Il “Board of Peace” di Trump: perché non è pace ma una negazione del diritto internazionale

Il cosiddetto Board of Peace annunciato da Donald Trump si presenta come una proposta di pacificazione globale, ma a un'analisi giuridica attenta rivela sin da subito una natura profondamente problematica. Dietro l'apparente volontà di porre fine ai conflitti armati si cela un'impostazione che svuota la pace del suo significato giuridico, riducendola a strumento politico unilaterale, slegato da regole, istituzioni e responsabilità. Nel diritto, la pace non è mai un atto di forza né un proclama mediatico: è un processo regolato, complesso, fondato su norme condivise e su limiti stringenti all'esercizio del potere.
Dal punto di vista del diritto internazionale, il primo elemento critico è l'assoluta assenza di una base giuridica formale. Il Board of Peace non trova alcun fondamento nelle fonti riconosciute dall'ordinamento internazionale, né nei trattati, né nel diritto consuetudinario, né nei principi generali del diritto. Non è un organo previsto dalla Carta delle Nazioni Unite, non è espressione di un'organizzazione internazionale legittimata, né risponde a criteri di rappresentatività o imparzialità. Si tratta, a tutti gli effetti, di un'iniziativa politica privata di veste giuridica, che pretende di intervenire su conflitti armati senza alcuna legittimazione normativa.
Questa impostazione collide frontalmente con l'architettura multilaterale costruita nel secondo dopoguerra. Il sistema delle Nazioni Unite nasce proprio per sottrarre la gestione della pace e della sicurezza internazionale all'arbitrio dei singoli Stati, e ancor più dei singoli leader. Sostituire questo sistema con un organismo informale, guidato da una potenza egemone o da una leadership personale, significa tornare a una concezione pre-giuridica delle relazioni internazionali, in cui la forza prevale sulla norma e l'interesse geopolitico sostituisce il diritto.
Un ulteriore profilo di illegittimità emerge in relazione al principio di sovranità degli Stati e al divieto di ingerenza negli affari interni, sanciti dall'articolo 2 della Carta ONU. Il Board of Peace, nella misura in cui si propone di "risolvere" conflitti ridefinendo assetti territoriali, leadership politiche o equilibri istituzionali, viola apertamente questi principi. La pace non può essere imposta dall'esterno, né costruita aggirando il consenso delle popolazioni coinvolte. Il diritto internazionale tutela l'autodeterminazione dei popoli non come ostacolo alla stabilità, ma come sua condizione imprescindibile.
L'idea di una pace rapida, decisa dall'alto e garantita dalla superiorità militare o economica, ripropone una visione profondamente distorta dell'ordine internazionale. Il diritto contemporaneo nasce per limitare l'uso della forza, non per legittimarlo sotto nuove etichette. La Carta delle Nazioni Unite consente il ricorso alla forza solo in casi eccezionali e tassativi: la legittima difesa e le operazioni autorizzate dal Consiglio di Sicurezza. Ogni altra forma di coercizione, anche se presentata come strumento di pacificazione, costituisce una violazione del divieto generale di uso della forza.
Particolarmente grave è l'assenza totale di qualsiasi riferimento alla giustizia internazionale. Il Board of Peace ignora deliberatamente il tema della responsabilità per crimini di guerra, crimini contro l'umanità e violazioni sistematiche dei diritti umani. Una pace che prescinde dall'accertamento delle responsabilità non è pace, ma impunità negoziata. Il diritto internazionale penale non è un orpello morale, bensì uno strumento essenziale per spezzare il ciclo della violenza e prevenire la reiterazione dei crimini.
La marginalizzazione di organi come la Corte Penale Internazionale e il disprezzo implicito per i meccanismi di accountability internazionale segnano una regressione culturale e giuridica. Senza giustizia, la pace resta fragile, instabile e profondamente ingiusta. Le vittime vengono silenziate, i responsabili legittimati, e il diritto perde la sua funzione di tutela dei più deboli.
Anche sul piano del diritto costituzionale interno, l'idea di un Board of Peace solleva interrogativi rilevanti. Negli ordinamenti democratici, la politica estera non è dominio esclusivo dell'esecutivo, ma materia sottoposta a controlli parlamentari, a vincoli costituzionali e al rispetto della separazione dei poteri. Un organismo personalistico, privo di trasparenza e sottratto a qualsiasi forma di controllo democratico, si pone in contrasto con i principi fondamentali dello Stato di diritto.
In questa prospettiva assume rilievo centrale l'articolo 11 della Costituzione italiana, che rappresenta uno dei cardini costituzionali della politica estera e di sicurezza della Repubblica. La norma sancisce il ripudio della guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali, ma, al contempo, consente limitazioni di sovranità in condizioni di parità con gli altri Stati, quando ciò sia finalizzato alla realizzazione della pace e della giustizia internazionale. È proprio su questa base costituzionale che l'Italia aderisce a organizzazioni sovranazionali come le Nazioni Unite e l'Unione europea, accettando un ordinamento giuridico multilaterale fondato su regole condivise. L'articolo 11 legittima inoltre la partecipazione italiana a missioni internazionali di pace, anche comportanti l'uso della forza, purché tale impiego sia strettamente funzionale alla sicurezza collettiva, alla tutela dei diritti umani e al mantenimento dell'ordine internazionale, e non si traduca mai in un'azione di aggressione unilaterale. In questo senso, la Costituzione italiana offre una concezione della pace radicalmente opposta a quella veicolata da iniziative politiche prive di base giuridica: una pace che non nasce dall'arbitrio del più forte, ma dal diritto, dalla cooperazione e dal rispetto delle istituzioni multilaterali.
La pace, inoltre, non può essere ridotta a una strategia comunicativa. La narrazione trumpiana trasforma un concetto giuridico complesso in uno slogan elettorale, svuotandolo di contenuto normativo. Parlare di pace senza parlare di diritto, di responsabilità, di istituzioni e di diritti umani significa tradire il significato stesso della parola. La pace non è l'assenza momentanea di conflitto, ma la presenza di regole condivise e di garanzie effettive.
Il rischio sistemico di proposte come il Board of Peace è quello di normalizzare l'idea che il diritto internazionale sia un ostacolo da aggirare e non una cornice da rispettare. Questa logica apre la strada a un ordine globale fondato sulla legge del più forte, in cui ogni potenza si arroga il diritto di decidere cosa sia giusto, legittimo o necessario. È una visione che mina alla radice la sicurezza collettiva e rende ogni Stato, prima o poi, vulnerabile.
Difendere il diritto internazionale oggi non è un esercizio accademico né un atto di idealismo. È una scelta di realismo giuridico. Senza regole, senza limiti e senza responsabilità, la pace diventa una concessione revocabile, non un diritto tutelato. Il Board of Peace di Trump, sotto la patina conciliatoria, rappresenta una pericolosa deriva verso la personalizzazione del potere e la svalutazione del diritto.
In conclusione, smontare questa proposta significa riaffermare un principio essenziale: la pace autentica non nasce dalla forza, ma dal diritto. Ogni progetto che ignora questo dato è destinato a produrre instabilità, ingiustizia e nuove forme di violenza. Senza diritto, la pace è solo silenzio imposto. E il silenzio, nella storia, non ha mai significato giustizia.
