Neutralità permanente dell’Italia: pace, Costituzione e Articolo 11

Ero sinceramente ben intenzionata ad andare in presenza all'incontro dedicato alla neutralità e alla pace. Mi ero già preparata per uscire, perché il tema mi interessava molto e perché, quando si parla di guerra, Costituzione e responsabilità internazionale, sento quasi il dovere civile di ascoltare prima di giudicare. Poi, però, la realtà quotidiana ha fatto la sua parte: le persone che mi assistono avevano difficoltà a conciliare gli orari, il tempo a Trieste era, come spesso accade, ballerino, e alla fine non me la sono sentita di uscire. Non è stata una rinuncia totale: ho seguito comunque l'incontro in diretta Facebook e chi curava la logistica ha avuto la gentilezza di leggere la domanda che avrei voluto porre. Questo, per me, è già un piccolo segno politico: la partecipazione non dovrebbe dipendere soltanto dalla possibilità fisica di essere seduti in una sala.
L'incontro ruotava attorno alla proposta di inserire nella Costituzione italiana uno status di neutralità permanente, con particolare riferimento all'articolo 11. Il protagonista del dibattito, Bruno Scapini, diplomatico italiano di carriera, già ambasciatore d'Italia in Romania e console a Capodistria, ha sostenuto una tesi molto netta: l'Italia dovrebbe ripensare radicalmente il proprio ruolo geopolitico, sottraendosi alla logica dei blocchi militari e recuperando una funzione autonoma di mediazione, diplomazia preventiva e cooperazione internazionale.
Il punto di partenza dell'incontro è stato un dato politico prima ancora che giuridico: viviamo in un mondo attraversato da crisi continue, conflitti armati, tensioni energetiche, instabilità economica e nuove forme di militarizzazione. Al di là della precisione dei singoli numeri richiamati durante la serata, il dato politico è difficilmente contestabile: la guerra non è un'eccezione remota, ma una presenza strutturale del nostro tempo. E quando la guerra sembra lontana, entra comunque nelle nostre case: nelle bollette, nella spesa pubblica, nelle scelte energetiche, nelle paure collettive, nella qualità della democrazia.
La proposta discussa mira a modificare l'articolo 11 della Costituzione, rafforzando il ripudio della guerra e introducendo espressamente la neutralità permanente dell'Italia rispetto a schieramenti o alleanze militari con altri Paesi, senza pregiudizio del legittimo diritto alla difesa della Nazione. Non si tratterebbe, dunque, secondo i promotori, di una neutralità occasionale o contingente, ma di uno status costituzionale stabile, destinato a orientare in modo permanente la politica estera e di difesa dello Stato.
L'articolo 11 della Costituzione è già oggi una delle norme più alte della nostra Repubblica. L'Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali; consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, limitazioni di sovranità necessarie a un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni; promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo. È una norma che non nasce dall'ingenuità, ma dalla tragedia storica del fascismo e della seconda guerra mondiale. Non è un generico invito alla bontà: è una scelta costituzionale di civiltà.
Proprio per questo, però, bisogna trattarla con grande serietà. Il ripudio della guerra non coincide automaticamente con la neutralità. Ripudiare la guerra significa escludere la guerra di aggressione, la guerra come strumento di offesa e la guerra come mezzo ordinario per risolvere controversie internazionali. La neutralità, invece, è una posizione giuridico-politica più specifica: implica non partecipazione a conflitti tra Stati e, nella versione più forte, non appartenenza ad alleanze militari. Sono concetti vicini, ma non identici. Confonderli rischia di indebolire entrambi.
Durante l'incontro è emersa una critica molto severa alla NATO e, più in generale, alle alleanze militari. Secondo questa impostazione, l'appartenenza a un'alleanza non aumenterebbe necessariamente la sicurezza, ma potrebbe esporre lo Stato a rischi ulteriori, a dinamiche di escalation e a decisioni assunte altrove. È stata evocata l'idea di una subalternità non solo politica o militare, ma anche mentale: l'abitudine a pensare che l'Italia non possa scegliere davvero, dovendo sempre guardare a Bruxelles o a Washington prima di definire i propri interessi nazionali.
È una tesi forte, che può essere condivisa o contestata, ma che ha il merito di porre una questione reale: qual è oggi lo spazio effettivo della sovranità democratica italiana nelle scelte di politica estera, difesa e sicurezza? La risposta non può essere liquidata con slogan. L'articolo 1 della Costituzione attribuisce la sovranità al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione; l'articolo 10 apre l'ordinamento italiano alle norme del diritto internazionale generalmente riconosciute; l'articolo 11 consente limitazioni di sovranità solo in funzione della pace e della giustizia fra le Nazioni; l'articolo 52 riconosce la difesa della Patria come sacro dovere del cittadino; gli articoli 78 e 87 disciplinano il ruolo del Parlamento e del Presidente della Repubblica in caso di guerra. La sovranità italiana non è assoluta, ma non è neppure disponibile senza condizioni.
La mia domanda, letta durante l'incontro, nasceva precisamente da questa preoccupazione. Mi interessava capire quale rapporto vi fosse tra neutralità permanente, articolo 11 della Costituzione e responsabilità internazionale dell'Italia. Se l'articolo 11 già ripudia la guerra, ma consente limitazioni di sovranità per costruire un ordinamento internazionale fondato su pace e giustizia, in che modo la neutralità permanente rafforzerebbe questo equilibrio senza entrare in tensione con gli obblighi assunti nell'Unione europea, nella NATO e nel sistema ONU? E soprattutto: che tipo di neutralità si propone? Una semplice astensione dai conflitti, oppure una neutralità attiva fondata su diplomazia, mediazione, protezione dei civili, accoglienza e disarmo?
La parte più importante della domanda era però un'altra: come evitare che la neutralità diventi equidistanza morale tra aggressore e aggredito? Io sono contraria alle guerre, ma non a qualsiasi costo. Non credo che la pace possa significare indifferenza davanti a un'invasione, a crimini internazionali, a bombardamenti sui civili, a deportazioni, torture, violenze sessuali usate come arma di guerra, persecuzioni o violazioni sistematiche dei diritti umani. Il diritto internazionale contemporaneo nasce proprio per impedire che la forza prevalga sul diritto.
Ecco il nodo: una neutralità costituzionale può essere una scelta nobile solo se non diventa neutralità etica. Uno Stato può decidere di non partecipare militarmente a un conflitto; non può però rinunciare a distinguere tra chi aggredisce e chi subisce, tra chi viola il diritto internazionale e chi chiede protezione, tra chi colpisce deliberatamente i civili e chi tenta di sopravvivere. La neutralità, se vuole essere coerente con la Costituzione, deve essere attiva: deve significare più diplomazia, più mediazione, più cooperazione, più accoglienza dei rifugiati, più protezione dei civili, più investimenti nella prevenzione dei conflitti e più sostegno alla giustizia internazionale.
La risposta ricevuta ha toccato soprattutto il profilo della compatibilità con l'Unione europea. È stato richiamato l'articolo 42, paragrafo 7, del Trattato sull'Unione europea, che prevede una clausola di assistenza reciproca in caso di aggressione armata a uno Stato membro, ma anche il fatto che tale disposizione non pregiudica il carattere specifico della politica di sicurezza e di difesa di taluni Stati membri. È stato poi richiamato l'articolo 31 del TUE, relativo ai meccanismi decisionali della politica estera e di sicurezza comune e alle forme di astensione. In sostanza, secondo la tesi esposta, una neutralità italiana non sarebbe automaticamente incompatibile con la permanenza nell'Unione europea.
Questo è un punto giuridicamente interessante, ma non esaurisce il problema. Una neutralità permanente scritta in Costituzione avrebbe bisogno di conseguenze normative precise: quali trattati resterebbero compatibili? Quali obblighi andrebbero rinegoziati? Quale sarebbe il rapporto con l'articolo 5 del Trattato Nord Atlantico? Quale ruolo avrebbe il Parlamento nell'autorizzazione delle missioni internazionali, oggi disciplinate anche dalla legge n. 145 del 2016? Quale politica industriale della difesa si immaginerebbe? Quale posizione assumerebbe l'Italia davanti alle missioni ONU, alle sanzioni internazionali, ai crimini di guerra, alle richieste di protezione umanitaria?
La neutralità non può essere una formula magica. Scriverla in Costituzione senza definirne strumenti, limiti e garanzie rischierebbe di produrre più ambiguità che pace. Ma liquidarla come ingenuità sarebbe altrettanto sbagliato. Il dibattito sulla neutralità costringe infatti a una domanda che la politica italiana evita troppo spesso: l'Italia ha ancora una visione autonoma della pace, della sicurezza e della giustizia internazionale, oppure si limita ad adattarsi alle decisioni prese in altri luoghi?
Personalmente credo che l'articolo 11 non debba essere trasformato in una bandiera di parte. Appartiene a tutti. Appartiene a chi teme il riarmo permanente, ma anche a chi sa che il diritto alla difesa non può essere cancellato. Appartiene a chi vuole la diplomazia, ma anche a chi non accetta che la pace significhi abbandonare i popoli aggrediti. Appartiene a chi rifiuta la guerra, ma anche a chi pretende che i crimini internazionali non restino impuniti.
Il merito dell'incontro, almeno per me, è stato proprio questo: riportare il tema della pace dentro la Costituzione, sottraendolo alla retorica. In un tempo in cui la parola "pace" viene spesso usata come slogan, occorre tornare a darle corpo giuridico. La pace non è soltanto assenza di guerra. È ordine internazionale fondato sul diritto, protezione dei vulnerabili, controllo democratico delle scelte militari, prevenzione dei conflitti, responsabilità degli Stati, rifiuto della logica amico-nemico e capacità di non confondere prudenza con indifferenza.
Mi sarebbe piaciuto essere in sala. Avrei voluto fare la domanda direttamente, guardare negli occhi chi rispondeva, respirare il clima del confronto. Non è stato possibile, ma la diretta Facebook e la disponibilità di chi ha letto il mio intervento hanno reso comunque possibile una forma di partecipazione. Anche questo, in fondo, è un tema politico: l'accessibilità non riguarda solo rampe e ascensori, ma la possibilità reale di prendere parte al dibattito pubblico anche quando il corpo, il tempo, l'assistenza o la città rendono tutto più complicato.
La mia conclusione è questa: discutere di neutralità è legittimo, necessario e persino urgente, ma la neutralità, se vuole essere costituzionale, non può essere silenzio. Deve essere una scelta di responsabilità. Non deve isolare l'Italia, ma renderla più credibile nella mediazione. Non deve cancellare la distinzione tra aggressore e aggredito, ma rafforzare il primato del diritto sulla forza. Non deve servire a fuggire dalla storia, ma a starci dentro con una voce più autonoma, più civile e più coerente con la parte migliore della nostra Costituzione.
Forse il punto non è chiedersi soltanto se l'Italia debba essere neutrale. Il punto è chiederci che cosa intendiamo davvero per pace. Se pace significa tacere davanti all'ingiustizia, allora non basta. Se pace significa costruire un ordine più giusto, capace di proteggere i civili, limitare il potere delle armi e restituire centralità al diritto, allora l'articolo 11 resta una bussola potentissima. A condizione, però, di smettere di citarlo come ornamento retorico e cominciare finalmente a prenderlo sul serio.
