Kashmir amministrato dal Pakistan: diritti negati in una terra contesa

04.07.2026

Come accade spesso in Piazza della Libertà a Trieste, anche nelle ultime settimane si è parlato molto del Kashmir. È una terra evocata di frequente, ma conosciuta davvero da pochi. Così, spinta dalla mia naturale curiosità e dal desiderio di comprendere ciò che accade oltre i titoli dei giornali, ho deciso di approfondire una delle questioni geopolitiche più complesse del nostro tempo.

Ero già in vacanza – anche se il mio cervello, a dire il vero, non riesce mai a staccare completamente la spina – quando, navigando su TikTok, sono entrata in contatto con un giovane kashmiro di 32 anni. Mi ha raccontato la sua storia con grande lucidità e dignità. Nel suo Paese ha conseguito una laurea magistrale (Master of Science) in Economia e avrebbe voluto proseguire gli studi con un M.Phil. Tuttavia, come tanti altri giovani della sua terra, ha scelto di tentare il cosiddetto game, il lungo e pericoloso viaggio migratorio attraverso diverse frontiere nella speranza di costruirsi un futuro migliore in Europa.

Oggi vive in Italia, ma il suo percorso di integrazione è ancora segnato da ostacoli burocratici. Durante il passaggio in Turchia ha perso anche i documenti universitari e, proprio per questo motivo, non ha ancora potuto avviare la procedura di riconoscimento del proprio titolo di studio. Dietro una semplice pratica amministrativa si nasconde una realtà ben più profonda: quella di una persona che, pur possedendo competenze e formazione, vede sospesa la possibilità di valorizzarle.

La sua testimonianza è stata il punto di partenza per comprendere meglio non solo la complessa vicenda del Kashmir, ma anche le conseguenze concrete che decenni di tensioni politiche e territoriali continuano ad avere sulla vita quotidiana di milioni di persone.

Il Kashmir non è soltanto una linea sulla carta geografica. È una ferita storica, giuridica e umana che dal 1947 attraversa il subcontinente indiano, coinvolgendo India, Pakistan e Cina. Prima della Partizione dell'India britannica, il Jammu e Kashmir era un principato governato dal Maharaja Hari Singh; dopo il conflitto del 1947-1948, il territorio venne diviso lungo una linea di cessate il fuoco, poi divenuta Linea di Controllo dopo l'Accordo di Simla del 1972. Quell'accordo stabiliva che la Line of Control in Jammu e Kashmir dovesse essere rispettata da entrambe le parti, senza pregiudizio delle rispettive posizioni giuridiche e senza alterazioni unilaterali.

Prima della Partizione dell'India britannica del 1947, l'ex Stato principesco di Jammu e Kashmir si estendeva su una superficie complessiva di circa 222.236 km². Oggi quel territorio è suddiviso tra tre Stati. L'India amministra circa 101.387 km², comprendenti il Jammu, la Valle del Kashmir e il Ladakh. Il Pakistan controlla circa 86.268 km², corrispondenti all'Azad Jammu e Kashmir e al Gilgit-Baltistan. La Cina amministra circa 42.424 km², comprendenti l'Aksai Chin e la Valle di Shaksgam, quest'ultima trasferita dal Pakistan alla Cina con l'accordo di confine del 1963 ma tuttora rivendicata dall'India, che continua a considerare l'intero ex Stato di Jammu e Kashmir parte integrante del proprio territorio.

Oggi il Kashmir resta amministrato da tre Stati: India, Pakistan e Cina. Questa triplice amministrazione non cancella però un dato elementare: dietro ogni disputa territoriale vi sono persone, comunità, famiglie, corpi esposti alla violenza, alla povertà, all'interruzione dei servizi essenziali e alla precarietà politica. Il diritto internazionale non può limitarsi a registrare la complessità geopolitica: deve interrogarsi sulla tutela effettiva della popolazione civile.

Nelle ultime settimane, il Kashmir amministrato dal Pakistan è tornato al centro dell'attenzione per una vasta mobilitazione guidata dal Joint Awami Action Committee, movimento civico che rivendica diritti politici, economici e sociali. Secondo Amnesty International, il 5 giugno 2026 le autorità locali hanno qualificato il movimento come organizzazione vietata ai sensi della normativa antiterrorismo dell'Azad Jammu e Kashmir, mentre nella regione venivano segnalati blackout delle comunicazioni, arresti di massa e uso letale della forza. Nel 1947 il Maharaja Hari Singh tentò inizialmente di mantenere il principato indipendente. Dopo l'invasione di milizie provenienti dal Pakistan, chiese assistenza militare all'India. Secondo la posizione indiana, l'intervento avvenne dopo la firma dello Strumento di Accessione; il Pakistan ne contesta invece la validità. La prima guerra indo-pakistana (1947-1948) si concluse con un cessate il fuoco promosso dalle Nazioni Unite, lasciando il Kashmir diviso lungo quella che oggi è la Linea di Controllo (LoC). Successivamente, dopo la guerra sino-indiana del 1962, la Cina consolidò il controllo dell'Aksai Chin, mentre nel 1963 Pakistan e Cina firmarono un accordo relativo alla Valle di Shaksgam, mai riconosciuto dall'India.

La richiesta più controversa riguarda l'abolizione dei dodici seggi dell'assemblea legislativa riservati ai rifugiati del Jammu e Kashmir residenti in Pakistan. Per il movimento di protesta, tale meccanismo attribuirebbe un peso politico eccessivo a soggetti non residenti nel territorio; per le autorità, invece, quei seggi hanno una protezione costituzionale e rappresentano persone sfollate dal conflitto. Associated Press ha riferito che la Corte Suprema dell'Azad Jammu e Kashmir ha ritenuto tali seggi costituzionalmente protetti e che la questione è divenuta centrale in vista delle elezioni regionali.

La repressione delle proteste, qualora confermata nei termini denunciati dagli organizzatori e dalle organizzazioni internazionali, impone una lettura giuridica rigorosa. Non è corretto usare con leggerezza la parola genocidio: il genocidio, ai sensi della Convenzione del 1948, richiede lo specifico intento di distruggere, in tutto o in parte, un gruppo nazionale, etnico, razziale o religioso. La sofferenza di una popolazione, anche gravissima, non basta da sola a integrare quella fattispecie. Ma escludere il genocidio non significa minimizzare. Uccisioni illegittime, sparizioni forzate, arresti arbitrari, mancato accesso alle cure e restrizioni indiscriminate delle comunicazioni possono integrare gravi violazioni dei diritti umani e, nei casi più estremi, condotte rilevanti anche sul piano del diritto internazionale.

Il primo diritto coinvolto è il diritto alla vita. Se manifestanti o civili sono stati uccisi con uso sproporzionato della forza, lo Stato ha l'obbligo di garantire indagini indipendenti, rapide, effettive e trasparenti. Il secondo è il diritto alla libertà personale: nessuno può essere arrestato arbitrariamente, trattenuto senza garanzie, sottratto al controllo giudiziario o classificato come terrorista in assenza di presupposti individuali, concreti e verificabili. Il terzo è il diritto alla libertà di espressione, riunione pacifica e associazione: una protesta può essere regolata per ragioni di ordine pubblico, ma non annientata mediante strumenti emergenziali usati come forma di intimidazione politica.

La questione del blackout di Internet è particolarmente grave. In un territorio segnato da tensioni, povertà infrastrutturale e isolamento, interrompere le comunicazioni non significa soltanto limitare i social network: significa ostacolare l'accesso alle informazioni, ai servizi bancari, alle cure mediche, ai contatti familiari e alla documentazione delle violazioni. Reuters ha riferito che la chiusura del territorio e le restrizioni alle comunicazioni hanno paralizzato la vita quotidiana, con almeno ventiquattro morti nelle proteste, più di cinquecento persone detenute secondo fonti di polizia e forti ripercussioni su lavoratori, banche, carburante e beni essenziali.

La protesta, dunque, non può essere letta solo come una vertenza elettorale. È anche una domanda di cittadinanza sostanziale: ospedali adeguati, strade sicure, accesso alle cure, rappresentanza politica, lavoro, servizi pubblici, dignità. Il diritto internazionale dei diritti umani non tutela soltanto la libertà "contro" lo Stato, ma anche la libertà "attraverso" condizioni minime di vita dignitosa. Il Patto internazionale sui diritti economici, sociali e culturali impone agli Stati di procedere verso la piena realizzazione dei diritti sociali; il Patto internazionale sui diritti civili e politici tutela vita, libertà personale, giusto processo, partecipazione politica, espressione e riunione pacifica.

In questa vicenda emerge anche una contraddizione politica evidente. Il Pakistan denuncia spesso, sul piano internazionale, le restrizioni e le violazioni dei diritti umani nel Kashmir amministrato dall'India. Ma la credibilità di una rivendicazione fondata sui diritti impone coerenza: non si può invocare la dignità dei kashmiri solo quando sono sotto amministrazione altrui e comprimerla quando vivono sotto la propria sfera di controllo. La stessa logica vale per l'India e per ogni altro Stato coinvolto nella regione: il diritto dei popoli non è uno strumento retorico da usare contro l'avversario, ma un parametro giuridico che vincola anzitutto chi esercita potere effettivo su un territorio.

È importante anche dare peso alle testimonianze provenienti dalle zone di confine. Vivere in un'area militarizzata significa abitare una precarietà permanente: rischio per la vita, per i beni, per le attività economiche, per la libertà di movimento. In tali contesti, il diritto non deve diventare un linguaggio astratto. Deve tradursi in protezione concreta: corridoi sanitari, accesso umanitario, controllo giudiziario sugli arresti, ripristino delle comunicazioni, tutela dei giornalisti, dialogo con la società civile e garanzie per i manifestanti pacifici.

La mozione presentata al Parlamento britannico l'8 giugno 2026 ha espresso preoccupazione per blackout delle comunicazioni, lockdown, arresti di massa, accesso alle cure, le violazioni del principio del N due process (giusto processo) e criminalizzazione della protesta pacifica, chiedendo il ripristino delle comunicazioni e il ritorno al dialogo. Questo conferma che la vicenda non è più soltanto locale: riguarda comunità kashmire nella diaspora, famiglie impossibilitate a contattare i propri cari e osservatori internazionali preoccupati per l'uso della sicurezza come giustificazione permanente.

La linea giuridica più seria è quindi questa: prudenza sulle qualificazioni più estreme, fermezza assoluta sulla tutela dei diritti fondamentali. Non serve forzare la categoria del genocidio per riconoscere la gravità di ciò che accade. Bastano il diritto alla vita, il divieto di arresti arbitrari, la libertà di riunione pacifica, il diritto alla salute, il diritto all'informazione, il principio di proporzionalità nell'uso della forza e l'obbligo di indagine sulle morti e sulle sparizioni denunciate.

Il Kashmir resta una delle questioni irrisolte più complesse del diritto internazionale contemporaneo. Ma proprio per questo occorre evitare sia la propaganda sia l'indifferenza. Le dispute territoriali possono durare decenni; i diritti violati, invece, producono danni immediati. Quando una popolazione chiede rappresentanza, servizi essenziali e dignità, la risposta non può essere il silenzio imposto, la qualificazione indiscriminata di terrorismo o la forza come prima opzione.

Il futuro del Kashmir non potrà essere costruito soltanto da India, Pakistan e Cina nelle rispettive cancellerie. Dovrà passare anche dall'ascolto dei kashmiri, dalla tutela della società civile, dal rispetto del diritto internazionale e da un principio semplice: nessuna ragion di Stato può cancellare la dignità delle persone.

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