ICE e abuso di potere: arresti arbitrari, violazioni costituzionali e repressione del dissenso civico

25.01.2026

L'operato dell'Immigration and Customs Enforcement (ICE) rappresenta oggi uno dei punti più critici del sistema statunitense di controllo dell'immigrazione, non solo per l'intensità delle misure adottate, ma per la loro progressiva emancipazione dai principi fondamentali dello Stato di diritto. Ciò che viene presentato come attività di contrasto all'immigrazione irregolare assume sempre più i contorni di una pratica sistematica di repressione, fondata su arresti arbitrari, uso sproporzionato della forza e schedature di massa, in aperta frizione con le garanzie costituzionali.

L'ICE agisce in forza di poteri amministrativi e di polizia che, nella prassi, vengono esercitati senza un controllo giurisdizionale effettivo e tempestivo, violando il principio del due process of law sancito dal Quinto Emendamento della Costituzione degli Stati Uniti. Arresti effettuati in luoghi di lavoro, scuole, spazi pubblici e abitazioni, spesso senza mandato giudiziario individualizzato, configurano una compressione grave del diritto alla libertà personale e alla tutela contro perquisizioni e sequestri irragionevoli, garantita dal Quarto Emendamento.

Ulteriore elemento di grave criticità è rappresentato dagli arresti eseguiti da agenti dell'ICE in borghese all'interno e nei pressi dei tribunali, proprio mentre i migranti si presentano alle autorità giudiziarie per adempiere agli obblighi di legge e presentare istanze di asilo o richieste di regolarizzazione. Tali condotte, oltre a minare il principio di affidamento legittimo verso le istituzioni, producono un effetto dissuasivo sistemico sull'accesso alla giustizia, in contrasto con le garanzie del due process e con il diritto a un ricorso effettivo. L'uso del procedimento giudiziario come strumento di individuazione e cattura trasforma il tribunale da luogo di tutela in spazio di repressione, violando non solo i principi costituzionali statunitensi, ma anche gli standard internazionali in materia di protezione dei richiedenti asilo.

Particolarmente allarmante è il coinvolgimento di soggetti che non rientrano neppure nella categoria dei migranti irregolari: cittadini statunitensi i cosiddetti watchdoggers, inclusi nativi americani e membri di comunità storicamente protette da trattati federali, nonché persone identificate, fermate, schedate (con un software di riconoscimento facciale) o addirittura uccise a brucia pelo senza un giustificato motivo per il solo fatto di documentare con telefoni cellulari, macchine fotografiche o cineprese le operazioni dell'ICE. La repressione di tali condotte, pienamente lecite e riconducibili all'esercizio della libertà di espressione e di informazione, configura una grave violazione del Primo Emendamento e una compressione indebita del controllo civico sull'operato dei pubblici poteri.

Ulteriore profilo di grave criticità riguarda la preparazione professionale degli agenti dell'ICE, spesso insufficiente rispetto alla delicatezza delle funzioni esercitate e all'impatto diretto che tali operazioni hanno sui diritti fondamentali delle persone coinvolte. A fronte di stipendi elevati e risorse pubbliche ingenti, non risulta un investimento proporzionato in formazione giuridica, culturale e sui diritti umani, con particolare riferimento al diritto dell'asilo, al diritto antidiscriminatorio e alle tecniche di gestione non violenta delle operazioni. A ciò si aggiunge l'uso sistematico di abbigliamento che rende gli agenti irriconoscibili, privi di badge visibili o segni identificativi chiari, in contrasto con i principi di responsabilità, tracciabilità e trasparenza dell'azione amministrativa. L'anonimato operativo, unito a poteri estesi e a un controllo esterno debole, favorisce un clima di impunità incompatibile con qualsiasi ordinamento democratico, poiché sottrae l'uso della forza pubblica al principio essenziale della riconoscibilità dell'autorità che la esercita.

L'uso estensivo di strumenti di sorveglianza, raccolta dati e schedatura preventiva di cittadini che manifestano dissenso o svolgono attività di osservazione civica evidenzia una deriva securitaria incompatibile con i principi democratici. La criminalizzazione del dissenso e l'intimidazione di attivisti, osservatori e semplici cittadini si pongono altresì in contrasto con l'articolo 19 del Patto internazionale sui diritti civili e politici, che tutela il diritto di cercare, ricevere e diffondere informazioni senza interferenze arbitrarie.

L'ICE non opera più come un'agenzia amministrativa finalizzata all'esecuzione della normativa sull'immigrazione, ma come una vera e propria forza di polizia interna, dotata di risorse crescenti, competenze ibride e poteri operativi sempre meno distinguibili da quelli delle forze di sicurezza tradizionali. Tale trasformazione è avvenuta in assenza di un parallelo rafforzamento dei meccanismi di controllo democratico, giudiziario e parlamentare, producendo un ampliamento della discrezionalità amministrativa incompatibile con i principi di proporzionalità, necessità e ragionevolezza dell'uso della forza. In una prospettiva di diritto pubblico comparato, questa evoluzione evidenzia una torsione dell'equilibrio tra sicurezza e libertà, tipica degli ordinamenti che rispondono a fenomeni complessi con strumenti emergenziali permanenti. Quando la funzione amministrativa assume caratteri repressivi senza adeguate garanzie procedurali, il rischio non è solo l'abuso del potere, ma la normalizzazione dell'eccezione come regola ordinaria dell'azione pubblica.

In uno Stato che si proclama fondato sulla legalità costituzionale, nessuna emergenza migratoria può legittimare pratiche che svuotano di contenuto i diritti fondamentali della persona. La protezione della sicurezza nazionale non può tradursi nella sospensione sistemica delle garanzie costituzionali, né nell'indebolimento strutturale del controllo giurisdizionale sull'operato dell'amministrazione. L'azione dell'ICE, così come oggi strutturata e condotta, trascende la dimensione della politica migratoria e investe direttamente la tenuta democratica dell'ordinamento, mettendo in discussione il rispetto delle garanzie procedurali, della separazione dei poteri e degli obblighi internazionali in materia di diritti umani. Dove il potere si esercita senza trasparenza, senza responsabilità e senza controllo effettivo, non vi è sicurezza giuridica, ma arbitrio istituzionalizzato.