Munich Security Conference 2026: Ucraina, Navalny e sicurezza globale

L'ultima edizione della Munich Security Conference si è svolta in un contesto segnato dalla progressiva erosione dell'ordine internazionale fondato su regole condivise, dal protrarsi della guerra di aggressione russa contro l'Ucraina e dalla crescente polarizzazione sistemica tra grandi potenze. L'analisi giorno per giorno restituisce l'immagine di una conferenza meno rituale e più disincantata: la sicurezza è tornata ad essere categoria primaria della politica internazionale, talvolta in tensione con il primato della norma.
Nel primo giorno, dedicato all'apertura dei lavori, il tema centrale è stato la crisi del multilateralismo e dell'ordine liberale post-1989. I leader occidentali hanno riconosciuto che il paradigma cooperativo non è più sufficiente a garantire stabilità. È riemersa con forza la nozione di deterrenza e la necessità di rafforzare le capacità militari europee. In questa cornice, il lessico del diritto internazionale – divieto dell'uso della forza, tutela dell'integrità territoriale, soluzione pacifica delle controversie – è rimasto presente, ma meno dominante rispetto alla retorica della sicurezza strategica.
Già in apertura, tuttavia, la conferenza è stata attraversata da un elemento di forte carica simbolica: il richiamo alla morte di Alexei Navalny. Il suo nome è stato evocato da numerosi interventi non solo come tributo personale, ma come indicatore della crisi dello Stato di diritto nella Federazione Russa. La vicenda riapre questioni giuridiche rilevanti in materia di diritto internazionale dei diritti umani. Anche dopo l'uscita dal Consiglio d'Europa, la Russia resta vincolata agli obblighi derivanti dal Patto Internazionale sui Diritti Civili e Politici, che tutela il diritto alla vita e impone allo Stato il dovere di indagine effettiva in caso di morte in custodia. La responsabilità internazionale può sorgere tanto per azioni dirette quanto per omissione di protezione.
Il richiamo a Navalny ha dunque trasformato la discussione sulla Russia: non soltanto attore di un'aggressione esterna, ma sistema politico caratterizzato da una compressione strutturale delle libertà fondamentali. In tal modo, la sicurezza europea è stata ricondotta anche alla dimensione interna dello Stato di diritto.
Il secondo giorno è stato dominato dal dossier ucraino e dal rapporto transatlantico. In questa fase, l'intervento di Volodymyr Zelensky ha assunto un rilievo centrale. Il presidente ucraino ha adottato un registro meno emotivo rispetto alle prime apparizioni internazionali e decisamente più strategico. Il messaggio è stato inequivocabile: la sicurezza dell'Ucraina coincide con la sicurezza europea. Non un appello alla solidarietà morale, ma una richiesta di coerenza politica strutturale.
Zelensky ha richiamato espressamente la violazione dell'art. 2, paragrafo 4, della Carta delle Nazioni Unite, qualificando l'invasione russa come uso illecito della forza contro l'integrità territoriale di uno Stato sovrano. Ha ribadito la legittimità del sostegno militare occidentale alla luce dell'art. 51 della Carta ONU, che riconosce il diritto di legittima difesa individuale e collettiva. In tal modo, ha collocato l'assistenza internazionale entro un perimetro di piena conformità giuridica.
Un ulteriore passaggio significativo ha riguardato la responsabilità penale internazionale. Il riferimento implicito alla Corte Penale Internazionale e al perseguimento dei crimini di guerra e del crimine di aggressione ha riaffermato la necessità di accountability. In un contesto dominato dal realismo strategico, il richiamo alla giurisdizione internazionale costituisce un tentativo di preservare la centralità del diritto.
Particolarmente rilevante è stato il tema delle garanzie di sicurezza. L'Ucraina, non essendo membro NATO, non beneficia dell'art. 5 del Trattato Atlantico. Zelensky ha sollecitato garanzie multilaterali effettive e durature, evidenziando la fragilità dell'architettura europea di difesa. L'Unione appare consapevole della minaccia, ma ancora priva di una piena integrazione militare e politica.
Nel terzo giorno, il focus si è ampliato al Medio Oriente, alla competizione globale e alle nuove minacce – cybersicurezza, intelligenza artificiale, cambiamento climatico quale moltiplicatore di instabilità. È emersa una consapevolezza diffusa: le norme esistono, ma l'effettività dipende dalla volontà politica degli Stati. Il diritto internazionale continua a fungere da parametro di legittimazione, ma rischia di essere subordinato alle logiche di potenza.
Nel complesso, questa edizione della Munich Security Conference ha mostrato una transizione evidente: dal primato della norma al primato della sicurezza. L'intervento di Zelensky ha rappresentato il tentativo più coerente di ricondurre la strategia entro un perimetro giuridico, mentre il richiamo a Navalny ha ricordato che la sicurezza non può prescindere dalla tutela dei diritti fondamentali e dallo Stato di diritto.
La conferenza non produce decisioni vincolanti, ma orienta il discorso politico globale. Il messaggio implicito di quest'anno è chiaro: senza una scelta politica europea forte e una riaffermazione concreta dell'effettività del diritto internazionale, la legalità rischia di ridursi a linguaggio evocativo. In un'epoca segnata da conflitti aperti e regressioni democratiche, l'effettività è la vera misura della tenuta dell'ordine giuridico internazionale.
