“Le donne sono senza cervello”: l’Afghanistan dei talebani ha paura della libertà femminile

25.08.2026

Ci sono immagini che raccontano un sistema politico meglio di cento rapporti internazionali. Una ragazza afghana di appena diciotto anni, indicata dalla BBC con lo pseudonimo di Tuba per proteggerne l'identità, entra nell'ufficio del governatore talebano della provincia di Jawzjan, Abdullah Sarhadi. Il volto è interamente coperto, gli occhi sono nascosti dietro un paio di occhiali scuri. Davanti a uomini armati, funzionari e anziani, chiede una cosa che in qualunque ordinamento fondato sulla dignità della persona dovrebbe essere perfino banale: poter porre fine a un matrimonio nel quale, secondo il suo racconto, subisce da mesi violenze e percosse. Non implora. Argomenta. Dice di avere deciso. Quando Sarhadi tenta di convincerla a restare con il marito, prospettandole il disonore sociale e la difficoltà di trovare un altro uomo disposto a sposare una divorziata, lei risponde che il suo onore e la sua dignità sono già stati distrutti. È una frase che dovrebbe far ammutolire una stanza. Invece, poco dopo, quello stesso governatore definisce le donne "senza cervello" e "carenti di intelletto". Gli uomini intorno a lui ridono. (afghanwsf.co.uk⁠)

A me, da donna e da femminista, quella risata provoca più indignazione della frase stessa. Perché una frase può essere l'espressione oscena del pregiudizio di un singolo; una risata collettiva racconta invece un sistema. Racconta un ambiente nel quale la svalutazione della donna non genera scandalo ma consenso, nel quale un'autorità pubblica può ridicolizzare metà della popolazione davanti ai propri collaboratori senza temere conseguenze, nel quale persino la denuncia di una possibile violenza domestica viene trattata innanzitutto come un problema di conservazione del matrimonio. Se il femminismo avesse ancora bisogno di una giustificazione, basterebbero quei pochi minuti girati a Sheberghan. Perché il femminismo non è odio verso gli uomini, non è una guerra dei sessi e non è un capriccio delle società occidentali benestanti. È, nella sua essenza più elementare, il rifiuto dell'idea che nascere donna possa determinare una diminuzione della propria libertà, della propria capacità giuridica, della propria credibilità e del proprio diritto di decidere della propria vita.

La questione non può però essere ridotta all'indignazione morale. Qui entra in gioco il diritto. L'Afghanistan è parte della Convenzione delle Nazioni Unite sull'eliminazione di ogni forma di discriminazione nei confronti della donna, la CEDAW. Il mutamento del governo e l'instaurazione di un'autorità de facto non cancellano la soggettività internazionale dello Stato né dissolvono automaticamente gli obblighi convenzionali assunti dall'Afghanistan. L'articolo 2 della CEDAW impone di eliminare la discriminazione contro le donne attraverso norme, istituzioni e prassi; l'articolo 5 impone di contrastare quei modelli socioculturali fondati sull'idea dell'inferiorità o della superiorità di uno dei sessi; l'articolo 15 sancisce l'eguaglianza davanti alla legge; soprattutto, l'articolo 16 pretende parità di diritti tra uomini e donne nella costituzione, nello svolgimento e nello scioglimento del matrimonio. Quando una donna che denuncia percosse deve presentarsi davanti a un'autorità maschile e sentirsi domandare, in sostanza, chi mai la vorrà dopo il divorzio, siamo esattamente nell'universo che la CEDAW è stata concepita per combattere.

Il Comitato CEDAW delle Nazioni Unite ha descritto la situazione afghana come una delle più gravi regressioni dei diritti umani delle donne mai registrate. Non si tratta di una somma casuale di divieti. È un progressivo smantellamento della soggettività femminile: istruzione, lavoro, libertà di movimento, accesso alla giustizia, partecipazione pubblica, autonomia personale. UN Women ha documentato che, dopo il ritorno dei talebani al potere nell'agosto 2021, nessuna delle principali misure restrittive imposte alle donne è stata revocata e quasi otto giovani donne afghane su dieci risultano escluse dall'istruzione, dal lavoro e dalla formazione. Nel 2026 la stessa UN Women ha inoltre evidenziato come il nuovo quadro delle regole penali applicate dai tribunali talebani continui a operare in un sistema opaco nel quale le donne vedono progressivamente eroso perfino il diritto a un rimedio giudiziario effettivo.

Ed è proprio questo il punto che trovo intollerabile: Tuba riesce ancora a parlare, ma attorno a lei è stato costruito un ordinamento che cerca sistematicamente di rendere irrilevante ciò che dice. Non importa quanto sia lucida. Non importa che denunci violenza. Non importa che abbia raggiunto una decisione autonoma. Il sistema parte da un'altra premessa: il suo giudizio vale meno perché è una donna. Il governatore lo esplicita quasi didatticamente quando parla di donne prive di intelletto. È difficile immaginare una rappresentazione più limpida dell'articolo 5 CEDAW violato davanti a una telecamera: lo stereotipo non è rimasto nella famiglia, nel costume o nella conversazione privata; è seduto dietro la scrivania dell'autorità pubblica.

A ciò si aggiunge la violenza domestica. Se le accuse della giovane sono fondate, non siamo davanti a una semplice "crisi coniugale". Le percosse costituiscono violenza. Il diritto internazionale dei diritti umani ha da tempo chiarito, anche attraverso la Raccomandazione generale n. 35 del Comitato CEDAW, che la violenza di genere costituisce una forma di discriminazione e che gli Stati hanno obblighi positivi di prevenzione, protezione, indagine e accesso alla giustizia. Non si tutela una donna picchiata offrendole una stanza separata all'interno dello stesso matrimonio e promettendo al marito che, se continuerà a colpirla, allora si vedrà. La protezione non può essere subordinata alla conservazione del vincolo matrimoniale. Il matrimonio non è una licenza di violenza e la famiglia non può diventare una zona franca nella quale l'integrità fisica della donna è negoziabile.

Gli stessi principi emergono dal Patto internazionale sui diritti civili e politici. Gli articoli 2 e 3 tutelano il godimento dei diritti senza discriminazioni; l'articolo 7 vieta trattamenti crudeli, inumani o degradanti; l'articolo 23, paragrafo 4, impone l'eguaglianza dei diritti e delle responsabilità dei coniugi anche allo scioglimento del matrimonio; l'articolo 26 stabilisce l'eguaglianza davanti alla legge. Il Patto internazionale sui diritti economici, sociali e culturali tutela, agli articoli 2, 3 e 13, la non discriminazione, la parità tra uomini e donne e il diritto all'istruzione. Eppure proprio l'istruzione femminile è diventata uno dei bersagli più simbolici del regime: l'Afghanistan è oggi l'unico Paese al mondo nel quale alle ragazze è formalmente impedito di proseguire la scuola secondaria. Questa circostanza rende ancora più straordinaria la scena filmata dalla BBC: davanti a un potere che nega alle ragazze l'istruzione, una diciottenne argomenta con una lucidità che smentisce, parola per parola, l'uomo che sostiene che le donne sarebbero intellettualmente inferiori.

Quando il portavoce Zabihullah Mujahid sostiene che il governo sarebbe impegnato nella tutela dei diritti delle donne purché ogni questione venga valutata attraverso la Sharia, occorre evitare due errori speculari. Il primo sarebbe accettare che la semplice invocazione religiosa possa trasformarsi in una clausola generale capace di neutralizzare i diritti fondamentali. Il secondo sarebbe identificare automaticamente l'Islam con l'interpretazione politico-religiosa imposta dai talebani. Non sono la stessa cosa. Il problema giuridico è l'utilizzo di una specifica interpretazione della legge religiosa come strumento statuale per comprimere sistematicamente diritti, libertà e capacità giuridica delle donne. Una convinzione religiosa non può trasformare la discriminazione istituzionalizzata in un atto lecito sul piano del diritto internazionale.

E il diritto penale internazionale ha ormai compiuto un passo che pochi anni fa sarebbe stato considerato storico. L'8 luglio 2025 la Camera preliminare II della Corte penale internazionale ha emesso mandati d'arresto nei confronti del leader supremo talebano Haibatullah Akhundzada e di Abdul Hakim Haqqani, capo della giustizia talebana. Secondo la Corte esistono ragionevoli motivi per ritenere che abbiano ordinato, sollecitato o indotto la commissione del crimine contro l'umanità di persecuzione ai sensi dell'articolo 7, paragrafo 1, lettera h), dello Statuto di Roma, anche per motivi di genere contro donne e ragazze. È un passaggio giuridico di enorme rilievo: la discriminazione di genere, quando assume determinate caratteristiche di gravità e si inserisce in un attacco esteso o sistematic contro una popolazione civile, può oltrepassare la dimensione della violazione dei diritti umani ed entrare nella sfera dei crimini contro l'umanità.

Per questo utilizzo con estrema cautela, ma senza paura, anche l'espressione "apartheid di genere". Non costituisce oggi un autonomo nomen iuris espressamente previsto dallo Statuto di Roma nei termini in cui lo è l'apartheid razziale. Sarebbe scorretto fingere il contrario. Tuttavia diversi esperti e organismi internazionali hanno utilizzato questa formula per descrivere un sistema di segregazione istituzionalizzata fondato sul sesso e finalizzato alla subordinazione delle donne. Relatori speciali delle Nazioni Unite hanno parlato di un sistema di oppressione di genere istituzionalizzato e di condotte che possono integrare crimini contro l'umanità, compresa la persecuzione di genere. Il dibattito sulla futura formalizzazione dell'"apartheid di genere" nel diritto penale internazionale non è quindi una battaglia terminologica: riguarda la capacità del diritto di dare un nome adeguato a un fenomeno nel quale una parte della popolazione viene separata dalla scuola, dal lavoro, dagli spazi pubblici, dalle istituzioni e dal potere decisionale sulla base del proprio sesso.

Ed è qui che il mio femminismo diventa inflessibile. Non accetterò mai l'argomento secondo cui dovremmo moderare il giudizio per rispetto delle differenze culturali. Il pluralismo culturale merita tutela fino al momento in cui viene utilizzato per giustificare la subordinazione dell'essere umano. La violenza contro una donna non diventa meno violenza perché avviene dentro un matrimonio. La discriminazione non diventa meno discriminazione perché viene presentata come tradizione. La cancellazione dell'istruzione femminile non diventa accettabile perché viene incorporata in un decreto. E un'autorità che ritiene una donna incapace di ragionare non può pretendere che la comunità internazionale consideri quel pregiudizio una semplice peculiarità culturale.

La libertà femminile non è occidentale. Il diritto di non essere picchiate non è occidentale. Il diritto di studiare non è occidentale. Il diritto di lavorare, viaggiare, partecipare alla vita pubblica, scegliere se sposarsi e decidere di lasciare un matrimonio violento non appartiene all'Europa, agli Stati Uniti o a una particolare cultura. Appartiene alle donne. Punto. L'universalità dei diritti umani nasce precisamente per impedire che il luogo di nascita determini quanta dignità una persona possa rivendicare.

E soprattutto mi rifiuto di raccontare Tuba soltanto come vittima. Sarebbe un'altra forma di sottrazione della sua soggettività. In quella stanza il personaggio politicamente più potente è il governatore, ma la persona più autorevole è lei. Diciotto anni, privata delle libertà che per milioni di sue coetanee costituiscono la normalità, circondata da uomini che appartengono allo stesso apparato che governa ogni aspetto della sua vita, eppure capace di dire: ho deciso. Quelle due parole rappresentano esattamente ciò che il sistema talebano teme: l'autodeterminazione femminile.

Le risate degli uomini nell'ufficio di Jawzjan un giorno saranno probabilmente dimenticate. Io spero che non venga dimenticata la voce di quella ragazza. Perché mentre un governatore sosteneva che le donne fossero prive di intelletto, una donna gli stava dimostrando il contrario davanti al mondo intero.

Ed è forse questa la fotografia più feroce dell'Afghanistan di oggi: un potere armato, maschile e istituzionalizzato che ha bisogno di impedire alle ragazze di studiare, limitare le donne nel lavoro, controllarne gli spostamenti, restringerne l'accesso alla giustizia e svalutarne persino la capacità razionale per continuare a definirle inferiori.

Se per dimostrare che una donna non ha cervello bisogna impedirle di usarlo, il problema non è mai stato il cervello delle donne.

È sempre stato il potere degli uomini che hanno paura della loro libertà.

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