L’intelligenza artificiale non mi sostituisce. Mi aiuta a essere più libera.

13.06.2026

La mia esperienza con l'avatar digitale, la comunicazione aumentativa e il ruolo dell'AI nei principali settori della società tra innovazione, diritti fondamentali e responsabilità.

Quando si parla di intelligenza artificiale il dibattito pubblico oscilla spesso tra due estremi opposti. Da una parte c'è chi la descrive come una minaccia capace di sostituire lavoratori, professionisti e persino capacità umane fondamentali. Dall'altra c'è chi la considera una sorta di soluzione magica destinata a risolvere ogni problema della società contemporanea. Entrambe queste visioni sono sbagliate. L'intelligenza artificiale non è né una minaccia inevitabile né una soluzione universale. È uno strumento. E come ogni strumento il suo valore dipende dall'uso che ne facciamo.

Da giurista, ma soprattutto da persona con disabilità, guardo all'intelligenza artificiale da una prospettiva particolare. Per molti rappresenta semplicemente una tecnologia innovativa. Per altri, tra cui molte persone con disabilità, può rappresentare qualcosa di molto più importante: una concreta possibilità di autodeterminazione.

La mia esperienza personale mi ha portato a riflettere profondamente su questo tema. A causa della mia patologia neurologica utilizzo la Comunicazione Aumentativa Alternativa e comunico attraverso un sintetizzatore vocale. Le idee, i ragionamenti e le conoscenze che desidero condividere sono spesso molto più veloci dei movimenti del mio corpo. So perfettamente cosa voglio dire. Il problema non è il pensiero. Il problema è il tempo necessario affinché il mio corpo riesca a tradurre quel pensiero in parole e azioni.

Quando intervengo come relatrice in convegni, incontri pubblici o eventi formativi, scrivo in anticipo i miei interventi e li salvo sul comunicatore. Al momento opportuno li faccio partire. Non perché non sia in grado di sostenere il discorso. Al contrario. Lo faccio perché la mia condizione fisica rallenta inevitabilmente la velocità dell'espressione. L'intelligenza, la preparazione e le competenze restano integre. È il corpo che procede con un ritmo diverso.

Per questa ragione ho deciso recentemente di creare un avatar digitale che mi rappresentasse. Per anni ho realizzato video statici. Funzionavano, ma sentivo che mancava qualcosa. Quando ascoltiamo una persona non riceviamo soltanto informazioni. Associamo quelle parole a un volto, a uno sguardo, a una presenza. Mi piace che chi segue il mio lavoro possa vedere una rappresentazione di me mentre espongo un ragionamento giuridico, una riflessione sociale o un approfondimento sui diritti umani. Mi piace che il messaggio sia associato alla persona che lo esprime. L'avatar non sostituisce la mia identità. Non sostituisce il mio pensiero. Non sostituisce le mie competenze. Rende semplicemente più accessibile la comunicazione.

Le parole restano le mie. Le idee restano le mie. Gli articoli restano i miei. Le riflessioni restano le mie.

L'intelligenza artificiale non parla al posto mio.

Mi aiuta a farmi ascoltare.

Ed è una differenza enorme.

Questa esperienza personale mi ha portato a comprendere quanto sia riduttivo considerare l'intelligenza artificiale soltanto come una tecnologia informatica. In realtà siamo di fronte a uno strumento che può ampliare le capacità umane in moltissimi settori professionali.

Puoi sviluppare quel passaggio in modo molto più approfondito e coinvolgente:

Tra tutti i settori nei quali l'intelligenza artificiale sta producendo effetti concreti, quello sanitario è probabilmente uno dei più importanti e delicati. La salute riguarda infatti il bene più prezioso di ogni persona e qualsiasi innovazione tecnologica che incida sulla prevenzione, sulla diagnosi o sulla cura delle malattie deve essere valutata con particolare attenzione.

Nel giornalismo, nell'editoria e più in generale nel mondo della scrittura, l'intelligenza artificiale sta aprendo scenari che fino a pochi anni fa sembravano impensabili. Può supportare giornalisti, ricercatori, autori ed editor nell'analisi di grandi quantità di informazioni, nella consultazione di archivi documentali, nella verifica preliminare delle fonti, nella trascrizione di interviste e nella traduzione di contenuti destinati a pubblici internazionali. Può inoltre contribuire a rendere i testi più accessibili attraverso riassunti, adattamenti linguistici e strumenti di lettura assistita. Per chi scrive saggi, articoli o opere divulgative rappresenta spesso un valido supporto nella fase di ricerca e organizzazione del materiale, consentendo di dedicare più tempo all'elaborazione critica e alla costruzione del pensiero.

Anche in questo ambito, tuttavia, l'intelligenza artificiale non può sostituire ciò che rende autenticamente umano il lavoro intellettuale: la capacità di interpretare la realtà, formulare domande originali, esercitare il senso critico, contestualizzare i fatti e assumersi la responsabilità di ciò che viene pubblicato. Un algoritmo può elaborare informazioni, ma non possiede coscienza, esperienza, sensibilità culturale o deontologia professionale. Nel giornalismo, in particolare, restano centrali i principi della verifica delle fonti, dell'accuratezza, dell'indipendenza e della responsabilità verso i lettori. L'intelligenza artificiale può quindi diventare uno strumento prezioso per migliorare produttività e accessibilità dell'informazione, ma il compito di raccontare la complessità del mondo e di distinguere tra verità, opinioni e manipolazione rimane saldamente nelle mani dell'essere umano. In questa prospettiva, il futuro dell'editoria e della comunicazione non sarà caratterizzato dalla sostituzione degli autori da parte delle macchine, ma dalla collaborazione tra creatività umana e innovazione tecnologica, affinché la tecnologia amplifichi la diffusione della conoscenza senza impoverire il valore del pensiero critico.

Anche nel mio lavoro quotidiano di divulgazione giuridica, scrittura di articoli e produzione di contenuti utilizzo l'intelligenza artificiale come strumento di supporto. Mi aiuta a lavorare più velocemente, a organizzare meglio le idee, a reperire informazioni, a strutturare testi complessi e a superare alcune difficoltà pratiche legate alla mia condizione fisica. Sarebbe ipocrita negarlo. Tuttavia esiste una differenza fondamentale tra utilizzare uno strumento e delegargli il proprio pensiero.

Ogni articolo pubblicato sul mio blog, ogni riflessione giuridica, ogni contenuto divulgativo e ogni posizione espressa sui temi che tratto nasce dal mio ragionamento, dalle mie competenze, dalle mie letture e dalla mia esperienza personale. L'intelligenza artificiale mi aiuta a trasformare più rapidamente un'idea in un testo, ma non decide cosa penso e non costruisce la mia opinione. Revisiono sempre ogni contenuto, verifico le fonti, correggo eventuali imprecisioni e modifico il testo affinché rifletta realmente il mio punto di vista e il mio stile comunicativo. In altre parole, non chiedo all'intelligenza artificiale di pensare al posto mio; le chiedo di aiutarmi a esprimere più efficacemente ciò che penso già. È una differenza sostanziale, perché la responsabilità delle parole pubblicate, delle analisi giuridiche e delle opinioni espresse resta sempre mia. Considero l'intelligenza artificiale come un collaboratore tecnico, non come un autore. Il pensiero critico, la sensibilità umana, l'etica professionale e la responsabilità intellettuale continuano a essere competenze esclusivamente umane e rappresentano, oggi come ieri, il vero valore aggiunto di qualsiasi attività culturale, giornalistica o professionale.

L'esperienza della disabilità mi ha insegnato che l'intelligenza artificiale può essere uno strumento di emancipazione individuale. Tuttavia sarebbe riduttivo limitarne il potenziale a questo solo ambito. Se utilizzata con responsabilità, può contribuire a migliorare quasi ogni settore della vita collettiva, dalla sanità all'ambiente, dalla giustizia alla pubblica amministrazione, fino all'informazione, alla ricerca e alla sicurezza.

Negli ultimi anni l'intelligenza artificiale ha compiuto progressi straordinari nella capacità di analizzare immagini diagnostiche. Radiografie, TAC, risonanze magnetiche, mammografie e immagini istologiche possono essere esaminate da algoritmi addestrati a riconoscere anomalie che talvolta risultano difficili da individuare persino per l'occhio umano. In numerosi studi scientifici alcuni sistemi hanno dimostrato di poter supportare i radiologi nell'individuazione precoce di tumori polmonari, mammari, cerebrali e dermatologici. Ciò non significa che la macchina sia più intelligente del medico, ma che può diventare un secondo livello di controllo capace di ridurre il rischio di errori e aumentare le probabilità di una diagnosi tempestiva.

L'intelligenza artificiale sta inoltre rivoluzionando la ricerca farmacologica. Lo sviluppo di un nuovo farmaco richiede normalmente anni di sperimentazioni e investimenti miliardari. Gli algoritmi possono analizzare milioni di molecole in tempi estremamente ridotti, individuando quelle che presentano maggiori probabilità di efficacia contro una determinata patologia. Durante la pandemia da COVID-19, ad esempio, strumenti basati sull'intelligenza artificiale sono stati utilizzati per accelerare la ricerca scientifica e l'analisi di enormi quantità di dati biologici e clinici.

Un altro settore destinato a crescere enormemente è quello della medicina personalizzata. Per decenni la medicina ha applicato protocolli terapeutici standardizzati. Oggi, grazie alla possibilità di elaborare dati genetici, clinici e ambientali, l'intelligenza artificiale può aiutare i professionisti a costruire percorsi terapeutici sempre più adattati alle caratteristiche specifiche del singolo paziente. Non tutti reagiscono allo stesso modo a una terapia, non tutti presentano gli stessi fattori di rischio e non tutti sviluppano le medesime complicanze. La capacità di personalizzare le cure rappresenta una delle più grandi promesse della medicina del futuro.

L'intelligenza artificiale può inoltre contribuire alla gestione delle malattie croniche, che rappresentano una delle principali sfide dei sistemi sanitari moderni. Attraverso dispositivi di monitoraggio continuo è possibile raccogliere dati relativi alla glicemia, alla pressione arteriosa, alla frequenza cardiaca, alla qualità del sonno e ad altri parametri clinici. Gli algoritmi possono elaborare queste informazioni e segnalare precocemente situazioni potenzialmente critiche, consentendo interventi tempestivi prima che si verifichino complicanze gravi.

Particolarmente interessante è anche il contributo che l'intelligenza artificiale può offrire nel campo della salute mentale. Sebbene nessuna tecnologia possa sostituire psicologi, psicoterapeuti o psichiatri, alcuni strumenti possono aiutare a monitorare sintomi, individuare segnali di disagio e favorire un accesso più rapido ai servizi di supporto. Naturalmente si tratta di un ambito estremamente delicato che richiede elevatissime garanzie in termini di privacy, sicurezza e supervisione professionale.

Per le persone con disabilità il potenziale dell'intelligenza artificiale assume una rilevanza ancora maggiore. Sistemi di riconoscimento vocale, comunicatori avanzati, protesi intelligenti, carrozzine elettroniche assistite, software predittivi e strumenti di comunicazione aumentativa possono contribuire ad ampliare l'autonomia personale e a ridurre la dipendenza da terzi. Per molte persone non si tratta semplicemente di una comodità tecnologica. Si tratta della possibilità concreta di studiare, lavorare, comunicare, partecipare alla vita pubblica e prendere decisioni in modo più indipendente.

Pensiamo alle persone affette da malattie neurodegenerative, alle persone con paralisi, a chi presenta disabilità sensoriali o difficoltà di comunicazione. In molti casi l'intelligenza artificiale può trasformarsi in una sorta di ponte tra le capacità residue della persona e il mondo esterno. Non elimina la patologia, ma può ridurne l'impatto sulla vita quotidiana.

Tuttavia proprio perché la salute riguarda diritti fondamentali tutelati dall'articolo 32 della Costituzione, il legislatore europeo e quello italiano hanno scelto un approccio particolarmente prudente. L'AI Act classifica molte applicazioni sanitarie come sistemi ad alto rischio, imponendo rigorosi requisiti di sicurezza, trasparenza, tracciabilità e supervisione umana. Analogamente la normativa italiana più recente ribadisce che l'intelligenza artificiale deve svolgere una funzione di supporto e non può mai sostituire il professionista sanitario nelle decisioni cliniche che incidono sulla vita e sulla salute delle persone.

Questa scelta giuridica non nasce da una diffidenza verso l'innovazione, ma dalla consapevolezza che la medicina non è soltanto una scienza. È anche relazione, ascolto, empatia, responsabilità e capacità di comprendere la complessità della condizione umana. Un algoritmo può analizzare milioni di dati in pochi secondi. Può riconoscere correlazioni statistiche straordinarie. Può suggerire scenari diagnostici o terapeutici. Ma non può guardare negli occhi un paziente spaventato, comprendere le sue paure, rispettarne le scelte esistenziali o assumersi la responsabilità morale e giuridica di una decisione.

Per questo il futuro della sanità non sarà una sanità governata dalle macchine. Sarà una sanità nella quale professionisti sempre più preparati potranno utilizzare strumenti tecnologici sempre più sofisticati per offrire cure migliori, più tempestive e più personalizzate. Il vero obiettivo non è sostituire il medico. È permettere al medico di essere ancora più efficace nel prendersi cura delle persone.

Il settore ambientale rappresenta uno degli ambiti nei quali l'intelligenza artificiale potrebbe avere un impatto positivo particolarmente significativo nei prossimi decenni. In un pianeta sempre più esposto agli effetti del cambiamento climatico, alla perdita di biodiversità, all'inquinamento e al consumo eccessivo delle risorse naturali, la capacità di raccogliere, elaborare e interpretare enormi quantità di dati in tempi rapidissimi può diventare uno strumento fondamentale per la tutela dell'ambiente.

Attraverso l'analisi combinata di immagini satellitari, dati meteorologici, sensori terrestri e marini, modelli climatici e informazioni geografiche, l'intelligenza artificiale è oggi in grado di monitorare l'evoluzione delle temperature globali, individuare fenomeni di desertificazione, rilevare la deforestazione illegale e osservare in tempo reale le trasformazioni degli ecosistemi. In molte aree del mondo questi strumenti consentono già di identificare tempestivamente attività di disboscamento abusivo, estrazioni minerarie illegali e fenomeni di degrado ambientale che altrimenti potrebbero passare inosservati per mesi.

Particolarmente importante è il contributo che l'intelligenza artificiale può offrire nella prevenzione degli incendi boschivi. Grazie all'incrocio di dati relativi a temperatura, umidità, velocità del vento, caratteristiche della vegetazione e storico degli eventi precedenti, alcuni sistemi sono in grado di individuare aree ad alto rischio e di supportare le autorità nella pianificazione delle attività di prevenzione. In un Paese come l'Italia, dove ogni estate migliaia di ettari di patrimonio boschivo vengono distrutti dalle fiamme, una migliore capacità predittiva può tradursi in una tutela concreta dell'ambiente, della sicurezza pubblica e persino della vita umana.

Anche la gestione delle risorse idriche può beneficiare enormemente dell'impiego dell'intelligenza artificiale. Gli algoritmi possono individuare perdite nelle reti acquedottistiche, ottimizzare l'utilizzo dell'acqua in agricoltura, prevedere periodi di siccità e migliorare la gestione delle riserve idriche. In un contesto caratterizzato da eventi climatici sempre più estremi, la capacità di utilizzare in modo efficiente una risorsa essenziale come l'acqua rappresenta una priorità strategica per qualsiasi Stato.

L'intelligenza artificiale può inoltre svolgere un ruolo decisivo nel monitoraggio dell'inquinamento atmosferico e marino. Attraverso l'elaborazione di dati provenienti da centraline ambientali, droni e satelliti, è possibile individuare fonti di emissioni nocive, monitorare la qualità dell'aria nelle aree urbane e persino tracciare la dispersione di sostanze inquinanti nei mari e negli oceani. Ciò assume particolare rilevanza se si considera che l'inquinamento atmosferico continua a rappresentare una delle principali cause di mortalità prematura nel mondo.

Un altro ambito di straordinario interesse riguarda la tutela della biodiversità. L'intelligenza artificiale può essere utilizzata per identificare specie animali e vegetali attraverso immagini e registrazioni sonore, monitorare le migrazioni della fauna selvatica, individuare specie invasive e supportare programmi di conservazione. In alcuni progetti internazionali gli algoritmi vengono già impiegati per analizzare milioni di fotografie raccolte da fototrappole installate nelle aree protette, consentendo ai ricercatori di ottenere informazioni preziose sullo stato di salute degli ecosistemi.

Persino la lotta al cambiamento climatico può beneficiare dell'apporto dell'intelligenza artificiale. Le reti energetiche intelligenti possono ottimizzare la distribuzione dell'energia riducendo gli sprechi, mentre sistemi avanzati di analisi possono migliorare l'efficienza degli edifici, dei trasporti e dei processi industriali. L'obiettivo non è sostituire le politiche ambientali o le scelte politiche necessarie per affrontare la crisi climatica, ma fornire strumenti più efficaci per assumere decisioni basate su dati scientifici accurati.

Naturalmente anche in questo settore occorre evitare facili entusiasmi. I sistemi di intelligenza artificiale richiedono infrastrutture tecnologiche, consumano energia e possono generare impatti ambientali non trascurabili. Per questo motivo la vera sfida non consiste semplicemente nell'utilizzare più tecnologia, ma nell'utilizzarla in modo sostenibile, responsabile e coerente con gli obiettivi di tutela ambientale.

In questa prospettiva l'intelligenza artificiale non deve essere considerata una scorciatoia tecnologica che risolve automaticamente i problemi del pianeta. Può però diventare uno straordinario alleato della scienza, delle istituzioni e dei cittadini, aiutandoci a comprendere meglio fenomeni sempre più complessi e a intervenire prima che il danno diventi irreversibile. In un'epoca in cui la protezione dell'ambiente coincide sempre più con la protezione del futuro dell'umanità, la capacità di prevedere, monitorare e prevenire può fare la differenza tra una gestione responsabile delle risorse naturali e il loro progressivo deterioramento.

Nel settore legale l'intelligenza artificiale rappresenta già oggi una risorsa straordinaria per la ricerca normativa, giurisprudenziale e dottrinale. Avvocati, magistrati e studiosi possono analizzare migliaia di sentenze, confrontare orientamenti interpretativi e individuare precedenti rilevanti in tempi impensabili fino a pochi anni fa. Tuttavia il legislatore italiano ha opportunamente precisato che l'attività interpretativa e l'applicazione del diritto restano prerogative esclusive del magistrato. L'intelligenza artificiale può semplificare il lavoro giudiziario ma non può sostituire il giudizio umano.

Nel settore burocratico e amministrativo l'intelligenza artificiale può rappresentare una delle più importanti innovazioni nella storia della pubblica amministrazione moderna. Per milioni di cittadini, infatti, il rapporto con le istituzioni è spesso caratterizzato da procedure complesse, modulistica difficile da comprendere, tempi di risposta lunghi e adempimenti che richiedono la presentazione ripetuta delle stesse informazioni a uffici diversi. L'AI può contribuire a superare molte di queste inefficienze attraverso l'automazione delle attività ripetitive, la classificazione automatica dei documenti, la gestione intelligente degli archivi digitali e l'elaborazione rapida delle pratiche amministrative. Ciò significa ridurre i tempi necessari per ottenere certificati, autorizzazioni, contributi, prestazioni assistenziali e altri servizi essenziali. Significa anche consentire ai dipendenti pubblici di dedicare più tempo alle attività che richiedono competenze specialistiche, capacità di valutazione e rapporto diretto con il cittadino, invece di impiegare gran parte delle proprie energie in operazioni meramente burocratiche.

La semplificazione amministrativa, tuttavia, non rappresenta soltanto un miglioramento organizzativo. È una questione che incide direttamente sull'effettività dei diritti fondamentali. Un procedimento più rapido può consentire a una persona con disabilità di ottenere prima gli ausili necessari per la propria autonomia; a una famiglia in difficoltà economica di accedere tempestivamente a un sostegno sociale; a un anziano di ricevere senza ostacoli una prestazione cui ha diritto; a un'impresa di avviare un'attività senza essere soffocata da ritardi e adempimenti inutili. L'intelligenza artificiale può inoltre rendere i servizi pubblici più accessibili attraverso sistemi di assistenza virtuale disponibili ventiquattr'ore su ventiquattro, traduzioni automatiche per cittadini stranieri, strumenti di lettura semplificata e interfacce progettate per persone con disabilità sensoriali o cognitive. In questa prospettiva, una pubblica amministrazione che utilizza responsabilmente l'intelligenza artificiale non diventa soltanto più efficiente: diventa più inclusiva, più vicina ai cittadini e maggiormente conforme ai principi di uguaglianza sostanziale sanciti dall'articolo 3 della Costituzione, che impone alla Repubblica di rimuovere gli ostacoli che limitano la libertà e la partecipazione delle persone alla vita sociale, economica e politica del Paese.

Anche il settore sociale può trarre enormi benefici dall'intelligenza artificiale. Traduzioni automatiche, sottotitolazione in tempo reale, strumenti di supporto all'apprendimento e sistemi avanzati di comunicazione possono contribuire a ridurre disuguaglianze e barriere che per anni hanno limitato l'accesso alle informazioni, all'istruzione e ai servizi. Grazie alla capacità di adattare contenuti e linguaggi alle esigenze dei diversi utenti, l'AI può favorire una partecipazione più ampia alla vita sociale, culturale ed economica. Può favorire l'inclusione di migranti e rifugiati attraverso traduzioni rapide e accesso facilitato alle informazioni, sostenere studenti con bisogni educativi speciali mediante percorsi di apprendimento personalizzati e aiutare gli anziani a mantenere più a lungo la propria indipendenza.

Può inoltre supportare operatori sociali, educatori e associazioni del terzo settore nell'individuazione dei bisogni emergenti e nell'organizzazione di interventi più efficaci. In questa prospettiva, l'intelligenza artificiale non deve essere vista come una semplice innovazione tecnologica, ma come uno strumento che, se progettato secondo criteri di accessibilità universale e nel rispetto della dignità della persona, può contribuire a rendere la società più equa, inclusiva e capace di valorizzare le differenze anziché trasformarle in ostacoli. Se utilizzata con responsabilità, può rafforzare la coesione sociale, ampliare le opportunità di partecipazione e rendere più effettivi quei principi di uguaglianza sostanziale e solidarietà che costituiscono il fondamento di ogni società democratica.

Persino il settore militare dimostra come il problema non sia la tecnologia in sé, ma l'uso che l'essere umano decide di farne. L'intelligenza artificiale può essere impiegata in numerose attività che hanno finalità prevalentemente difensive o umanitarie: dalla protezione delle infrastrutture critiche alla difesa informatica contro attacchi cyber, dalla gestione delle emergenze alla ricerca di persone disperse dopo calamità naturali, fino alle operazioni di sminamento e di bonifica di territori contaminati da ordigni esplosivi. Attraverso l'analisi rapida di enormi quantità di dati, l'AI può supportare le autorità nell'individuazione di minacce, nella pianificazione di evacuazioni, nel coordinamento dei soccorsi e nella protezione delle popolazioni civili in situazioni di crisi. In questo senso può diventare uno strumento prezioso per salvare vite umane e migliorare la capacità di risposta degli Stati di fronte a eventi complessi e imprevedibili.

Allo stesso tempo, però, il settore militare è probabilmente quello in cui emergono le questioni etiche e giuridiche più delicate. Lo sviluppo dei cosiddetti sistemi d'arma autonomi, capaci di identificare e colpire obiettivi con un livello crescente di automazione, solleva interrogativi fondamentali sulla responsabilità delle decisioni letali, sulla tutela dei civili e sul rispetto del diritto internazionale umanitario. Chi risponde di un errore commesso da un algoritmo in un teatro di guerra? È accettabile affidare a una macchina la scelta di colpire un essere umano? Sono domande alle quali il diritto internazionale non ha ancora fornito risposte definitive. Per questo motivo le Nazioni Unite, numerosi governi, organizzazioni umanitarie e studiosi del diritto internazionale continuano a discutere della necessità di garantire un controllo umano significativo su ogni decisione che possa comportare l'uso della forza letale.

La riflessione giuridica contemporanea si concentra in particolare sui principi cardine del diritto internazionale umanitario, come il principio di distinzione tra combattenti e civili, il principio di proporzionalità e il principio di precauzione negli attacchi. Si tratta di valutazioni che richiedono spesso un giudizio contestuale, morale e giuridico estremamente complesso, difficilmente riducibile a una mera elaborazione algoritmica. Per questo una parte significativa della comunità internazionale ritiene che l'intelligenza artificiale debba rimanere uno strumento di supporto alle decisioni umane e non trasformarsi in un soggetto autonomo capace di decidere della vita e della morte delle persone. Anche in ambito militare, dunque, la sfida non consiste nel fermare il progresso tecnologico, ma nel governarlo attraverso regole chiare, controlli efficaci e un costante rispetto della dignità umana, affinché l'innovazione rimanga al servizio della sicurezza senza compromettere i valori fondamentali del diritto e della civiltà giuridica.

Tutto ciò richiama inevitabilmente il tema dei diritti fondamentali. La Convenzione ONU sui diritti delle persone con disabilità, ratificata dall'Italia con la Legge n. 18 del 2009, pone al centro l'autonomia individuale, la partecipazione sociale e l'accessibilità. Gli articoli 9, 19 e 21 della Convenzione impongono agli Stati di favorire strumenti che consentano alle persone con disabilità di vivere in modo indipendente, comunicare efficacemente e partecipare pienamente alla società.

Lo stesso principio emerge dall'articolo 3 della Costituzione italiana. Il secondo comma impone alla Repubblica di rimuovere gli ostacoli che limitano la libertà e l'uguaglianza dei cittadini. Nel XXI secolo alcune di queste barriere possono essere abbattute proprio grazie alle tecnologie digitali e all'intelligenza artificiale.

Anche il diritto europeo si sta muovendo in questa direzione. Il Regolamento (UE) 2024/1689, meglio conosciuto come AI Act, rappresenta il primo quadro normativo organico al mondo dedicato all'intelligenza artificiale. Il regolamento è entrato in vigore il 1° agosto 2024 e la sua applicazione è progressiva. Esso si fonda su alcuni principi essenziali: centralità della persona, supervisione umana, trasparenza, sicurezza, non discriminazione e tutela dei diritti fondamentali.

L'Italia è inoltre diventata il primo Paese dell'Unione Europea ad adottare una disciplina nazionale organica sull'intelligenza artificiale con la Legge n. 132 del 2025. Tale normativa ribadisce il principio dell'approccio antropocentrico, stabilendo che l'intelligenza artificiale deve sempre restare al servizio dell'essere umano e che le decisioni fondamentali devono rimanere sotto il controllo umano. La legge richiama espressamente i principi di dignità della persona, trasparenza, proporzionalità, sicurezza, non discriminazione e tutela dei diritti fondamentali.

Le più recenti riflessioni giuridiche europee sottolineano inoltre la necessità di garantire che i sistemi di intelligenza artificiale non producano discriminazioni nei confronti delle persone con disabilità e che queste ultime partecipino attivamente alla progettazione e all'implementazione delle tecnologie che le riguardano.

La vera domanda, quindi, non è se utilizzare o meno l'intelligenza artificiale. La vera domanda è come utilizzarla. Ogni grande innovazione tecnologica ha suscitato timori, resistenze e dibattiti. È accaduto con la stampa, con la rivoluzione industriale, con l'elettricità, con Internet e con i social network. Oggi accade con l'intelligenza artificiale. Tuttavia la storia insegna che il progresso non può essere fermato: può soltanto essere governato. Per questo motivo il tema centrale non è la presenza dell'AI nelle nostre vite, ma la capacità delle istituzioni, dei professionisti e dei cittadini di utilizzarla in modo consapevole, trasparente e rispettoso dei diritti fondamentali. Se impiegata senza regole può generare nuove forme di discriminazione, manipolazione e concentrazione del potere. Se utilizzata con responsabilità può invece ampliare opportunità, conoscenza e partecipazione democratica.

Da persona con disabilità posso affermare che ogni volta che una tecnologia mi permette di superare una barriera, di comunicare più efficacemente, di partecipare a un dibattito pubblico o di svolgere attività che altrimenti sarebbero estremamente difficili, non ho la sensazione di essere sostituita da una macchina. Al contrario, ho la sensazione che la tecnologia stia finalmente facendo ciò che dovrebbe fare: adattarsi alla persona e non pretendere che sia la persona ad adattarsi ai propri limiti. Per troppo tempo la disabilità è stata osservata quasi esclusivamente attraverso ciò che una persona non riusciva a fare. Le nuove tecnologie, invece, ci consentono di concentrarci maggiormente su ciò che una persona può fare quando le vengono forniti gli strumenti adeguati. Non eliminano la patologia, non cancellano le difficoltà quotidiane e non trasformano magicamente la realtà, ma possono ridurre il peso delle barriere che ostacolano la piena partecipazione alla vita sociale, culturale e professionale.

Nel mio caso questo significa poter comunicare in modo più efficace, scrivere più velocemente, realizzare contenuti divulgativi, partecipare a conferenze, tenere interventi pubblici e raggiungere persone che altrimenti avrei maggiori difficoltà a coinvolgere. Significa poter utilizzare un avatar digitale che rende più immediata la comunicazione senza rinunciare alla mia identità. Significa poter utilizzare strumenti che mi aiutano a trasformare il pensiero in contenuti concreti nonostante i limiti imposti dal mio corpo. Le idee restano mie, il lavoro di studio resta mio, le opinioni restano mie e la responsabilità di ciò che pubblico resta esclusivamente mia. Ma la tecnologia mi consente di percorrere quel tratto di strada che la mia condizione fisica rende più lento e faticoso.

Ho la sensazione di essere finalmente messa nelle condizioni di esercitare i miei diritti. E quando parlo di diritti non mi riferisco soltanto alla libertà di espressione, ma anche al diritto di partecipare alla vita pubblica, al diritto al lavoro, al diritto all'istruzione, al diritto di accedere alle informazioni e al diritto di contribuire alla società con le proprie competenze. Troppo spesso si considera l'autonomia come qualcosa di assoluto: o si è autonomi o non lo si è. In realtà l'autonomia è quasi sempre il risultato di strumenti, sostegni e opportunità che permettono alle persone di esprimere il proprio potenziale. Da questo punto di vista l'intelligenza artificiale può diventare uno straordinario strumento di emancipazione.

Ed è proprio questa, a mio avviso, la forma più alta di innovazione. Non quella che sostituisce l'essere umano, ma quella che ne valorizza le capacità. Non quella che riduce la persona a un dato o a un algoritmo, ma quella che le consente di partecipare più pienamente alla vita della comunità. Non quella che crea nuove dipendenze, ma quella che amplia gli spazi di libertà.

Non una tecnologia che prende il posto dell'essere umano.

Ma una tecnologia che restituisce alle persone ciò che ogni ordinamento democratico dovrebbe garantire: autonomia, dignità, partecipazione e libertà. In fondo il vero progresso non si misura dalla potenza delle macchine che siamo capaci di costruire, ma dalla capacità di utilizzare quelle macchine per rendere la società più giusta, più accessibile e più inclusiva. Se l'intelligenza artificiale riuscirà ad aiutarci in questo compito, allora non sarà soltanto una rivoluzione tecnologica. Sarà una rivoluzione civile.

Forse è per questo che guardo all'intelligenza artificiale con prudenza ma anche con speranza. Non perché creda che possa risolvere ogni problema. Non perché immagini un futuro affidato alle macchine. Ma perché conosco molto bene la differenza tra avere qualcosa da dire e non riuscire a dirlo con la stessa velocità con cui lo si pensa. Ogni volta che una tecnologia mi aiuta a colmare quella distanza, non vedo un algoritmo. Vedo un'opportunità. Vedo uno strumento che mi permette di essere più autonoma, più presente e più libera. E credo che il vero successo dell'intelligenza artificiale non sarà creare macchine sempre più simili agli esseri umani, ma costruire una società capace di mettere ogni essere umano nelle condizioni di esprimere pienamente il proprio potenziale.


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