Israele dopo il voto: Netanyahu perde la maggioranza, i partiti arabi diventano decisivi e la democrazia affronta una prova cruciale

30.10.2026

Ho scelto deliberatamente di lasciar trascorrere alcuni giorni dalle elezioni legislative israeliane del 27 ottobre 2026 prima di dedicare loro un approfondimento. Non volevo limitarmi a commentare i risultati nell'immediatezza dello scrutinio, quando le prime proiezioni, le dichiarazioni dei leader politici e le inevitabili interpretazioni di parte rischiano di restituire un quadro ancora frammentario. Ho preferito attendere il consolidamento dei dati elettorali e osservare le prime reazioni delle forze politiche, per comprendere meglio non soltanto chi abbia ottenuto più seggi, ma soprattutto quali siano le concrete possibilità di formazione del prossimo governo. Da giurista, ritengo infatti che un'analisi seria debba distinguere il risultato delle urne dalle sue conseguenze istituzionali, evitando conclusioni affrettate. E quanto sta emergendo in Israele merita una riflessione che vada ben oltre la contrapposizione fra Benjamin Netanyahu e i suoi avversari: perché il vero interrogativo riguarda il futuro della democrazia israeliana, il ruolo determinante assunto dai partiti arabi e la capacità del sistema politico di tradurre la volontà degli elettori in una maggioranza parlamentare, nel rispetto del pluralismo e dell'uguaglianza dei cittadini.

Le elezioni legislative israeliane del 27 ottobre 2026 hanno consegnato al Paese un risultato politicamente complesso, che potrebbe segnare una svolta nella sua storia istituzionale, senza tuttavia garantire un cambiamento di governo. Benjamin Netanyahu è riuscito a conservare il primato elettorale del Likud, ma ha perso la maggioranza parlamentare necessaria per governare autonomamente con i suoi alleati tradizionali. Contemporaneamente, le formazioni politiche rappresentative dei cittadini arabi e palestinesi di Israele hanno ottenuto un risultato senza precedenti, conquistando una posizione potenzialmente determinante nella formazione del prossimo esecutivo. È proprio questa apparente contraddizione a rendere il voto particolarmente interessante: le forze che potrebbero risultare decisive per un'alternanza politica sono anche quelle con cui una parte significativa dell'opposizione dichiara di non voler collaborare. La questione, dunque, non riguarda soltanto il destino politico di Netanyahu, ma investe il rapporto fra rappresentanza parlamentare, uguaglianza dei cittadini, identità nazionale e funzionamento delle istituzioni democratiche. In uno Stato che si definisce ebraico e democratico, il risultato delle urne riporta al centro un interrogativo fondamentale: quale spazio viene effettivamente riconosciuto alla partecipazione politica delle minoranze quando il loro consenso diventa indispensabile per determinare gli equilibri del potere?

I numeri restituiscono con estrema chiarezza la frammentazione del quadro parlamentare. Il Likud di Netanyahu ha conquistato 27 seggi sui 120 della Knesset, confermandosi il primo partito, mentre Yashar, la formazione centrista guidata dall'ex capo di Stato maggiore Gadi Eisenkot, ne ha ottenuti 21. L'alleanza B'Yachad, riconducibile a Naftali Bennett e Yair Lapid, ha conquistato 12 seggi; i Democratici di Yair Golan ne hanno ottenuti 8 e Yisrael Beiteinu di Avigdor Lieberman 7. Sul versante della coalizione uscente, Otzma Yehudit di Itamar Ben-Gvir e Giudaismo Unito della Torah hanno conquistato 7 seggi ciascuno, mentre Shas e Sionismo Religioso, quest'ultimo guidato da Bezalel Smotrich, si sono fermati a 6 ciascuno. La Lista Unita araba ha ottenuto 11 seggi e Ra'am, guidato da Mansour Abbas, 8. Complessivamente, lo schieramento favorevole a Netanyahu dispone di 53 parlamentari, l'opposizione guidata da Eisenkot di 48 e le due liste arabe di 19. La soglia della maggioranza assoluta è fissata a 61 seggi, pertanto nessuno dei due schieramenti principali può contare, da solo, su una maggioranza precostituita. Particolarmente significativa è stata anche la partecipazione elettorale, attestatasi al 77,9% degli aventi diritto, con oltre 5,7 milioni di voti espressi: un'affluenza che testimonia l'importanza attribuita dall'elettorato a una consultazione svoltasi dopo anni di conflitti, profonde tensioni istituzionali e polarizzazione politica.

Il dato che merita maggiore attenzione, tuttavia, è rappresentato dall'affermazione delle liste arabe. Passare dai 10 deputati della legislatura uscente ai 19 dell'attuale significa quasi raddoppiare la propria rappresentanza parlamentare e acquisire una capacità di incidere sugli equilibri istituzionali che potrebbe andare ben oltre la semplice opposizione. La crescita è stata favorita da una mobilitazione particolarmente significativa dei cittadini arabi di Israele, molti dei quali si identificano come palestinesi, che hanno utilizzato il voto anche per esprimere le proprie preoccupazioni riguardo alla discriminazione, alla sicurezza nelle comunità arabe, alla distribuzione delle risorse pubbliche e alle politiche adottate dal governo uscente. È essenziale precisare, da un punto di vista giuridico, che stiamo parlando di cittadini israeliani titolari del diritto di elettorato attivo e passivo, la cui posizione deve essere distinta da quella dei palestinesi residenti nei territori occupati, sottoposti a differenti regimi giuridici. Questa distinzione non è affatto secondaria, perché consente di comprendere come la discussione sull'inclusione dei partiti arabi nella formazione del governo riguardi direttamente l'esercizio della cittadinanza democratica all'interno dello Stato israeliano. Il loro risultato rappresenta un'affermazione della partecipazione istituzionale, non una concessione ricevuta dalle altre forze politiche.

Sul piano strettamente aritmetico, l'opposizione guidata da Eisenkot potrebbe raggiungere 67 seggi sommando i propri 48 parlamentari ai 19 delle liste arabe. Sarebbe una maggioranza numericamente sufficiente a sostenere un governo, ma la politica non coincide automaticamente con l'aritmetica parlamentare. Eisenkot, Bennett e Lieberman hanno espresso, seppure con posizioni e motivazioni non del tutto sovrapponibili, contrarietà alla partecipazione delle formazioni arabe a una coalizione da loro guidata. Differente è l'orientamento di Yair Golan, che ha sostenuto la necessità di valutare un'intesa. Occorre inoltre distinguere le posizioni delle due liste arabe: Ra'am ha già partecipato, nel 2021, alla maggioranza che sostenne il governo Bennett-Lapid, mentre la Lista Unita ha manifestato disponibilità a forme di cooperazione parlamentare per favorire un'alternativa a Netanyahu, senza che ciò equivalga necessariamente a un ingresso nell'esecutivo. Si potrebbe dunque ipotizzare una coalizione con una rappresentanza araba diretta, oppure un governo di minoranza sostenuto dall'esterno mediante voti di fiducia e accordi parlamentari. Sono soluzioni istituzionalmente differenti, con conseguenze diverse in termini di responsabilità politica e stabilità, ma entrambe richiederebbero di superare ostacoli che attualmente appaiono soprattutto politici.

È qui che emerge una questione particolarmente delicata, sulla quale ritengo indispensabile soffermarsi con rigore giuridico, evitando tanto le semplificazioni ideologiche quanto le interpretazioni puramente propagandistiche. In un sistema parlamentare, nessuna formazione politica è giuridicamente obbligata ad allearsi con un'altra: la libertà di determinare il proprio indirizzo politico e la possibilità di scegliere i partner di governo costituiscono elementi fisiologici del pluralismo democratico. Sarebbe pertanto improprio sostenere che il rifiuto di una coalizione con i partiti arabi configuri, di per sé, una violazione costituzionale. Tuttavia, il giudizio sulla legittimità formale di una scelta non esaurisce quello sulla sua portata democratica. Quando l'esclusione di determinate forze politiche viene motivata non soltanto dalle loro posizioni programmatiche, ma attraverso una generalizzata delegittimazione dell'appartenenza nazionale o culturale dei cittadini che rappresentano, si apre un problema ben più profondo. Il principio democratico non impone a tutti di condividere le medesime idee, ma richiede che la competizione politica riconosca la pari dignità dei cittadini e la legittimità della loro partecipazione alle istituzioni. Non è necessario approvare il programma di un partito per riconoscere che i voti ricevuti dai suoi elettori possiedono il medesimo valore giuridico di quelli attribuiti a qualunque altra formazione.

La stessa architettura costituzionale israeliana offre strumenti importanti per affrontare questa riflessione. Israele non dispone di un'unica Costituzione scritta e sistematica sul modello italiano, ma di un insieme di Leggi fondamentali, le Basic Laws, che disciplinano l'organizzazione dei poteri pubblici e importanti profili relativi ai diritti. L'articolo 4 della Basic Law: The Knesset stabilisce che le elezioni parlamentari debbano essere generali, nazionali, dirette, uguali, segrete e proporzionali. Gli articoli 5 e 6 regolano, rispettivamente, il diritto di voto e quello di eleggibilità, secondo i requisiti e i limiti previsti dall'ordinamento. Si tratta di disposizioni che riconoscono una partecipazione politica fondata sulla cittadinanza e non sull'appartenenza a un particolare gruppo etnico o religioso. A questi principi si aggiunge il quadro internazionale, in particolare l'articolo 25 del Patto internazionale sui diritti civili e politici del 1966, che tutela il diritto dei cittadini di partecipare alla direzione degli affari pubblici, di votare e di essere eletti mediante consultazioni periodiche e autentiche. L'articolo 26 dello stesso Patto sancisce inoltre l'uguaglianza dinanzi alla legge e la protezione contro le discriminazioni. Naturalmente, tali disposizioni non attribuiscono a ogni partito un diritto soggettivo a entrare nel governo, ma costituiscono parametri fondamentali per valutare le garanzie di partecipazione, l'eguaglianza politica e il trattamento riservato alle minoranze.

La discussione assume un significato ancora più complesso se considerata alla luce della Basic Law: Israel – The Nation-State of the Jewish People, approvata nel 2018. L'articolo 1 identifica Israele come Stato nazionale del popolo ebraico e riserva a quest'ultimo l'esercizio del diritto all'autodeterminazione nazionale all'interno dello Stato; l'articolo 4 riconosce l'ebraico come lingua dello Stato, attribuendo all'arabo uno status speciale, senza pregiudicare il suo precedente uso pratico. La legge ha suscitato un ampio confronto costituzionale e numerose critiche da parte delle organizzazioni impegnate nella tutela dei diritti civili, che hanno denunciato il rischio di accentuare le disuguaglianze tra cittadini ebrei e non ebrei. Nel 2021 la Corte Suprema israeliana ha respinto, a maggioranza, i ricorsi promossi contro la legge, ma il dibattito sul suo rapporto con il principio democratico e con l'uguaglianza sostanziale è rimasto aperto. Da giurista, considero particolarmente rilevante distinguere il riconoscimento dell'identità nazionale ebraica dello Stato dalla questione delle garanzie individuali e collettive spettanti a tutti i suoi cittadini. Una democrazia può certamente custodire una specifica identità storica e culturale; il punto giuridicamente controverso riguarda il modo in cui tale identità viene conciliata con l'uguaglianza, il pluralismo e la partecipazione delle minoranze alla vita pubblica.

Un ulteriore elemento di preoccupazione riguarda le accuse di irregolarità elettorali diffuse dopo il voto. Netanyahu e rappresentanti del Likud hanno sollevato sospetti di interferenze esterne a favore delle liste arabe, evocando anche un possibile coinvolgimento del Qatar, che ha respinto le accuse. Le autorità israeliane hanno avviato verifiche su segnalazioni relative a possibili interferenze, ma la Commissione elettorale centrale ha chiarito che non erano emersi elementi a sostegno di accuse generalizzate di violazioni sistematiche e che gli accertamenti non avrebbero modificato i risultati elettorali. È essenziale, anche in questa circostanza, rispettare la distinzione fra una notizia di reato o un sospetto da verificare e l'accertamento di una responsabilità. La presunzione di innocenza, il diritto a un procedimento regolare e la necessità di fondare ogni contestazione su elementi verificabili costituiscono garanzie irrinunciabili. Allo stesso modo, sarebbe pericoloso trasformare eventuali sospetti relativi a condotte individuali in una delegittimazione collettiva dell'elettorato arabo. Il contrasto alle interferenze illecite nei processi democratici è un obiettivo legittimo e necessario; esso deve però essere perseguito attraverso indagini imparziali, controlli giurisdizionali e prove, non mediante generalizzazioni che rischiano di compromettere la fiducia dei cittadini nelle istituzioni.

Dal punto di vista del diritto costituzionale comparato, la formazione del nuovo governo presenta caratteristiche particolarmente interessanti. Ai sensi dell'articolo 7 della Basic Law: The Government, il presidente della Repubblica, dopo aver consultato i rappresentanti dei gruppi parlamentari, attribuisce a un membro della Knesset l'incarico di formare il governo. Non esiste un automatismo che obblighi il presidente Isaac Herzog a conferire l'incarico a Netanyahu soltanto perché il Likud è risultato il partito più votato: la scelta deve tenere conto della possibilità di costruire un esecutivo capace di ottenere la fiducia parlamentare. Secondo il calendario annunciato, i risultati saranno presentati formalmente al presidente il 4 novembre, mentre l'insediamento della nuova Knesset è previsto per il 10 novembre. L'articolo 8 riconosce all'incaricato un termine iniziale di 28 giorni, prorogabile dal presidente per un massimo complessivo di ulteriori 14 giorni. Qualora il tentativo fallisca, gli articoli 9 e 10 disciplinano le ulteriori possibilità di conferimento dell'incarico, compresa una fase in cui almeno 61 parlamentari possono richiedere che venga affidato a un determinato deputato. L'articolo 13 regola la presentazione del governo alla Knesset e il voto di fiducia, mentre l'articolo 30 assicura la continuità delle funzioni dell'esecutivo uscente fino all'insediamento di quello nuovo. Per comprendere correttamente questi meccanismi occorre distinguere la maggioranza assoluta di 61 deputati, necessaria per determinate decisioni costituzionali, dal voto di fiducia: quest'ultimo può consentire anche l'insediamento di un governo di minoranza, qualora il rapporto fra voti favorevoli, contrari e astensioni lo renda possibile.

Gli scenari politici restano pertanto molteplici, ma nessuno può essere considerato acquisito. Netanyahu potrebbe tentare di ampliare il proprio schieramento attraverso accordi con formazioni oggi collocate all'opposizione, oppure cercare una soluzione di unità nazionale. Quest'ultima ipotesi imporrebbe tuttavia compromessi assai impegnativi a partiti che hanno costruito una parte essenziale della campagna elettorale sulla necessità di porre fine alla sua leadership. Eisenkot potrebbe, a sua volta, tentare di costituire un governo sostenuto dalle forze arabe, valutando differenti formule di partecipazione e sostegno parlamentare, oppure cercare interlocutori tra le formazioni religiose. Anche questa seconda strada incontrerebbe ostacoli importanti, soprattutto per le divergenze sulla leva militare obbligatoria e sulle esenzioni riconosciute agli ultraortodossi. Non si può infine escludere che l'impossibilità di costruire una maggioranza parlamentare stabile conduca a nuove elezioni, riproponendo una situazione di instabilità che Israele ha già conosciuto negli anni precedenti. In ogni caso, sarebbe scorretto confondere il primato elettorale del Likud con un nuovo mandato politico già garantito a Netanyahu, così come sarebbe prematuro considerare il blocco di opposizione automaticamente capace di sostituirlo.

Il futuro governo dovrà inoltre affrontare questioni interne che vanno ben oltre la distribuzione dei ministeri. Il rapporto fra potere politico e magistratura, già al centro di aspre controversie per i progetti di riforma del sistema giudiziario, continuerà a rappresentare una questione istituzionale di primo piano. Lo stesso vale per il dibattito sulle responsabilità politiche e militari relative agli attacchi compiuti da Hamas e da altri gruppi armati il 7 ottobre 2023, nonché sulla necessità di istituire una commissione d'inchiesta indipendente. Sullo sfondo rimane il procedimento penale a carico di Netanyahu per accuse di corruzione e altri reati, rispetto al quale deve essere rigorosamente preservata la distinzione fra responsabilità politica e responsabilità penale, quest'ultima accertabile esclusivamente attraverso le garanzie del processo. Si aggiungono le controversie relative all'obbligo di servizio militare per gli uomini ultraortodossi, all'aumento del costo della vita, alla distribuzione delle risorse pubbliche e alla sostenibilità di una spesa militare particolarmente elevata. È quindi evidente che una coalizione costruita esclusivamente per superare l'impasse numerica, senza un accordo credibile sulle principali questioni istituzionali, rischierebbe di riprodurre in tempi brevi le medesime contraddizioni che hanno caratterizzato la legislatura precedente.

Sarebbe però riduttivo analizzare queste elezioni come una questione esclusivamente interna allo Stato israeliano. La loro portata internazionale è considerevole, perché il prossimo esecutivo dovrà confrontarsi con le conseguenze delle operazioni militari nella Striscia di Gaza, con la situazione nei territori palestinesi occupati, con le tensioni lungo il confine libanese, con i rapporti con l'Iran e con il ruolo strategico degli Stati Uniti. La questione palestinese non può essere confinata a una semplice variabile della competizione fra Netanyahu ed Eisenkot. Le posizioni dei principali leader dell'opposizione in materia di sicurezza, impiego della forza e riconoscimento dello Stato palestinese non coincidono necessariamente con quelle delle organizzazioni che chiedono una revisione radicale della politica israeliana. Un eventuale cambiamento di governo non implicherebbe, dunque, automaticamente una trasformazione della politica nei confronti dei palestinesi. È necessario valutare programmi, atti di governo e decisioni concrete, senza attribuire a una possibile alternanza effetti che non sono stati ancora dimostrati.

Su questo terreno il diritto internazionale offre parametri che nessuna maggioranza parlamentare può legittimamente ignorare. Le Convenzioni di Ginevra del 1949, in particolare la IV Convenzione sulla protezione delle persone civili in tempo di guerra, stabiliscono obblighi fondamentali di tutela della popolazione civile nei conflitti armati e nei territori occupati. Il suo articolo 49, paragrafo 6, vieta alla potenza occupante di deportare o trasferire parte della propria popolazione civile nel territorio occupato. Il diritto internazionale umanitario disciplina inoltre la protezione dei civili, la distinzione fra obiettivi militari e persone protette, la proporzionalità degli attacchi e le condizioni di accesso agli aiuti umanitari. A tali disposizioni si affiancano il diritto dei popoli all'autodeterminazione, riconosciuto dall'articolo 1 comune ai due Patti internazionali del 1966, e le norme della Carta delle Nazioni Unite. Il parere consultivo reso dalla Corte internazionale di giustizia il 19 luglio 2024 sulle conseguenze giuridiche delle politiche e delle pratiche israeliane nei territori palestinesi occupati costituisce un ulteriore riferimento per esaminare la legalità della presenza israeliana e degli insediamenti. Si tratta di questioni che devono essere affrontate indipendentemente dall'identità del prossimo primo ministro, perché la tutela dei diritti fondamentali non può essere subordinata alle convenienze di una maggioranza politica.

Il risultato elettorale del 27 ottobre presenta quindi una duplice dimensione. Da una parte, testimonia l'esistenza di una competizione politica effettiva, caratterizzata da una partecipazione elevata e da una distribuzione dei seggi che non ha consentito alla coalizione uscente di conservare la maggioranza. Dall'altra, rende evidente quanto le divisioni identitarie e le diffidenze reciproche possano ostacolare la traduzione del voto in una nuova maggioranza parlamentare. Il successo delle liste arabe non risolve automaticamente i problemi di rappresentanza e uguaglianza, ma impone alle altre forze politiche di confrontarsi con un fatto democraticamente incontestabile: una parte significativa dell'elettorato ha affidato loro un mandato politico. Le difficoltà di cooperazione, le differenze programmatiche e persino le opposizioni radicali restano legittime nell'ambito del pluralismo; ciò che merita attenzione è il confine fra il confronto sulle idee e la messa in discussione della pari legittimità politica dei cittadini. È proprio lungo questo confine che si misura la qualità sostanziale di una democrazia.

Personalmente, ciò che considero più interessante di queste elezioni non è la possibilità di annunciare prematuramente la fine dell'era Netanyahu, ma il fatto che il voto abbia riportato al centro una questione che supera il destino di qualsiasi leader: la differenza fra essere rappresentati formalmente ed essere riconosciuti come interlocutori politici pienamente legittimi. Una democrazia non si esaurisce nella regolarità delle operazioni elettorali, nella distribuzione dei seggi o nel rispetto delle procedure costituzionali, per quanto essenziali. La sua tenuta dipende anche dalla capacità delle istituzioni di garantire pluralismo, responsabilità politica, uguaglianza giuridica e protezione dei diritti fondamentali, soprattutto quando il confronto fra maggioranza e opposizione diventa particolarmente aspro. Le prossime settimane chiariranno se le forze politiche israeliane riusciranno a costruire un governo e con quali compromessi. Non è ancora possibile sapere chi guiderà il Paese, né quale indirizzo assumerà il nuovo esecutivo. Una questione, invece, è già emersa con forza: il futuro della democrazia israeliana dipenderà anche dal modo in cui verrà affrontato il rapporto fra identità dello Stato, rappresentanza delle minoranze e uguaglianza dei suoi cittadini. Perché il significato più profondo di un'elezione non consiste soltanto nello stabilire chi eserciterà il potere, ma anche nel comprendere quali cittadini potranno contribuire, concretamente e in condizioni di pari dignità, a determinarne l'esercizio.

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