Il diritto internazionale come carta straccia: crisi delle Nazioni Unite e ritorno alla legge del più forte

Negli ultimi anni il diritto internazionale ha subito una progressiva e inquietante perdita di effettività. Non si tratta più soltanto di violazioni episodiche o di interpretazioni estensive delle norme, bensì di un vero e proprio slittamento strutturale: le regole comuni che avrebbero dovuto disciplinare i rapporti tra Stati sono sempre più spesso disattese, aggirate o piegate agli interessi del più forte. Il principio cardine della convivenza internazionale – l'eguaglianza sovrana degli Stati – appare svuotato, sostituito da una logica di potenza che privilegia la forza militare, economica e politica rispetto alla legalità condivisa.
Il diritto internazionale, nato per contenere l'arbitrio e prevenire il ritorno della guerra come strumento ordinario di risoluzione delle controversie, oggi sembra ridotto a un repertorio di enunciazioni formali, richiamate selettivamente quando utili e ignorate quando scomode. In questo contesto, la norma giuridica perde la sua funzione ordinatrice e diventa strumento retorico, evocato per legittimare decisioni già prese altrove.
Uno degli elementi più corrosivi dell'attuale crisi del diritto internazionale è la centralità assunta dagli interessi economici. Risorse energetiche, rotte commerciali, mercati finanziari e catene di approvvigionamento orientano le scelte geopolitiche ben più dei principi di autodeterminazione dei popoli, di tutela dei diritti umani o di divieto dell'uso della forza. La legalità internazionale viene subordinata alla convenienza strategica, con una selezione arbitraria delle crisi "meritevoli" di attenzione e di quelle destinate all'oblio.
A ciò si aggiunge una crescente affermazione di morali nazionali auto-assolutorie: ogni Stato tende a costruire una propria narrazione etica, presentando le proprie azioni come necessarie, difensive o inevitabili, anche quando esse contrastano apertamente con norme consolidate del diritto internazionale. Questa frammentazione morale mina l'universalità del diritto, che per sua natura dovrebbe fondarsi su valori comuni e non su etiche di parte.
La crisi non è solo normativa, ma anche comunicativa. La manipolazione dell'informazione e la costruzione di verità parallele incidono profondamente sulla capacità della comunità internazionale di reagire alle violazioni. I fatti vengono relativizzati, contestualizzati o negati; le responsabilità diluite; le vittime rese invisibili. In questo scenario, il diritto internazionale perde il suo presupposto fondamentale: l'accertamento condiviso della realtà.
Gli Stati Uniti d'America rappresentano un caso emblematico di questa deriva. Da anni, la politica estera statunitense mostra una crescente tendenza a costruire narrazioni giustificative ex post per interventi militari, operazioni di intelligence e sanzioni economiche, spesso sganciate da un chiaro mandato internazionale o da un consenso multilaterale effettivo. Il ricorso sistematico a formule come "sicurezza nazionale", "guerra preventiva" o "difesa della democrazia" ha consentito di normalizzare violazioni del diritto internazionale umanitario e del principio di non ingerenza, presentandole come necessarie o inevitabili.4 e
Sul piano interno, la polarizzazione estrema del dibattito pubblico e l'indebolimento dei tradizionali meccanismi di controllo istituzionale hanno favorito una pericolosa commistione tra potere politico, apparato militare-industriale e produzione dell'informazione. Rapporti classificati, versioni ufficiali incomplete e campagne mediatiche orientate hanno spesso anticipato o sostituito l'accertamento giuridico dei fatti, creando una realtà narrativa funzionale agli interessi strategici del momento. Questo fenomeno non resta confinato entro i confini nazionali, ma si proietta sull'intera comunità internazionale, influenzando alleanze, prese di posizione diplomatiche e persino le decisioni di organismi multilaterali.
In assenza di una verità fattuale condivisa, anche gli strumenti giuridici più avanzati risultano svuotati. Le violazioni del diritto internazionale umanitario, i crimini internazionali e le operazioni armate vengono accompagnati da strategie di disinformazione che paralizzano le reazioni collettive e impediscono l'attivazione di meccanismi di responsabilità effettivi. Quando una potenza centrale nel sistema internazionale contribuisce essa stessa alla frammentazione della verità, l'intero impianto del diritto internazionale entra in crisi, perché la legalità non può sopravvivere laddove i fatti diventano opinabili e la forza sostituisce la prova.
Il cuore di questa crisi risiede anche nell'assetto istituzionale delineato dalla Carta delle Nazioni Unite, concepita all'indomani della Seconda guerra mondiale in un contesto geopolitico radicalmente diverso da quello attuale. La Carta nasceva con l'obiettivo ambizioso di impedire il ritorno di conflitti su scala globale attraverso un sistema di sicurezza collettiva fondato sul divieto dell'uso della forza, sulla cooperazione multilaterale e sulla centralità del diritto. Tuttavia, tale impianto rifletteva un mondo bipolare, segnato dall'equilibrio tra poche grandi potenze vincitrici, alle quali venne riconosciuto uno status privilegiato che oggi appare sempre più anacronistico.
L'architettura delle Nazioni Unite, e in particolare il funzionamento del Consiglio di Sicurezza, mostra ormai limiti strutturali evidenti. Il diritto di veto, pensato originariamente come strumento di equilibrio e di prevenzione di decisioni unilaterali destabilizzanti, si è trasformato in un meccanismo di blocco sistematico. Esso consente a singoli Stati di paralizzare l'azione collettiva anche in presenza di gravi violazioni del diritto internazionale, di crimini di guerra o di emergenze umanitarie di vasta portata, subordinando la tutela della pace e dei diritti fondamentali a interessi nazionali contingenti.
Di fronte a conflitti armati protratti, crisi umanitarie croniche e violazioni sistematiche dei diritti fondamentali, l'ONU appare così spesso incapace di agire in modo tempestivo ed efficace. Non per mancanza di norme – che esistono e sono giuridicamente robuste – ma per un deficit strutturale di volontà politica e per l'asimmetria di potere tra gli Stati membri. La legalità internazionale viene sacrificata sull'altare del compromesso politico, svuotando di credibilità l'intero sistema multilaterale e alimentando la percezione di un ordine internazionale selettivo e iniquo.
In questo senso, la Carta ONU necessita di una riforma profonda, non meramente cosmetica. Una riforma che affronti il nodo del veto, rafforzi i meccanismi di responsabilità e renda effettivo il principio di legalità internazionale, sottraendo le decisioni fondamentali all'arbitrio dei singoli attori dominanti. Senza un ripensamento strutturale dell'assetto istituzionale delle Nazioni Unite, il rischio è quello di un definitivo scollamento tra diritto proclamato e realtà politica, con conseguenze gravissime per la credibilità stessa del diritto internazionale.
Il ritorno alla legge del più forte rappresenta una regressione storica grave. Significa rinunciare all'idea stessa di comunità internazionale fondata su regole condivise e accettare un mondo governato dalla forza, dall'intimidazione e dalla convenienza contingente. È una deriva pericolosa, perché normalizza l'illegalità e rende strutturale l'eccezione, trasformando la violazione del diritto in prassi tollerata.
Questa logica non produce stabilità, ma conflitto permanente; non garantisce sicurezza, ma alimenta insicurezza globale; non tutela gli Stati deboli, ma li espone a una vulnerabilità sistemica. In definitiva, mina le basi stesse della convivenza pacifica tra i popoli.
In questo scenario cupo, è necessario riaffermare con forza il valore dello Stato di diritto, anche – e soprattutto – sul piano internazionale. Il diritto non è un ostacolo alla politica, ma il suo fondamento legittimante. Senza legalità, il potere diventa arbitrio; senza regole comuni, la forza sostituisce la giustizia.
Elogiare lo Stato di diritto oggi non è un esercizio retorico, ma un atto di resistenza civile e giuridica. Significa difendere l'idea che nessuno Stato sia al di sopra della legge, che i diritti umani non siano negoziabili e che la pace non possa essere garantita dalla deterrenza permanente, ma dal rispetto delle norme condivise. Riformare le Nazioni Unite e rilanciare il diritto internazionale non è un'utopia: è una necessità storica, se si vuole evitare che la comunità internazionale scivoli definitivamente in un ordine fondato sulla forza e sull'ingiustizia.
Il futuro non può appartenere al più forte, ma al più giusto. E senza diritto, non vi è giustizia possibile.
