Il Castello di Gorizia tra storia, confine e sovranità: memoria, Resistenza e identità europea

27.02.2026

Il Castello di Gorizia non è soltanto una fortificazione medievale arroccata su un colle. È un luogo in cui la geografia si intreccia con il diritto, in cui la pietra racconta non solo la difesa di un territorio ma la trasformazione stessa del concetto di confine in Europa. Salendo verso le mura si percepisce immediatamente la funzione originaria della struttura: controllo, presidio, sovranità. Dall'alto lo sguardo attraversa senza interruzioni l'attuale linea che separa Italia e Slovenia. Eppure quella continuità paesaggistica è il risultato di una lunga evoluzione giuridica e politica.

Le origini del castello risalgono all'XI secolo, quando il colle divenne presidio dei conti di Gorizia. Nei secoli la fortezza fu ampliata, modificata, adattata alle esigenze difensive di epoche diverse, passando attraverso dominazioni e ridefinizioni territoriali. Il Medioevo costruiva sicurezza con mura, torri, fossati. La sovranità era potere territoriale pieno ed esclusivo, esercitato entro confini da difendere militarmente. Il castello nasce per questo: sorvegliare e proteggere.

All'interno, le sale con volte in pietra e pavimenti in cotto custodiscono armi, alabarde, spade, strumenti difensivi. Non vi è spettacolarizzazione, ma stratificazione. Quelle armi raccontano un'epoca in cui la sicurezza coincideva con la forza e con la capacità di controllo fisico dello spazio. Percorrendo i corridoi e osservando le porte massicce delle celle, si coglie anche un'altra dimensione: la difesa implica sempre una tensione tra protezione e coercizione. La fortezza tutela, ma può anche detenere. È una lezione che attraversa i secoli.

Il Novecento imprime al Castello di Gorizia un significato ulteriore e più drammatico. Nel cortile una lapide ricorda che tra il 1943 e il 1945 l'occupatore nazista fucilò più di cinquanta partigiani e antifascisti italiani e sloveni. Italiani e sloveni. In un territorio che la storia ha spesso diviso, la Resistenza si manifesta come esperienza condivisa. La fortezza medievale diventa teatro di repressione moderna. La pietra cambia funzione simbolica: da presidio militare a luogo di memoria civile. Quel cortile non è solo spazio architettonico, è spazio etico.

Poi un'altra iscrizione ricorda il conferimento alla città di Gorizia della Medaglia d'Oro al Valor Militare. Le date incise – 1848, 1915–1918, 1943–1945 – non sono meri riferimenti cronologici: sono scansioni di conflitti che hanno inciso sull'identità collettiva. Il riconoscimento non riguarda soltanto il valore militare, ma la tenuta civile di una comunità esposta alle fratture della storia europea. Qui la memoria non è privata, è istituzionale.

La Costituzione italiana, pur non nominando espressamente la memoria, ne presuppone il valore. L'articolo 2 riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell'uomo anche nelle formazioni sociali; l'articolo 3 impegna la Repubblica a rimuovere gli ostacoli che limitano l'eguaglianza e la partecipazione. La costruzione di una memoria pubblica condivisa è parte di questa architettura: riconoscere il sacrificio significa collocarlo nella continuità dell'ordinamento democratico. Il conferimento di una Medaglia d'Oro non è solo gesto simbolico; è atto attraverso cui lo Stato qualifica giuridicamente un'esperienza storica e la assume come parte della propria identità costituzionale.

Il Castello di Gorizia è anche un osservatorio privilegiato sul concetto di confine. Nel diritto internazionale classico il confine rappresenta la proiezione spaziale della sovranità: entro quella linea lo Stato esercita potere esclusivo. Gorizia è stata città di sovranità contese, passata dall'Impero austro-ungarico al Regno d'Italia dopo il 1918, nuovamente ridefinita dal Trattato di pace del 1947 che divise il tessuto urbano con la nascita di Nova Gorica. Durante la Guerra fredda quella linea divenne frontiera ideologica tra blocchi contrapposti. Qui il diritto ha inciso nella geografia.

La trasformazione avviene con l'integrazione europea. L'ingresso della Slovenia nell'Unione europea nel 2004 e nello spazio Schengen nel 2007 modifica la funzione della frontiera. Il confine resta giuridicamente esistente, ma perde la rigidità della barriera fisica. L'articolo 5 del Trattato sull'Unione europea afferma il principio di attribuzione: l'Unione agisce nei limiti delle competenze conferite dagli Stati membri. La sovranità non si annulla, si coordina. L'articolo 11 della Costituzione italiana consente limitazioni di sovranità in condizioni di parità per assicurare pace e giustizia fra le Nazioni. Non è abbandono dello Stato, è scelta costituzionale di cooperazione.

Dalle mura del castello oggi non si osserva una linea invalicabile, ma uno spazio condiviso. Il controllo militare ha lasciato il posto alla libera circolazione delle persone. La fortezza che nasce per difendere un territorio domina ora una frontiera che è divenuta punto di incontro. La sovranità, nell'Europa contemporanea, si esercita anche in forma multilivello, attraverso strumenti comuni e responsabilità condivise.

Il Castello di Gorizia, dunque, non è soltanto monumento medievale. È stratificazione di potere, conflitto, memoria e trasformazione giuridica. Le sue pietre raccontano che la difesa di un territorio può evolversi nella difesa di un principio. La fortezza proteggeva confini. La memoria protegge valori. E forse è proprio questa la sua lezione più attuale: la sicurezza non è soltanto presidio armato, ma consapevolezza storica e responsabilità democratica.

Articoli affini:

#Gorizia, Schengen sotto pressione: confini interni, rotta balcanica e diritti dei migranti nell’Europa che cambia