantiere senza arrivare a descrivere chi vi ha trovato rifugio come un vacanziere.
Anzi, c'è un dato ulteriore particolarmente significativo. La Rai riferisce che, concluse le procedure in Questura, le persone allontanate sono state «avviate al percorso di accoglienza». È difficile immaginare una smentita più plastica della narrazione del "club vacanze": se dopo lo sgombero lo Stato deve attivare un percorso di accoglienza, significa che il problema da affrontare non era un eccesso di comfort, ma esattamente il contrario.
E conosco bene questa contraddizione, perché ne ho scritto più volte. Ho sostenuto che a Trieste esiste una differenza fondamentale tra governare il disagio e praticarne la semplice rimozione visiva. Chiudere, recintare o sgomberare uno spazio può talvolta essere necessario; ma se non si offre contestualmente un'alternativa, le persone non svaniscono. Si spostano di qualche centinaio di metri. È ciò che avevo osservato parlando di Piazza Libertà e del Porto Vecchio: una città democratica non dovrebbe limitarsi a nascondere ciò che produce inquietudine o imbarazzo politico, ma dovrebbe affrontarne le cause.
Il rapporto Fuori Rotta, pubblicato nell'aprile 2026 da No Name Kitchen e ICS, descrive precisamente il retroterra che rende grottesca l'immagine della località di villeggiatura. Dopo lo sgombero del Silos del giugno 2024, secondo il rapporto, molte persone si sono disperse negli edifici abbandonati del Porto Vecchio, dando origine a una sorta di «Silos diffuso». Le condizioni documentate comprendono assenza di acqua, riscaldamento e servizi igienici e il rischio di incendi connesso ai fuochi utilizzati per cucinare o riscaldarsi. Lo stesso rapporto parla di una cronica insufficienza dei posti disponibili, di ritardi nell'accesso alle procedure e di trasferimenti che finiscono per incidere profondamente sull'effettivo esercizio dei diritti dei richiedenti asilo.
Non siamo dunque davanti a persone che hanno scelto il Porto Vecchio perché attratte dalle sue amenità. Siamo davanti, almeno in una parte dei casi, all'esito materiale di un sistema incapace di garantire tempestivamente un luogo appropriato nel quale stare. Che poi, in quello spazio, qualcuno cucini, si alleni, parli con gli amici, prenda il sole o cerchi di rinfrescarsi non dimostra che stia trascorrendo una vacanza. Dimostra semplicemente che anche chi vive nella precarietà continua ad avere una quotidianità. La povertà non impone di rimanere immobili e sofferenti ventiquattro ore al giorno per essere considerati meritevoli di tutela.
C'è poi una questione terminologica che un rappresentante delle istituzioni dovrebbe maneggiare con particolare prudenza. Definire indistintamente «clandestini» le persone presenti nel Porto Vecchio, senza conoscere o precisare la posizione giuridica individuale di ciascuna, è tecnicamente approssimativo. Un richiedente protezione internazionale, una persona in attesa di formalizzazione, un titolare di protezione, un migrante irregolarmente soggiornante e una vittima di tratta non sono categorie intercambiabili. Il diritto esiste precisamente per distinguere le situazioni individuali. Il d.lgs. 18 agosto 2015, n. 142 prevede inoltre che, per chi manifesta la volontà di chiedere protezione internazionale e rientra nel suo ambito di applicazione, le misure di accoglienza operino dal momento di tale manifestazione.
Anche il diritto europeo va nella direzione opposta alla normalizzazione dell'abbandono. La direttiva (UE) 2024/1346, che gli Stati membri erano tenuti a recepire entro il 12 giugno 2026 nelle disposizioni indicate dall'articolo 35, stabilisce che le condizioni materiali di accoglienza e l'assistenza sanitaria debbano assicurare una qualità di vita adeguata, tutelare la salute fisica e mentale e rispettare i diritti riconosciuti dalla Carta dei diritti fondamentali. Gli articoli 19 e 20 impongono standard precisi anche per l'alloggio e richiamano espressamente dignità e integrità personale. A monte restano gli articoli 2, 3 e 10 della Costituzione, il diritto d'asilo e il principio personalista sul quale si fonda il nostro ordinamento.
La Corte europea dei diritti dell'uomo, nella storica sentenza M.S.S. c. Belgio e Grecia, ha inoltre riconosciuto che condizioni di vita caratterizzate da estrema precarietà e abbandono di un richiedente asilo possono, quando raggiungano una soglia sufficientemente grave, entrare persino nel campo di applicazione dell'articolo 3 CEDU sul divieto dei trattamenti inumani o degradanti. Non significa che ogni situazione di disagio urbano integri automaticamente una violazione della Convenzione; significa però che il diritto europeo considera le condizioni materiali dell'accoglienza una questione giuridica seria, non materia da cabaret politico.
È la stessa impostazione che ho sostenuto parlando della crisi di Ceuta: sicurezza e dignità non sono termini antitetici. Lo Stato deve controllare il territorio, identificare le persone, impedire condotte pericolose, contrastare reati e garantire l'ordine pubblico. Ma una politica seria aggiunge strutture temporanee dignitose, assistenza sanitaria, interpreti, mediatori, rapide procedure individuali e trasferimenti organizzati. Ceuta migranti.pdf Essere rigorosi significa governare. Ridicolizzare la vulnerabilità non rende una politica migratoria più rigorosa.
Per questo continuo a ritenere che una parte degli enormi spazi del Porto Vecchio avrebbe potuto essere utilizzata, con interventi appropriati e senza interferire con i progetti di riqualificazione, per creare una struttura transitoria realmente organizzata: separazione secondo esigenze di protezione e non secondo appartenenze etniche, servizi igienici, assistenza sanitaria e psicologica, mediazione culturale, regole precise, presenza degli operatori e trasferimenti programmati. Un ponte verso il sistema ordinario di accoglienza, non un parcheggio umano. È una proposta che avevo già formulato proprio perché considero inaccettabile che edifici enormi rimangano inutilizzati mentre esseri umani dormono nelle loro parti degradate e pericolose.
La riqualificazione del Porto Vecchio è importante per Trieste e deve andare avanti. Ma una città non si riqualifica soltanto liberando i cantieri: si riqualifica anche dimostrando di sapere che cosa fare delle persone che quei cantieri hanno utilizzato come ultimo riparo. Uno sgombero può risolvere un problema di sicurezza in un determinato punto. Non risolve, da solo, il problema dell'accoglienza.
Perciò no: il Porto Vecchio non era e non è un "club vacanze", né una spa improvvisata per migranti. Era ed è il luogo nel quale è diventata visibile una contraddizione che Trieste trascina da troppo tempo. E forse è proprio questo che dovremmo avere il coraggio di guardare: quando una persona considera una pozza d'acqua dentro un cantiere il posto migliore che ha per trovare refrigerio, lo scandalo non è che faccia il bagno. Lo scandalo è che non abbia avuto un posto migliore dove andare.
Fonte:
https://www.triesteprima.it/cronaca/migranti-porto-vecchio-sgombero.html
