Ho una bella farfallina, ma si può dire anche vulva: linguaggio, sessualità e diritti delle donne con disabilità

C'è un momento preciso in cui il linguaggio smette di essere neutro e rivela tutta la sua portata politica. Quel momento, spesso, coincide con il corpo delle donne. E ancora più spesso con una parola: vulva. Una parola scientifica, corretta, semplice, eppure ancora oggi percepita come eccessiva, impropria, quasi scandalosa. Da qui nasce una costellazione di diminutivi, vezzeggiativi, metafore infantili: farfallina, patatina, topa, fiorellino, gattina, passera, fessa. Non sono solo parole. Sono il riflesso di un'impostazione culturale che continua a oscillare tra pudore, rimozione e controllo.
L'8 marzo scorso, in modo del tutto inatteso, sono entrata in contatto con il collettivo transfemminista di Non una di meno di Trieste. È stato un ritorno, prima ancora che un incontro. A Nuoro, il mio impegno con l'associazione Onda Rosa era parte integrante della mia identità: una militanza silenziosa ma costante contro la violenza di genere e per una reale parità sostanziale. Lasciare quel contesto non era stato semplice, e ritrovare uno spazio politico e umano in cui continuare a esprimere quella tensione etica è stato, per me, necessario.
Ieri ho partecipato alla sfilata di carnevale rionale di San Giacomo, rinviata per il maltempo. Una scelta apparentemente leggera, ludica, ma in realtà profondamente politica. Il collettivo ha deciso di travestirsi utilizzando proprio quei nomignoli che la società attribuisce all'organo sessuale femminile, quasi a volerli esorcizzare e al contempo rivendicare. Io ho scelto "farfallina". Non per caso. È la parola che usavo da bambina, prima che il linguaggio si caricasse di sovrastrutture, prima che il corpo diventasse terreno di imbarazzo. Ma è anche una metafora di me stessa: fragile, segnata, ma ancora ostinatamente viva, ancora capace – o almeno desiderosa – di volare.
Quella sfilata, tra musica, colori e movimento, è stata per me un'esperienza di libertà autentica. Amo quei contesti in cui il corpo torna ad essere espressione, non limite. E tuttavia, dietro quella leggerezza, si annida una questione ben più profonda: il diritto delle donne – tutte le donne – di nominarsi, di riconoscersi, di autodeterminarsi anche attraverso il linguaggio.
Sono cresciuta con il mito delle femministe degli anni Sessanta, con l'idea che il corpo fosse il primo luogo di emancipazione. Ho sempre rivendicato la mia libertà sessuale, anche – e forse soprattutto – vivendo una condizione di grave disabilità. È qui che il discorso si fa ancora più scomodo, più rimosso, più urgente. Perché nel 2026, soprattutto nei contesti più piccoli e periferici, la sessualità delle persone con disabilità continua ad essere un tabù radicato. Si tende a negarla, infantilizzarla, oppure a considerarla incompatibile con il desiderio.
Eppure il diritto alla sessualità è parte integrante della dignità umana. Lo riconosce implicitamente l'articolo 2 della Costituzione, che tutela i diritti inviolabili della persona, e trova ulteriore fondamento nell'articolo 3, laddove impone la rimozione degli ostacoli che limitano il pieno sviluppo della persona umana. Anche la Convenzione delle Nazioni Unite sui diritti delle persone con disabilità afferma con chiarezza il diritto all'autonomia, alla vita indipendente e alla piena partecipazione sociale, elementi che includono inevitabilmente anche la dimensione affettiva e sessuale.
Ricordo ancora con estrema lucidità un episodio della mia adolescenza. Avevo 17 anni e, con la naturalezza che appartiene a quell'età, chiesi a un mio compagno di classe: "Vuoi fare l'amore con me?". Non era una provocazione. Era una domanda autentica, umana. La reazione, però, fu sproporzionata: quell'episodio portò alla convocazione di un incontro con il consiglio di classe, una psicologa e mia madre. Come se avessi violato una norma non scritta. Come se il desiderio, espresso da una ragazza con disabilità, fosse qualcosa da contenere, da correggere, da analizzare.
E invece non avevo fatto nulla di sconvolgente. Avevo semplicemente agito come qualsiasi adolescente. Avevo provato attrazione, curiosità, desiderio. Avevo esercitato, in forma embrionale, la mia autodeterminazione. Ma il problema non era il contenuto della domanda. Era il soggetto che la poneva.
Col tempo ho costruito una rete di relazioni, di amicizie, di spazi in cui posso esprimere la mia dimensione affettiva e sessuale senza essere giudicata o ridotta. Non ho ancora trovato quella che comunemente si definisce "anima gemella", e forse non sono neppure incline a modelli relazionali tradizionali. Non sono accomodante. Sono libera. E rivendico questa libertà come scelta consapevole, non come mancanza.
Ciò che resta, però, è una consapevolezza netta: l'attività sessuale non è un lusso, né una concessione. È una componente essenziale del benessere psicofisico. Negarla o ridurla per le persone con disabilità significa perpetuare una forma sottile ma profondissima di discriminazione.
Dire "vulva" non è solo una questione terminologica. È un atto di precisione, ma anche di liberazione. Significa sottrarre il corpo al dominio dell'imbarazzo e restituirlo alla conoscenza, alla dignità, alla normalità. Significa educare, prevenire, emancipare.
E allora sì, ho una bella farfallina. Ma si può dire anche vulva. E forse, oggi più che mai, è necessario imparare a dirlo. Perché il diritto passa anche dalle parole. E dalle parole, inevitabilmente, passa la libertà.
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