Midterm 2026: l’America al voto tra crisi del consenso, immigrazione, discriminazioni e confini della democrazia

29.10.2026

Il 3 novembre 2026 gli Stati Uniti torneranno alle urne per le elezioni di metà mandato. Un voto destinato a ridefinire gli equilibri del Congresso e a misurare il consenso verso Donald Trump. Dalle tensioni sull'immigrazione in Kansas agli attacchi religiosi nel Michigan, fino alla controversa propaganda elettorale in Ohio, un'analisi politico-giuridica delle sfide che attendono la democrazia americana.

Il prossimo 3 novembre 2026 gli Stati Uniti saranno chiamati alle urne per le elezioni di midterm, un appuntamento che, almeno formalmente, non riguarda la scelta del Presidente della Repubblica federale, ma che potrebbe incidere profondamente sugli equilibri politici e istituzionali del Paese. A metà del secondo mandato di Donald Trump, gli americani dovranno decidere se confermare la maggioranza repubblicana al Congresso oppure attribuire all'opposizione democratica un maggiore potere di controllo sull'operato della Casa Bianca. La posta in gioco, tuttavia, supera la tradizionale contrapposizione tra conservatori e progressisti: riguarda la tenuta del sistema costituzionale, la tutela delle minoranze, le politiche migratorie, il costo della vita e, soprattutto, la qualità del confronto democratico.

Per comprendere l'importanza di queste elezioni occorre partire dall'architettura costituzionale statunitense. Gli Stati Uniti sono una Repubblica federale presidenziale fondata sulla separazione dei poteri, secondo il principio dei checks and balances, ossia quel complesso di controlli e contrappesi attraverso il quale il potere esecutivo, quello legislativo e quello giudiziario si limitano reciprocamente. Il Congresso, disciplinato dall'articolo I della Costituzione del 1787, esercita il potere legislativo federale ed è composto da due Camere: la House of Representatives, corrispondente alla Camera dei rappresentanti, e il Senate, il Senato.

La Camera dei rappresentanti conta 435 membri con diritto di voto, eletti ogni due anni in circoscrizioni territoriali distribuite fra gli Stati in rapporto alla popolazione. La brevità del mandato risponde a una precisa concezione della rappresentanza politica: mantenere gli eletti strettamente collegati alla volontà degli elettori e consentire un controllo democratico frequente. Ogni due anni, pertanto, l'intera Camera viene rinnovata.

Diversa è la composizione del Senato, che comprende 100 membri, due per ciascuno dei 50 Stati federati, indipendentemente dalla popolazione. Il mandato senatoriale dura sei anni e il rinnovo è scaglionato: ogni biennio viene eletto circa un terzo dell'assemblea. Questo sistema, previsto dall'articolo I, sezione 3, della Costituzione e successivamente modificato dal XVII Emendamento del 1913, intende assicurare continuità istituzionale e rappresentanza paritaria agli Stati federati. Proprio il XVII Emendamento ha introdotto l'elezione diretta dei senatori da parte dei cittadini, superando il precedente sistema di designazione da parte delle assemblee legislative statali.

Le elezioni del 2026 interesseranno tutti i 435 seggi della Camera e 35 seggi del Senato: 33 per il rinnovo ordinario e due attraverso elezioni suppletive in Florida e Ohio, necessarie per completare i mandati lasciati vacanti rispettivamente da Marco Rubio e JD Vance. Contestualmente si voterà per eleggere i governatori di 36 Stati, oltre a numerose cariche legislative, amministrative e giudiziarie statali e locali. Non si tratta, quindi, di un'unica elezione nazionale, bensì di una pluralità di consultazioni che si svolgono contemporaneamente e che incidono su diversi livelli di governo.

Ma come si vota concretamente negli Stati Uniti? A differenza delle elezioni presidenziali, nelle quali interviene il meccanismo del Collegio elettorale, i componenti del Congresso vengono eletti direttamente dagli aventi diritto. Per la Camera, ogni elettore vota il candidato della propria circoscrizione; per il Senato, negli Stati in cui il seggio è in palio, vota un candidato chiamato a rappresentare l'intero Stato. Le procedure di attribuzione dei seggi seguono le rispettive legislazioni elettorali, generalmente basate su sistemi maggioritari, con alcune peculiarità statali.

La disciplina delle consultazioni è particolarmente complessa perché l'organizzazione del voto è prevalentemente decentrata. L'articolo I, sezione 4, della Costituzione attribuisce alle autorità statali la competenza iniziale a regolamentare tempi, luoghi e modalità delle elezioni congressuali, riservando al Congresso federale il potere di intervenire legislativamente. La data delle elezioni ordinarie federali è stabilita dal 2 U.S.C. § 7: il martedì successivo al primo lunedì di novembre degli anni pari. Nel 2026 tale giornata coincide con il 3 novembre.

Per partecipare alle elezioni federali occorre possedere la cittadinanza statunitense, avere compiuto 18 anni entro il giorno del voto, soddisfare i requisiti di residenza previsti e, normalmente, essersi registrati nelle liste elettorali. La registrazione costituisce una differenza importante rispetto al sistema italiano: negli Stati Uniti non è generalmente automatica, ma richiede un'apposita procedura, anche se le modalità cambiano da Stato a Stato. Il North Dakota rappresenta un'eccezione, poiché non richiede la preventiva registrazione degli elettori. Le restrizioni all'esercizio del voto conseguenti a determinate condanne penali, così come i documenti identificativi richiesti, variano secondo la legislazione applicabile.

Gli elettori possono votare personalmente nel giorno stabilito, utilizzare il voto anticipato (early voting) oppure, secondo le disposizioni statali, ricorrere al voto per corrispondenza (mail-in voting) o al voto in assenza (absentee voting). Alcuni Stati consentono ampiamente queste modalità, mentre altri prevedono requisiti specifici, termini differenti e ulteriori adempimenti. Il voto non è obbligatorio.

Anche gli strumenti materiali utilizzati nei seggi variano: schede cartacee, dispositivi elettronici per la compilazione e sistemi di lettura ottica possono coesistere in base alle regole locali. Questa frammentazione amministrativa rende essenziale la trasparenza delle procedure e la corretta informazione degli elettori, soprattutto quando l'accesso al voto rischia di essere ostacolato da difficoltà linguistiche, economiche, burocratiche o fisiche.

Un aspetto che considero particolarmente significativo riguarda proprio l'accessibilità del voto per le persone con disabilità. L'Americans with Disabilities Act del 1990 e l'Help America Vote Act del 2002 impongono specifiche garanzie per rendere effettiva la partecipazione elettorale, attraverso seggi accessibili e strumenti che consentano, nei termini previsti dalla legge, di esprimere il voto in maniera autonoma, privata e verificabile. Il diritto di voto, infatti, non può considerarsi concretamente tutelato se il cittadino incontra ostacoli materiali tali da impedirgli di esercitarlo su un piano di uguaglianza.

Il suffragio universale statunitense è il risultato di un lungo percorso di ampliamento delle garanzie costituzionali. Il XV Emendamento del 1870 vieta discriminazioni elettorali fondate sulla razza, sul colore o su una precedente condizione di servitù; il XIX Emendamento del 1920 vieta di negare il voto in ragione del sesso; il XXIV Emendamento del 1964 proibisce le imposte elettorali nelle consultazioni federali; il XXVI Emendamento del 1971 tutela il suffragio dei cittadini maggiorenni a partire dai 18 anni. A queste disposizioni si affianca il Voting Rights Act del 1965, pilastro legislativo della lotta contro le discriminazioni razziali nell'accesso alle urne.

La protezione formale, tuttavia, non elimina automaticamente le diseguaglianze sostanziali. Le controversie sui documenti identificativi, sui termini di registrazione, sulla distribuzione dei seggi, sull'accessibilità e sulla ridefinizione dei collegi elettorali dimostrano quanto il diritto di voto rimanga terreno di confronto politico e giudiziario. Particolare attenzione merita il gerrymandering, ossia la delimitazione strategica delle circoscrizioni elettorali per favorire determinate forze politiche o ridurre il peso rappresentativo di specifici gruppi. È una pratica che solleva problemi rilevanti per l'effettività del principio democratico, benché non ogni forma di manipolazione partitica dei collegi possa essere censurata dai giudici federali sulla base degli stessi criteri.

Il risultato delle midterm potrebbe determinare un cambiamento sostanziale nei rapporti fra Congresso e Presidenza. Attualmente i repubblicani controllano entrambe le Camere, ma la loro maggioranza è politicamente vulnerabile. Al Senato dispongono di 53 seggi, mentre i democratici ne occupano 45 e due indipendenti partecipano al gruppo democratico. Per conquistare la maggioranza senatoriale, i democratici devono ottenere un incremento netto di quattro seggi, fermo restando che la soglia ordinaria di 51 voti non equivale automaticamente alla capacità di approvare ogni provvedimento: il filibuster, previsto dalle regole del Senato, richiede normalmente 60 voti per chiudere il dibattito su gran parte della legislazione ordinaria, salve eccezioni procedurali.

Un'eventuale vittoria democratica in una o entrambe le Camere non comporterebbe la decadenza di Donald Trump. Il Presidente rimarrebbe in carica, ma potrebbe incontrare maggiori difficoltà nell'approvazione delle leggi, nella definizione degli stanziamenti federali e nell'attuazione di determinate iniziative politiche. Il Congresso dispone inoltre di poteri di indagine e controllo sull'esecutivo, esercitati attraverso commissioni parlamentari, audizioni e richieste documentali. La Camera può avviare procedimenti di impeachment, mentre al Senato compete il giudizio, secondo l'articolo I, sezioni 2 e 3, della Costituzione. La rimozione dall'incarico, però, richiede una maggioranza qualificata di due terzi dei senatori presenti, non una semplice maggioranza politica.

Per questa ragione, le midterm non sono un referendum giuridicamente vincolante sul Presidente, ma possono assumere il significato politico di un giudizio popolare sulla sua amministrazione. E proprio questa dimensione emerge con particolare evidenza nelle vicende che stanno attraversando il Kansas, il Michigan e l'Ohio.

Il Kansas rappresenta forse una delle sorprese più significative della campagna elettorale. Tradizionalmente repubblicano, lo Stato non elegge un democratico al Senato federale dal 1932. Alle presidenziali del 2024 Donald Trump vi aveva ottenuto circa il 57% dei voti, confermando una solida prevalenza conservatrice. Eppure, a pochi giorni dalle elezioni, il senatore repubblicano uscente Roger Marshall si trova a fronteggiare una competizione insolitamente equilibrata contro Adam Hamilton, esponente democratico e pastore metodista.

Hamilton, fondatore di una delle maggiori congregazioni metodiste degli Stati Uniti, propone una candidatura che tenta di superare la tradizionale identificazione della religiosità cristiana con il Partito Repubblicano. Il suo messaggio insiste sulla dignità delle persone, sul costo della vita, sulla responsabilità politica e sulla necessità di recuperare un confronto pubblico meno aggressivo. Marshall, al contrario, sottolinea le differenze programmatiche e presenta il proprio avversario come portatore di orientamenti progressisti non rappresentativi del Kansas rurale.

La competitività della sfida non è soltanto un'impressione giornalistica. Un sondaggio CNN/SSRS condotto tra il 20 e il 26 ottobre attribuisce a Hamilton il 49% delle preferenze contro il 45% di Marshall, con un margine d'errore di 4,5 punti percentuali. Altre rilevazioni mostrano differenze più contenute o vantaggi repubblicani. Non sarebbe pertanto corretto considerare acquisita una vittoria democratica, ma il semplice fatto che il seggio sia effettivamente contendibile costituisce un segnale politico rilevante.

Le ragioni di questa incertezza sono riconducibili soprattutto alle difficoltà economiche. L'aumento del prezzo del carburante, in particolare del diesel, ha inciso sui costi agricoli e sui trasporti, colpendo direttamente una delle principali attività produttive dello Stato. La guerra con l'Iran e le tensioni internazionali hanno alimentato ulteriori preoccupazioni per la stabilità dei prezzi energetici. Una parte dell'elettorato repubblicano, pur conservando posizioni tradizionaliste su questioni come l'aborto, manifesta crescente insofferenza per le conseguenze economiche delle scelte governative.

Trump ha annunciato un pacchetto di aiuti da otto miliardi di dollari destinato ad alleviare l'impatto dei rincari del diesel sugli agricoltori. Secondo quanto riportato da Reuters il 23 ottobre, tuttavia, l'amministrazione ha precisato che i pagamenti arriveranno dopo le elezioni del 3 novembre, con possibili erogazioni verso la fine dell'anno. La misura costituisce una risposta economica concreta, ma la sua efficacia politica dipenderà anche dalla fiducia degli elettori nella capacità del governo di affrontare le cause strutturali del problema.

Non meno controversa è la questione migratoria. Alla fine di settembre, un'operazione dell'Immigration and Customs Enforcement (ICE), denominata Operation Safe Community – Kansas, ha portato, secondo le autorità federali, a 104 arresti nell'area sudoccidentale dello Stato. Parallelamente, la presenza degli agenti nelle comunità di Dodge City, Garden City e Liberal ha provocato forte preoccupazione fra i lavoratori dell'industria della carne, con assenze, rallentamenti produttivi e interruzioni temporanee delle attività.

È necessario distinguere accuratamente i fatti accertati dalle ricostruzioni controverse. Le autorità hanno confermato gli arresti e dichiarato di avere perseguito persone con precedenti penali; il Dipartimento per la Sicurezza interna ha tuttavia negato che fossero in corso raid direttamente all'interno degli stabilimenti. Le associazioni del settore zootecnico hanno comunque documentato effetti sulle attività produttive, riconducibili anche al timore diffuso tra i lavoratori di essere fermati dalle autorità migratorie.

Il problema non riguarda soltanto l'applicazione delle norme sull'immigrazione, che uno Stato sovrano ha il potere di far rispettare. Riguarda anche le modalità operative, la proporzionalità degli interventi, il rispetto delle garanzie individuali e le conseguenze sociali ed economiche di politiche particolarmente repressive. Il V Emendamento della Costituzione statunitense tutela il principio del due process of law, impedendo al governo federale di privare una persona della libertà senza le garanzie previste dall'ordinamento. Tali garanzie non sono riservate esclusivamente ai cittadini americani, pur assumendo caratteristiche differenti a seconda della posizione giuridica e della procedura applicabile.

È proprio qui che la vicenda del Kansas assume un significato più ampio. Una politica migratoria presentata come strumento di sicurezza può produrre effetti indiretti su intere comunità, comprese imprese, cittadini americani e lavoratori regolarmente presenti. L'assenza improvvisa di manodopera nei grandi impianti di lavorazione della carne può rallentare la produzione, aggravare i costi e contribuire alle tensioni sui prezzi alimentari. La sicurezza pubblica è un interesse costituzionalmente rilevante, ma non può essere valutata prescindendo dalla legalità dell'azione amministrativa e dalle sue ricadute sulla collettività.

Un altro aspetto merita attenzione: gli stranieri privi della cittadinanza statunitense non possono votare alle elezioni federali, anche quando risiedono legalmente nel Paese. Le scelte in materia migratoria possono quindi incidere profondamente sulla vita di persone che non dispongono dello strumento elettorale per influenzarle direttamente. La reazione politica passa anche attraverso cittadini naturalizzati, famiglie con differenti status giuridici e comunità nelle quali l'immigrazione costituisce una componente fondamentale della vita sociale ed economica.

Dal Kansas al Michigan, lo scontro assume una connotazione differente, ma altrettanto significativa: quella dell'appartenenza religiosa e dell'identità nazionale.

Nel Michigan, il candidato democratico al Senato Abdul El-Sayed, medico ed ex dirigente della sanità pubblica di Detroit, sfida il repubblicano Mike Rogers per un seggio che potrebbe risultare decisivo nella composizione della maggioranza congressuale. Se eletto, El-Sayed diventerebbe il primo senatore musulmano nella storia degli Stati Uniti, un risultato dal notevole valore simbolico in un Paese caratterizzato da una tradizione costituzionale di libertà religiosa, ma nel quale persistono tensioni identitarie.

La campagna elettorale è stata segnata da dichiarazioni particolarmente aggressive del Presidente Trump. Durante un comizio del 25 ottobre a Port Huron, Trump ha definito El-Sayed un «jihadista», ha evocato gli attentati dell'11 settembre 2001 e ha insinuato collegamenti con ambienti estremisti islamici. Le accuse sono state respinte dal candidato democratico e, secondo le ricostruzioni giornalistiche di Associated Press e Reuters, non sono state accompagnate da prove idonee a dimostrare un coinvolgimento in organizzazioni terroristiche.

Rogers ha cercato di mettere in discussione le posizioni politiche e alcune frequentazioni del suo avversario, mentre El-Sayed ha concentrato la propria campagna sulla sanità, sul costo della vita e sull'estensione delle protezioni sociali. Il confronto programmatico è legittimo e necessario, tanto più considerando le divergenze interne allo stesso Partito Democratico sulle politiche estere e sul rapporto con Israele. Diverso è il ricorso all'appartenenza religiosa come elemento capace, di per sé, di alimentare sospetti sulla lealtà costituzionale di un candidato.

La Costituzione statunitense contiene una disposizione particolarmente significativa: l'articolo VI, clausola 3, vieta espressamente i religious tests per l'accesso alle cariche pubbliche federali. Il I Emendamento tutela inoltre il libero esercizio della religione e pone limiti all'istituzione statale di una religione ufficiale. Il XIV Emendamento, attraverso la clausola di equal protection, impone agli Stati il rispetto dell'eguale protezione delle leggi.

Da queste disposizioni non discende che ogni espressione politicamente discriminatoria costituisca automaticamente un illecito. Il I Emendamento accorda una protezione particolarmente estesa anche alle opinioni offensive e alla propaganda politica, salvo i limiti costituzionalmente ammessi. Tuttavia, ciò che può essere giuridicamente protetto non diventa per questo istituzionalmente appropriato. Esiste una distinzione fondamentale tra libertà di espressione, responsabilità pubblica e rispetto dei principi di pluralismo.

Associare genericamente un candidato musulmano al terrorismo, senza un adeguato fondamento fattuale, rischia di alimentare una rappresentazione collettiva secondo la quale la fede islamica sarebbe incompatibile con la cittadinanza americana. Si tratta di una generalizzazione politicamente pericolosa, soprattutto quando proviene da chi esercita la massima funzione esecutiva federale. La critica a una religione, a un'ideologia o a una proposta politica è pienamente ammissibile; l'attribuzione automatica di una presunta pericolosità a una persona in ragione del suo credo è altra cosa.

La competizione del Michigan, nondimeno, non può essere ridotta a questa sola dimensione. Lo Stato è attraversato da profonde questioni economiche, legate alla produzione industriale, ai rapporti commerciali con il Canada e al costo dei beni essenziali. Le posizioni di El-Sayed sulla sanità universale e sul rafforzamento dello Stato sociale suscitano consenso in una parte dell'elettorato, ma incontrano anche resistenze fra moderati e conservatori. All'interno del Partito Democratico permangono inoltre divergenze sulla politica mediorientale, che potrebbero incidere sulla partecipazione al voto.

I sondaggi di fine ottobre attribuiscono a El-Sayed un vantaggio, ma la competizione rimane aperta. Il Michigan costituisce quindi un banco di prova non soltanto per il rapporto fra religione e politica, ma anche per la capacità dei democratici di trasformare il malcontento verso Trump in una coalizione elettorale sufficientemente ampia e coesa.

Se il Kansas mette in evidenza le contraddizioni economiche delle politiche migratorie e il Michigan i rischi della contrapposizione identitaria, l'Ohio solleva una questione ulteriore: fino a che punto può spingersi la propaganda elettorale quando entra nella sfera più intima e dolorosa della vita privata?

Nella corsa alla carica di governatore, il repubblicano Vivek Ramaswamy, imprenditore ed ex candidato alle primarie presidenziali del 2024, affronta la democratica Amy Acton, già direttrice del Dipartimento della Salute dell'Ohio. La competizione ha assunto toni particolarmente aspri dopo la diffusione di uno spot nel quale Donna Arthur, madre della candidata democratica, dalla quale risulta estraniata da decenni, accusa pubblicamente la figlia di mentire sul proprio passato e invita gli elettori a non sostenerla.

La gravità politica della vicenda emerge soprattutto dal contesto familiare. Acton ha raccontato pubblicamente di avere vissuto un'infanzia caratterizzata da precarietà abitativa, abusi e violenze. Secondo documentazione giudiziaria e ricostruzioni giornalistiche, nel 1978 il patrigno venne arrestato e incriminato per violenza sessuale ai suoi danni, quando aveva dodici anni. È necessario precisare che l'incriminazione non equivale a una condanna definitiva. Acton e suo fratello furono allontanati dal nucleo familiare, e il rapporto con la madre si interruppe.

Il fratello della candidata, Philip Stearns, ha contestato duramente lo spot, accusando la campagna repubblicana di avere trasformato un'esperienza traumatica dell'infanzia in uno strumento di propaganda. Ramaswamy ha confermato la responsabilità della propria campagna nella realizzazione del messaggio, annunciando un investimento di quattro milioni di dollari per la sua diffusione. La pubblicità, inizialmente circolata senza una chiara indicazione del committente, ha sollevato anche interrogativi sulla trasparenza della comunicazione politica.

Sotto il profilo giuridico, occorre distinguere l'eventuale responsabilità per le modalità di diffusione dalla valutazione etica del contenuto. La sezione 3517.20 dell'Ohio Revised Code, dedicata all'identificazione della fonte delle comunicazioni politiche, disciplina l'obbligo di indicare il soggetto responsabile della propaganda, prevedendo specifiche regole e deroghe. L'assenza iniziale di un'indicazione del finanziatore può dunque porre questioni di conformità alla normativa elettorale, la cui soluzione richiede comunque di verificare modalità di pubblicazione, caratteristiche del messaggio e circostanze concrete.

Quanto al contenuto dello spot, il diritto statunitense riconosce ampia tutela costituzionale alla comunicazione politica, ma questa protezione non significa che ogni dichiarazione sia sottratta a possibili conseguenze giuridiche. In astratto, la diffusione di affermazioni fattuali false e lesive della reputazione può sollevare questioni di diffamazione, secondo le rigorose condizioni stabilite dalla giurisprudenza americana per i personaggi pubblici. Non sarebbe, tuttavia, giuridicamente corretto attribuire automaticamente carattere diffamatorio o penalmente illecito al messaggio senza un esame specifico delle dichiarazioni e delle prove.

Il punto più delicato rimane, a mio avviso, quello della dignità della persona. La sofferenza vissuta durante l'infanzia, soprattutto quando collegata a esperienze di violenza sessuale, non dovrebbe diventare una risorsa da sfruttare per screditare un avversario politico. Una campagna elettorale può e deve sottoporre i candidati a un controllo severo, anche sui comportamenti personali quando siano realmente pertinenti all'esercizio della funzione pubblica. Ma utilizzare una controversia familiare segnata da abusi per ottenere un vantaggio competitivo rappresenta una scelta che merita una critica particolarmente rigorosa sul piano dell'etica pubblica.

Non sorprende che le reazioni siano arrivate anche dal Partito Repubblicano. Il governatore uscente dell'Ohio, Mike DeWine, pur sostenendo Ramaswamy, ha giudicato lo spot profondamente inquietante, chiedendone il ritiro. Donald Trump e il vicepresidente JD Vance hanno invece difeso la scelta della campagna repubblicana. Barack Obama, intervenuto il 24 ottobre a Cleveland a sostegno di Acton e degli altri candidati democratici, ha denunciato il deterioramento degli standard di comportamento pubblico e richiamato la necessità di conservare un minimo di decenza nel confronto politico.

La controversia potrebbe avere conseguenze elettorali impreviste. Secondo rilevazioni diffuse negli ultimi giorni di ottobre, la competizione per il governatorato dell'Ohio è diventata particolarmente serrata, con alcuni sondaggi favorevoli ad Acton. Una rilevazione interna a un gruppo repubblicano, riportata da Axios il 28 ottobre, indica un vantaggio democratico di otto punti, mentre altre indagini registrano distanze inferiori. Nessuno di questi dati consente di attribuire con certezza l'eventuale spostamento delle intenzioni di voto alla sola pubblicità controversa, ma la vicenda suggerisce che la radicalizzazione dello scontro non produca necessariamente un beneficio elettorale.

Kansas, Michigan e Ohio presentano condizioni politiche, sociali ed economiche differenti, e sarebbe metodologicamente scorretto ricondurre ogni dinamica a un'unica spiegazione. Eppure, le tre vicende sembrano convergere su un interrogativo comune: quale rapporto deve esistere tra la conquista del consenso e il rispetto dei limiti che una democrazia costituzionale impone all'esercizio del potere?

Nel Kansas la questione riguarda il rapporto tra sicurezza, produzione economica e garanzie dei migranti. Nel Michigan interessa la libertà religiosa, la rappresentanza delle minoranze e la responsabilità delle istituzioni nel non alimentare discriminazioni. Nell'Ohio coinvolge la dignità personale, la tutela delle vittime di violenza e i confini etici della comunicazione politica. Si tratta di questioni differenti che, tuttavia, richiamano un principio essenziale: la legittimazione democratica non può essere identificata esclusivamente con la capacità di prevalere nelle urne.

La democrazia costituzionale vive anche attraverso garanzie che devono operare indipendentemente dall'appartenenza politica del soggetto interessato. Il diritto alla difesa, il giusto procedimento, la libertà religiosa, l'eguaglianza davanti alla legge e la tutela della partecipazione elettorale non possono dipendere dalla popolarità di chi ne invoca il rispetto. La loro funzione è precisamente quella di proteggere la persona e di limitare l'arbitrio, compreso quando il potere si presenta come espressione della volontà maggioritaria.

Ciò non significa negare ai repubblicani il diritto di sostenere politiche migratorie più restrittive, di rivendicare maggiore sicurezza alle frontiere o di proporre una diversa organizzazione della spesa pubblica. Allo stesso modo, i democratici devono poter essere contestati sulle proprie scelte economiche, sulle proposte redistributive, sulla politica estera e sulle divisioni interne. Una contrapposizione anche molto netta rimane fisiologica in una democrazia pluralista. Il problema nasce quando la critica alle decisioni politiche viene sostituita dalla delegittimazione identitaria o dall'utilizzo strumentale della vulnerabilità personale.

Le elezioni di metà mandato avranno inoltre conseguenze ben oltre i confini degli Stati Uniti. La composizione del Congresso può incidere sugli stanziamenti destinati alla difesa, sulla politica commerciale, sui rapporti con l'Unione europea, sul sostegno agli alleati e sul controllo delle decisioni dell'amministrazione in materia di sicurezza nazionale. La Costituzione attribuisce infatti al Congresso competenze essenziali in materia finanziaria, legislativa e di regolazione del commercio estero, mentre la Presidenza dispone di importanti poteri esecutivi e diplomatici. L'eventuale mutamento delle maggioranze non determinerebbe automaticamente un cambio di politica internazionale, ma potrebbe modificarne le condizioni di attuazione e il livello di scrutinio parlamentare.

Per l'Europa, che intrattiene con Washington relazioni strategiche sul piano economico, militare e diplomatico, osservare queste elezioni significa quindi interrogarsi sulla futura prevedibilità delle scelte statunitensi. Le tensioni commerciali, i conflitti internazionali, le politiche energetiche e la tutela dei diritti fondamentali non sono questioni esclusivamente americane: producono conseguenze dirette sull'economia globale e sull'assetto delle relazioni internazionali.

Resta però un'ultima considerazione, forse la più importante. Il 3 novembre gli elettori americani non saranno chiamati soltanto a scegliere tra un Congresso repubblicano e uno democratico. Dovranno decidere quali priorità politiche ritengono più urgenti, quali rappresentanti considerano credibili e quale giudizio formulare sulle scelte compiute negli ultimi due anni. Potrebbero confermare la fiducia nel progetto politico di Trump, ridimensionarlo o produrre un risultato frammentato, senza una chiara prevalenza politica nelle due Camere.

I sondaggi offrono indicazioni, non sentenze anticipate. La partecipazione, l'affidabilità delle rilevazioni, la mobilitazione degli elettori indipendenti e il comportamento degli indecisi potranno rivelarsi determinanti, soprattutto nelle competizioni più equilibrate.

A mio giudizio, ciò che merita maggiore attenzione non è soltanto l'eventuale arretramento del Partito Repubblicano o il possibile recupero dei democratici, ma la progressiva trasformazione del linguaggio politico in uno strumento di contrapposizione sempre più radicale. Quando la religione di un candidato diventa un sospetto, quando l'esperienza di violenza subita da una donna viene utilizzata contro di lei e quando la questione migratoria viene affrontata senza considerare adeguatamente le garanzie individuali, il confronto democratico rischia di perdere la propria funzione deliberativa.

Una democrazia non dimostra la propria solidità soltanto quando riesce a organizzare elezioni libere e competitive. La dimostra quando chi governa accetta i limiti costituzionali del proprio mandato, quando chi si oppone può esercitare effettivamente le proprie prerogative e quando la dignità delle persone rimane un valore da rispettare anche durante le campagne elettorali più aspre.

Le midterm del 2026 saranno dunque un passaggio politico decisivo, ma anche un'occasione per misurare la capacità delle istituzioni americane di mantenere funzionanti i propri contrappesi. Perché il vero significato di una democrazia costituzionale non consiste nel garantire a una parte politica una vittoria permanente, bensì nell'assicurare che nessuna vittoria possa trasformarsi in un potere privo di limiti.

E, soprattutto, che nessuna competizione elettorale faccia dimenticare che prima degli schieramenti, delle appartenenze e delle strategie di consenso vengono le persone, i loro diritti e la loro dignità.

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