Israele, insediamenti e responsabilità politica: sanzioni, inchiesta Reuters e dubbi sul 7 ottobre

08.09.2026

Le notizie provenienti da Israele sembrano riguardare questioni differenti: le nuove restrizioni commerciali annunciate da alcuni Paesi occidentali contro gli insediamenti in Cisgiordania, un'inchiesta Reuters sui finanziamenti e sui rapporti istituzionali che favorirebbero l'espansione degli avamposti, e una ricostruzione giornalistica relativa a un presunto avvertimento ricevuto dal primo ministro Benjamin Netanyahu prima dell'attacco di Hamas del 7 ottobre 2023. A mio avviso, tuttavia, questi tre sviluppi pongono una domanda comune: in quale misura le scelte di un governo possono essere considerate coerenti con i propri obblighi di sicurezza, con il diritto internazionale e con il dovere di rendere conto delle decisioni assunte?

Il primo elemento è costituito dalla dichiarazione congiunta, sottoscritta dai ministri degli Esteri di dodici Paesi, tra cui Regno Unito, Francia e Canada. I firmatari hanno annunciato l'intenzione di introdurre restrizioni nazionali, sostenere misure europee o valutarne l'adozione nei confronti del commercio di beni provenienti dagli insediamenti considerati illegali dal diritto internazionale. Londra ha assunto una posizione più specifica, annunciando un divieto di importazione e un nuovo regime sanzionatorio destinato anche a soggetti coinvolti nel finanziamento e nella realizzazione degli insediamenti. È importante precisare che, secondo il governo britannico, la normativa attuativa dovrebbe entrare in vigore entro sei-nove mesi: non si tratta, dunque, di un divieto commerciale già integralmente operativo.

La distinzione tra Israele e i territori occupati rappresenta il fondamento giuridico di queste misure. L'art. 49, par. 6, della IV Convenzione di Ginevra del 12 agosto 1949 vieta alla potenza occupante di trasferire parti della propria popolazione civile nel territorio occupato. La risoluzione 2334 del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite ribadisce l'assenza di validità giuridica degli insediamenti e, al paragrafo 5, richiama gli Stati a distinguere, nei rapporti pertinenti, tra il territorio dello Stato di Israele e i territori occupati dal 1967. Non si tratta di una distinzione meramente geografica: essa impedisce che i rapporti economici e diplomatici contribuiscano a consolidare una situazione contraria al diritto internazionale.

Il parere consultivo della Corte internazionale di giustizia ha ulteriormente chiarito questo quadro. La Corte ha ritenuto illegittima la perdurante presenza israeliana nel territorio palestinese occupato e ha individuato, per gli altri Stati, obblighi di non riconoscimento della situazione illegale e di non prestare aiuto o assistenza al suo mantenimento. Il parere non è una sentenza penale contro singoli esponenti politici, né determina automaticamente la forma che ogni Stato debba dare alle proprie restrizioni commerciali. Esso costituisce, però, un autorevole accertamento giuridico che rende sempre meno sostenibile la separazione tra dichiarazioni diplomatiche e condotte economiche concrete.

È in questo contesto che assume rilievo l'inchiesta pubblicata da Reuters. L'agenzia ha ricostruito le attività dei fratelli Eliav e Harel "Coco" Libi, titolari di un'impresa impegnata nella produzione di strutture prefabbricate e nella realizzazione di avamposti in Cisgiordania. Secondo l'indagine, i due avrebbero contribuito alla fondazione di almeno nove nuovi avamposti agricoli dal 2023, beneficiando di autorizzazioni, finanziamenti e rapporti con apparati pubblici. L'impresa ha contestato la ricostruzione, sostenendo di operare nel rispetto della legge; le autorità militari hanno negato l'esistenza di rapporti formali con i fratelli, pur riconoscendo attività di coordinamento per ragioni di sicurezza. Queste precisazioni sono essenziali per non confondere gli elementi documentati dall'inchiesta con responsabilità individuali definitivamente accertate.

Il punto giuridicamente più significativo non riguarda soltanto la costruzione materiale di nuovi insediamenti, ma l'eventuale partecipazione delle istituzioni al loro consolidamento. La Corte internazionale di giustizia, nel parere consultivo, ha espressamente considerato il sostegno pubblico, gli incentivi economici e la regolarizzazione degli avamposti tra gli elementi rilevanti per valutare la politica di insediamento. Inoltre, gli artt. 4 e 8 del progetto di articoli della Commissione di diritto internazionale sulla responsabilità degli Stati per atti internazionalmente illeciti distinguono tra la condotta degli organi statali e quella di soggetti privati che agiscono sotto istruzioni, direzione o controllo dello Stato. Non ogni attività privata è automaticamente imputabile al governo, ma finanziamenti, autorizzazioni e forme di coordinamento possono assumere rilevanza nell'accertamento delle responsabilità, secondo le circostanze concrete.

A mio giudizio, proprio questa dimensione rende le misure commerciali particolarmente importanti. Se un'attività economica contribuisce al mantenimento di una situazione illegale, gli Stati terzi non possono limitarsi a considerarla una normale operazione di mercato. Il dovere di non riconoscimento e di non assistenza, richiamato anche dall'art. 41 del progetto di articoli sulla responsabilità internazionale degli Stati, impone di interrogarsi sugli effetti concreti delle proprie relazioni economiche. Ciò non significa che ogni impresa operante in Israele debba essere sottoposta a sanzioni, né che la responsabilità di una società possa essere presunta: occorrono criteri individualizzati, proporzionalità, basi normative chiare e adeguate garanzie procedimentali.

Il terzo sviluppo introduce un tema diverso, ma strettamente connesso alla responsabilità politica. Secondo una ricostruzione di Haaretz, ripresa da Associated Press, il presidente degli Emirati Arabi Uniti Mohammed bin Zayed avrebbe avvertito Netanyahu, circa dieci giorni prima del 7 ottobre 2023, della possibilità di una grande operazione di Hamas. Il premier avrebbe risposto che Israele era preparato e che un attacco appariva più probabile dalla Cisgiordania. L'ufficio di Netanyahu ha smentito categoricamente la notizia, negando sia la conversazione nel periodo indicato sia la ricezione dell'avvertimento. Allo stato delle fonti esaminate, pertanto, non è corretto presentare tale ricostruzione come un fatto definitivamente dimostrato.

Se l'esistenza e il contenuto di quell'eventuale comunicazione fossero confermati, la questione sarebbe di notevole rilevanza istituzionale. Occorrerebbe accertare quali informazioni fossero disponibili, a chi fossero state trasmesse, come fossero state valutate e quali decisioni fossero state assunte. Non sarebbe invece metodologicamente corretto dedurre automaticamente che un singolo avvertimento avrebbe consentito di impedire l'attacco, né stabilire un rapporto causale tra la politica degli insediamenti e il fallimento della prevenzione. Sono questioni che richiedono documenti, testimonianze e un'indagine indipendente, non conclusioni costruite a posteriori.

Il sistema costituzionale israeliano dispone di strumenti per affrontare tali interrogativi. La Basic Law: The Government prevede la responsabilità collettiva del governo nei confronti della Knesset, mentre la Basic Law: The Knesset, all'art. 22, disciplina le commissioni parlamentari d'inchiesta. La Knesset ha inoltre approvato in prima lettura una proposta di legge relativa a una commissione d'inchiesta sugli eventi del 7 ottobre. Il fatto che esista una discussione sulle modalità di costituzione dell'organo conferma quanto siano rilevanti la sua indipendenza, l'accesso alle informazioni e la fiducia pubblica nelle conclusioni. Una commissione non dovrebbe servire a confermare una tesi politica precostituita, ma ad accertare i fatti e a individuare eventuali responsabilità istituzionali.

È necessario mantenere distinti anche i diversi livelli di responsabilità. La responsabilità politica riguarda l'adeguatezza delle decisioni e la fiducia che un governo merita di conservare; quella amministrativa concerne l'osservanza dei doveri e delle procedure; la responsabilità penale personale richiede invece l'accertamento di una condotta prevista dalla legge come reato, del relativo elemento soggettivo e degli ulteriori presupposti richiesti. In uno Stato di diritto, la gravità delle conseguenze non sostituisce la prova della responsabilità individuale. Al tempo stesso, l'assenza di una condanna penale non impedisce di formulare un giudizio politico critico sulle scelte di un esecutivo.

L'attacco terroristico di Hamas del 7 ottobre 2023, con l'uccisione di civili e il sequestro di ostaggi, merita una condanna inequivocabile. Israele ha il diritto e il dovere di proteggere la propria popolazione. Tuttavia, la tutela della sicurezza nazionale deve essere esercitata nel rispetto del diritto internazionale umanitario e dei diritti fondamentali. Il divieto di acquisire territorio mediante la forza, le norme sull'occupazione e il diritto del popolo palestinese all'autodeterminazione non vengono meno in ragione delle minacce alla sicurezza. La stessa Corte internazionale di giustizia ha chiarito che tali preoccupazioni non possono giustificare l'acquisizione di sovranità sul territorio occupato.

Il collegamento tra le tre notizie, dunque, non consiste nel sostenere che esse dimostrino un unico disegno o una responsabilità già accertata. Consiste piuttosto nel riconoscere che la sicurezza di uno Stato, la legalità delle sue politiche territoriali e la qualità dei suoi meccanismi di controllo non possono essere considerate questioni completamente separate. Un governo che chiede fiducia ai propri cittadini deve saper spiegare le proprie priorità, rendere verificabili le decisioni assunte e consentire che eventuali errori vengano esaminati da organi indipendenti.

A mio avviso, il futuro di Israele e della Palestina richiede proprio questo cambio di prospettiva: meno fatti compiuti sul territorio, maggiore responsabilità delle istituzioni e una diplomazia capace di tradurre il diritto in misure effettive. La sicurezza degli israeliani e l'autodeterminazione dei palestinesi non sono obiettivi incompatibili. Diventano incompatibili soltanto quando si pretende di garantire la prima attraverso la negazione permanente della seconda. Il diritto internazionale non offre soluzioni immediate a ogni conflitto, ma stabilisce limiti che nessun governo dovrebbe considerare facoltativi. È da quei limiti, e dalla capacità di farli rispettare, che può ricominciare una prospettiva credibile di pace.

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