#Gorizia, Schengen sotto pressione: confini interni, rotta balcanica e diritti dei migranti nell’Europa che cambia

L'area di Gorizia rappresenta oggi uno dei luoghi in cui più chiaramente emerge la frattura tra il progetto giuridico europeo e la sua applicazione concreta. Territorio di confine per storia e identità, Gorizia è divenuta un osservatorio privilegiato delle tensioni che attraversano l'Unione quando la libera circolazione entra in conflitto con una gestione securitaria delle migrazioni. I controlli di polizia ripristinati ai valichi interni non costituiscono una misura tecnica neutra, ma una scelta politica che incide direttamente sui diritti delle persone e sulla tenuta dello spazio Schengen.
Il sistema Schengen non nasce come strumento di semplificazione burocratica, ma come architrave di una cittadinanza europea fondata sulla fiducia reciproca tra Stati e sulla libertà di movimento delle persone. La possibilità di reintrodurre controlli alle frontiere interne è prevista solo come deroga eccezionale e temporanea, in presenza di una minaccia grave e attuale all'ordine pubblico. Quando tali controlli diventano strutturali e si protraggono per anni, come avviene lungo il confine orientale italiano, l'eccezione si normalizza e il diritto rischia di arretrare di fronte alla politica della paura.
In questo contesto, il riferimento costante alla rotta balcanica diventa centrale. I migranti che attraversano i Balcani non sono una variabile occasionale, ma il prodotto di crisi sistemiche: guerre protratte, Stati falliti, persecuzioni etniche e religiose, disuguaglianze economiche profonde e, sempre più spesso, effetti diretti dei cambiamenti climatici. Afghanistan, Siria, Iraq, ma anche Paesi africani e asiatici colpiti da siccità e instabilità economica, alimentano un flusso umano che non può essere fermato con una sbarra o con un presidio di polizia.
Le persone che percorrono la rotta balcanica affrontano un viaggio segnato da violenze, respingimenti informali, sfruttamento da parte dei trafficanti e condizioni di vita disumane nei Paesi di transito. Giunte alle frontiere interne dell'Unione, non percepiscono il controllo come un deterrente, ma come un ulteriore ostacolo da superare, spesso deviando verso percorsi più pericolosi. In termini giuridici, ciò dimostra l'inefficacia strutturale delle politiche fondate esclusivamente sul contenimento e sulla repressione.
La persistenza dei controlli interni incide inoltre sul diritto d'asilo e sulla protezione internazionale. Il sistema europeo continua a scaricare il peso dell'accoglienza sui Paesi di primo ingresso, generando una pressione costante che si traduce in prassi restrittive e, talvolta, in violazioni del principio di non respingimento. In questo scenario, il migrante non è più titolare di diritti, ma diventa oggetto di gestione amministrativa e securitaria, in aperta contraddizione con i valori fondativi dell'Unione.
Le comunità locali di confine, come quelle goriziane, sperimentano direttamente questa distorsione. Da un lato, territori segnati da carenze strutturali nei servizi essenziali; dall'altro, un massiccio dispiegamento di forze di polizia giustificato dall'argomento migratorio. Il paradosso è evidente: risorse ingenti vengono destinate a controlli costosi e scarsamente efficaci, mentre restano irrisolti i bisogni sociali di residenti e migranti. In questo squilibrio si manifesta una scelta politica che privilegia la simbolica della sicurezza rispetto alla sostanza dei diritti.
La narrazione che associa automaticamente migrazione e insicurezza contribuisce inoltre a indebolire la coesione sociale. I migranti della rotta balcanica vengono spesso rappresentati come una minaccia indistinta, quando in realtà si tratta di individui portatori di storie, competenze e aspirazioni, che potrebbero essere integrate in modo ordinato e legale se esistessero canali di ingresso regolari e un sistema di accoglienza europeo realmente condiviso. La mancanza di una visione comune alimenta invece irregolarità, marginalità e conflitto.
Una prospettiva lungimirante impone di riconoscere che le migrazioni sono un fenomeno strutturale del XXI secolo. L'Europa, e in particolare l'Unione europea, non può continuare a rispondere a un movimento umano globale con strumenti emergenziali pensati per crisi temporanee. Difendere Schengen non significa negare le sfide della sicurezza, ma governarle nel rispetto del diritto, investendo in cooperazione tra Stati membri, riforma del sistema di asilo, canali legali di accesso e politiche di inclusione.
Il confine orientale italiano dimostra che la sicurezza non si costruisce erodendo diritti, ma rafforzando le istituzioni giuridiche e sociali. Se Schengen viene svuotato attraverso deroghe permanenti, il rischio è quello di un'Europa frammentata, in cui la libera circolazione diventa revocabile e i migranti restano intrappolati in una zona grigia di sospensione giuridica.
Gorizia, città di confine e di incontro, non è soltanto un luogo geografico ma un simbolo giuridico e politico dell'Europa che avrebbe dovuto essere. Qui il confine è stato per decenni linea di frattura, muro invisibile che separava famiglie, lingue, destini; ed è proprio da esperienze come questa che l'integrazione europea ha tratto la propria ragion d'essere: trasformare le frontiere da strumenti di esclusione in spazi di relazione, cooperazione e riconoscimento reciproco. La storia di Gorizia dimostra che la sicurezza duratura non nasce dalla chiusura, ma dalla fiducia istituzionale e dalla costruzione di legami sociali e giuridici stabili.
È per questo che la gestione attuale delle frontiere interne e dei migranti della rotta balcanica assume un valore che va ben oltre il piano locale. Il modo in cui l'Unione europea sceglie di trattare queste persone — se come soggetti di diritto o come problema da contenere — diventa un banco di prova decisivo della coerenza tra principi proclamati e pratiche adottate. Se l'Europa accetta che, in nome di una sicurezza indefinita e permanente, si sospendano diritti fondamentali, si normalizzino controlli eccezionali e si lasci un'intera categoria di persone in una condizione di precarietà giuridica, allora non è solo Schengen a essere in discussione, ma l'intero impianto valoriale dell'integrazione europea.
La credibilità del progetto europeo si misura proprio qui: nella capacità di governare fenomeni complessi come le migrazioni senza rinunciare allo Stato di diritto, nella scelta di rispondere alla mobilità umana con politiche comuni e solidali anziché con soluzioni nazionali frammentarie, nella volontà di riconoscere che dignità, libertà e responsabilità condivisa non possono essere principi a geometria variabile. Gorizia, con la sua storia e la sua posizione, ci interroga sul futuro dell'Europa: se resterà uno spazio di diritto capace di includere e regolare, oppure se diventerà un'area in cui le frontiere tornano a segnare non solo i territori, ma anche la gerarchia dei diritti.
