Giulio Regeni, dieci anni senza verità e giustizia: una ferita aperta nello Stato di diritto

25.01.2026

A dieci anni dalla morte di Giulio Regeni, il suo nome continua a rappresentare una frattura irrisolta nello Stato di diritto e nella coscienza giuridica europea. Regeni non è soltanto una vittima di un omicidio efferato, ma il simbolo di una verità negata, di una giustizia ostacolata e di una responsabilità statale che, a distanza di un decennio, resta formalmente accertata ma sostanzialmente elusa. La sua morte interroga ancora oggi il diritto internazionale dei diritti umani, il ruolo degli Stati nelle indagini su crimini gravi e il limite oltre il quale la realpolitik diventa complicità.

Il sequestro, la tortura e l'uccisione di Giulio Regeni si collocano in un contesto di repressione sistematica, nel quale la sicurezza nazionale viene utilizzata come giustificazione per pratiche incompatibili con ogni standard giuridico internazionale. Le modalità della morte – accertate da perizie indipendenti – hanno reso evidente fin dall'inizio il coinvolgimento di apparati statali, ponendo il caso nell'alveo delle gravi violazioni dei diritti umani, per le quali vige un obbligo rafforzato di indagine, cooperazione e punizione dei responsabili.

Sul piano giuridico, il caso Regeni ha messo a nudo la fragilità degli strumenti di tutela quando uno Stato rifiuta consapevolmente di collaborare. L'Egitto ha ostacolato le indagini, fornito versioni contraddittorie, negato l'accesso a documenti e testimoni, violando obblighi internazionali chiari derivanti, tra l'altro, dalla Convenzione contro la tortura e dal Patto internazionale sui diritti civili e politici. Non si è trattato di inefficienza, ma di una strategia deliberata di elusione della responsabilità.

Il procedimento penale avviato in Italia ha rappresentato un passaggio giuridicamente rilevante e politicamente scomodo. L'affermazione della giurisdizione italiana, fondata sul principio di tutela dei cittadini all'estero e sulla natura dei crimini contestati, ha riaffermato un principio essenziale: la sovranità non può essere invocata come scudo per l'impunità. Tuttavia, l'assenza degli imputati e la mancata cooperazione giudiziaria internazionale hanno reso evidente il limite strutturale della giustizia quando non è sostenuta da una volontà politica coerente.

In questi dieci anni, il caso Regeni ha assunto una dimensione che travalica la vicenda individuale. È diventato un banco di prova per la credibilità dell'Unione europea nella difesa dei diritti fondamentali e per la coerenza degli Stati membri nelle relazioni con regimi autoritari. Le forniture militari, gli accordi economici e la normalizzazione diplomatica hanno spesso prevalso sulla richiesta di verità e giustizia, trasmettendo un messaggio pericoloso: i diritti umani sono negoziabili.

La famiglia Regeni, con una dignità e una fermezza straordinarie, ha trasformato il dolore in una battaglia civile e giuridica. La loro richiesta non è mai stata vendetta, ma l'applicazione delle regole. In questo senso, il loro impegno ha svolto una funzione di supplenza etica, ricordando alle istituzioni ciò che il diritto impone e che la politica tende a rimuovere.

A dieci anni dalla morte di Giulio Regeni, la sua storia continua a porre una domanda scomoda ma inevitabile: quanto vale davvero lo Stato di diritto quando entra in conflitto con interessi strategici ed economici? Finché questa domanda resterà senza risposta, Regeni non sarà solo una vittima del passato, ma una responsabilità del presente. La verità e la giustizia non sono atti simbolici: sono obblighi giuridici. E il loro mancato adempimento non è una dimenticanza, ma una scelta.