Israele nella blacklist ONU per violenza sessuale in guerra: stupro come arma di conflitto tra diritto internazionale e criminologia

L'espressione "stupro come arma di guerra" rinvia a una categoria giuridica ben definita nel diritto penale internazionale. La violenza sessuale, quando utilizzata in modo sistematico o diffuso contro la popolazione civile, può integrare un crimine di guerra e, in determinate circostanze, un crimine contro l'umanità ai sensi degli articoli 7 e 8 dello Statuto di Roma della Corte Penale Internazionale.
La giurisprudenza internazionale sviluppata dai tribunali per l'ex Jugoslavia e per il Ruanda ha contribuito a chiarire che lo stupro può essere utilizzato come strumento di persecuzione, pulizia etnica, terrore e distruzione del tessuto sociale di una comunità. Non si tratta semplicemente di un atto di violenza individuale, ma di una forma di aggressione diretta contro l'identità collettiva di un popolo.
Con riferimento al conflitto tra Israele e Hamas, le accuse di violenza sessuale hanno assunto particolare rilevanza dopo gli attacchi del 7 ottobre 2023. Diversi rapporti delle Nazioni Unite hanno ritenuto credibili le denunce relative a stupri e altre forme di violenza sessuale commesse durante gli attacchi contro la popolazione civile israeliana e durante la detenzione di alcuni ostaggi. In questo contesto, le accuse sono state rivolte principalmente a membri di Hamas.
Tuttavia, il dibattito internazionale si è progressivamente ampliato. Nel maggio 2026 le Nazioni Unite hanno inserito per la prima volta le forze armate e di sicurezza israeliane nella blacklist annuale relativa alla violenza sessuale nei conflitti armati. Secondo il rapporto del Segretario Generale dell'ONU, sarebbero stati verificati episodi di stupro, violenza sessuale, nudità forzata, torture a sfondo sessuale e altre forme di abuso nei confronti di detenuti palestinesi provenienti da Gaza e dalla Cisgiordania nel periodo compreso tra il 2023 e il 2025.
Israele respinge integralmente tali accuse e sostiene che il rapporto sia politicamente motivato. Dal punto di vista giuridico, l'inserimento nella blacklist delle Nazioni Unite non equivale a una condanna penale internazionale né costituisce una pronuncia giudiziaria definitiva. Rappresenta però un riconoscimento istituzionale dell'esistenza di elementi ritenuti sufficientemente credibili da giustificare un monitoraggio rafforzato e la richiesta di ulteriori indagini indipendenti.
Proprio per questo motivo è necessario distinguere tra responsabilità politiche, responsabilità internazionali dello Stato e responsabilità penali individuali. Nel diritto internazionale contemporaneo, infatti, l'accertamento definitivo di eventuali crimini di guerra richiede procedimenti investigativi e giudiziari fondati su prove rigorose, garanzie processuali e verifiche indipendenti.
Il diritto internazionale umanitario vieta in modo assoluto qualsiasi forma di violenza sessuale contro persone protette dai conflitti armati. Le Convenzioni di Ginevra, i Protocolli aggiuntivi e numerosi strumenti internazionali impongono agli Stati l'obbligo di prevenire, indagare e perseguire tali condotte senza alcuna distinzione basata sull'appartenenza etnica, religiosa o nazionale delle vittime.
Dal punto di vista criminologico, lo stupro utilizzato come arma di guerra rappresenta una delle forme più sofisticate di violenza strategica. L'obiettivo non è soltanto la vittima diretta, ma l'intera comunità di appartenenza. La criminologia dei conflitti armati evidenzia come la violenza sessuale venga spesso impiegata per terrorizzare la popolazione civile, provocare sfollamenti forzati, spezzare i legami familiari e distruggere la coesione sociale.
In tali contesti il corpo della vittima viene trasformato in un simbolo sul quale esercitare il dominio sul gruppo nemico. Per questa ragione gli studiosi parlano spesso del corpo delle donne, ma anche degli uomini e dei minori, come di un vero e proprio campo di battaglia simbolico. La finalità non è soltanto infliggere sofferenza fisica, ma generare paura collettiva, umiliazione e senso di impotenza.
Quando le presunte violenze sessuali avvengono all'interno di centri di detenzione o durante operazioni militari, la criminologia individua ulteriori finalità: controllo, annientamento psicologico, deumanizzazione e affermazione del potere assoluto sul corpo dell'altro. In questi casi la violenza sessuale diventa uno strumento di dominio che trascende la dimensione individuale e assume una funzione politica e sociale.
Le esperienze del genocidio in Ruanda, delle guerre nei Balcani e delle persecuzioni subite dalla comunità yazida da parte dello Stato Islamico hanno dimostrato che la violenza sessuale può essere utilizzata per distruggere l'identità culturale e sociale di una popolazione. Gli effetti si estendono ben oltre la durata del conflitto e possono condizionare intere generazioni.
La criminologia del trauma parla infatti di vittimizzazione collettiva. Non soffre soltanto chi subisce direttamente la violenza, ma anche la famiglia, la comunità e la società nel suo complesso. Lo stigma sociale, la frammentazione dei nuclei familiari, il disagio psicologico e la perdita di fiducia nelle istituzioni possono sopravvivere per decenni alla fine delle ostilità.
Un ulteriore elemento analizzato dagli studiosi riguarda il processo di disumanizzazione del nemico. Quando la propaganda politica, etnica o religiosa trasforma l'avversario in un soggetto percepito come inferiore o privo di dignità umana, diventa più facile giustificare anche le forme più estreme di violenza. Per questo motivo la prevenzione dei crimini sessuali nei conflitti passa non soltanto attraverso il diritto penale internazionale, ma anche attraverso il contrasto ai discorsi d'odio, la tutela dei diritti umani e la promozione di una cultura della dignità della persona.
In una prospettiva criminologica contemporanea, lo stupro di guerra non può essere considerato un semplice effetto collaterale del conflitto. Quando viene utilizzato in modo organizzato e sistematico, esso costituisce una vera e propria tecnologia del terrore finalizzata al controllo sociale, alla distruzione dell'identità collettiva e alla sottomissione della popolazione civile. È proprio per questa ragione che la comunità internazionale lo considera tra i più gravi crimini perseguibili a livello internazionale.
Lo stupro come arma di guerra non appartiene a una sola area geografica, a una sola religione o a un solo conflitto. È una delle manifestazioni più estreme dell'abuso di potere umano e rappresenta una ferita che continua a colpire le vittime molto tempo dopo la fine delle ostilità. Per il diritto e per la criminologia la sfida non consiste soltanto nel punire i responsabili, ma anche nel riconoscere le vittime, ricostruire le comunità distrutte e impedire che il corpo umano venga nuovamente trasformato in uno strumento di guerra.
